Zinda

Voto dell'autore: 2/5
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ZindaUn uomo è felicemente sposato, ma sua moglie non fa in tempo a comunicargli di essere incinta che lui scompare. L’uomo è stato rapito, ma strano è il suo destino. Viene rinchiuso in una stanza senza motivo e spiegazioni, tenuto in vita e alimentato. Chiuso nella cella per ben 14 anni tramite un televisore osserva l’evolversi della storia; la morte di Lady D, il crollo delle torri gemelle, la guerra in Iraq, lo tsunami, scoprendo inoltre che sua moglie è stata assassinata e a lui è stata addossata la colpa. Alimentato per 14 anni solo a wanton fritti. All’ improvviso viene liberato sulla sommità di un palazzo. L’ uomo cercherà di capire cosa gli è successo, aiutato da una tassista con cui entra in contatto e a colpi di martello e denti strappati affronterà i nemici fino al confronto con la propria flemmatica nemesi. Dietro al tutto un trauma infantile che ha rovinato la vita di molti e segnato il destino dei personaggi.

Se vi sembra di aver già visto il film non allarmatevi, non abbiamo sbagliato a pubblicare la recensione. Non stiamo recensendo Oldboy, ma proprio Zinda, sorta di plagio estremo del film di Park Chan-wook.

Ora, errare è comprensibile, perseverare no. Il regista di Zinda è nientemeno che Sanjay Gupta, già regista di Kaante, che era a sua volta un plagio de Le Iene di Tarantino.

Il film è identico al capolavoro coreano, e in questo senso è anche molto ma molto bello. Certo, è identico ma più evaporante; non gode della fotografia sfarzosa di Oldboy, che qui si riduce a perenne distorsione in un monocromo azzurrino. Non possiede le scenografie complesse, né una regia così calibrata e anche se gli attori sono bravi non arrivano ai livelli di Choi Min-sik e di Yu Ji-tae che posseggono una gamma maggiore di possibilità espressive, anche se il volto sofferto di Sanjay Dutt è alquanto efficace.

Molte anche le diversità, innanzi tutto l’ ambientazione; il film infatti anziché a Bombay (patria del film) o in Corea (patria dell’ originale) come l’epigono, è ambientato in Thailandia, vissuto da attori indiani, mentre appaiono con tranquillità delle katana, senza apparente motivo. Tanto estremo e gore (passato stranamente indenne alle forbici della censura indiana) quanto talvolta si risparmia un po’ negli eccessi, soprattutto sessuali, mettendo in scena tutte le immagini culto del film modello; il pacco con fiocco, il martello e i denti, i grattacieli e la gente che ci vola di sotto, perfino la sequenza di lotta nel corridoio che è però riuscita decisamente meglio a Park Chan-wook. Diverso è il finale, meno sconvolgente ma in parte ugualmente terribile nella risoluzione, non fosse per l’ ultima sequenza buonista che guasta in toto il pasticcio. E dire che il prefinale fa scorrere i brividi addosso. Poco da dire quindi se non che Zinda è davvero un ottimo film, teso e dotato di un ottimo ritmo, con una buona sceneggiatura, dei bravi attori, e una regia funzionale. Peccato che sia nient’altro che un plagio di un film già esistente e quindi è abbastanza inutile soffermarcisi troppo sopra. Anche se preso in sé è assolutamente e paradossalmente una visione ottima.

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