Zero: Black Blood

Voto dell'autore: 3/5
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Dopo la terza serie di Garo e in attesa della quarta, nel giro di un annetto due sono stati i prodotti della franchise messi in produzione, entrambi vincolati alle prime due “stagioni”; prima Tougen no Fue, un film in video dedicato alle sacerdotesse Jabi e Rekka. Poi questo Black Blood, votato invece al cavaliere Zero. Zero è una sorta di miniserie in sei episodi mandata nella Tv via cavo Family Gekijo e in una ridotta uscita in sala come due film che fondevano tre episodi l’uno, il “capitolo bianco” e il “capitolo nero”.
Come oggetto è senza dubbio migliore del precedente film che si riduceva in fin dei conti a pure fanservice, pur restando comunque uno spin-off macroscopicamente inferiore a tutto il già fatto e visto all’interno dell’universo di Garo.
La storia è vicina a quella della precedente serie e a quella del film di Hakaider (ideato dallo stesso creatore di Garo, Amemiya);

un horror, Ring, sta creando un luogo ideale e utopico in cui possano convivere umani e horrors. L’unico imprevisto è che ogni mese un umano random debba immolarsi per la causa diventando il dessert degli horror della comune. Zero viene inviato in missione aiutato da due sacerdoti, una ragazza capace di utilizzare la spada dei cavalieri del Makai e un collega.
Interessanti le variabili in campo, a cominciare dal sacerdote che utilizza una sorta di ombrella magica con chiaro legame iconografico con lo stesso oggetto di tanti film di arti marziali e wuxia hongkonghesi come a rafforzare l’eterna comunione di questa saga con il cinema dell’ex colonia inglese. E la ragazza che orfana si è fatta inserire nel braccio -tramite magia- la radio (o ulna che sia) di suo padre defunto, cavaliere del Makai, operazione che gli permette di utilizzare una spada anche se con attimi di rigetto. Infine la madre della sacerdotessa, passata al lato oscuro che con il suo canto riesce a rinfrancare gli animi e a curare gli horrors (come nella precedente serie).
Seppur un oggetto esile e un po’ ripetitivo rivela una andatura tutta in crescendo per la franchise, con effetti più convincenti del solito e alcune sequenze marziali, specie nelle prime puntate particolarmente ispirate, articolate e pulite e tra le migliori messe in scena nella storia di Garo. Anche se la creatura finale non appare particolarmente eccitante, specie se paragonata a tanti Horrors del passato, i comprimari sono comunque funzionanti, dalla modella Riria Baba che interpreta la sacerdotessa Yuna, alla eclettica Dj e modella Karia Nomoto nei panni della cieca Iyu, fino a Ring, interpretato dall’attore statunitense Thane Camus (che tornerà nella quarta serie).
Infine va segnalato il fluido utilizzo di più lingue nel corso della narrazione con buffa rivelazione finale del nome del bar campo base dei cavalieri: Lupo. E una delle ultime battute prima degli addii sarà proprio “in bocca al lupo!”. Si, in italiano.

Gli eroi.

Gli Horrors

Fotogrammi della miniserie

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