Zombie 108

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Zombie 108Trovandoci al punto di collasso attuale del cinema di genere la ripetizione di certi schemi è quanto di più scontato vi sia. Per questo il fatto che un regista taiwanese come Joe Chien decida di fare un film di zombie sembra alquanto prevedibile, per usare un eufemismo, così come i ringraziamenti nel finale alla comunità del web che lo ha sostenuto durante la realizzazione. Magari l’ipotesi di partenza per certi soggetti è che si possa ritenere valore aggiunto l’esotismo dell’ambientazione per il genere, ma considerando che lo stesso canovaccio si ripete a Cuba, in Norvegia, in India e a molte altre latitudini sempre uguale, è particolarmente ingenuo credervi ancora. Forse è per ovviare a questo vizio di fondo che inizia ad un certo punto della storia il classico gioco all’accumulo di quei registi alle prime armi, che fanno delle loro pellicole la vittima sacrificale della loro esuberanza. Peccato solo che  si tratti del terzo lungo per Chien e sorge quindi il sospetto che la cosa sia irrimediabile.

Z-108 non è di fatto un semplice film sui morti viventi, perché una volta liquidata sui titoli di testa la premessa del gene scoperto che scatena un’epidemia, ignorando probabilmente la non ovvia correlazione scientifica tra le due cose, si concede anche il lusso di sfociare nel torture porn alla Hostel, così come di avere un attore di colore che pratica parkour e far diventare uno dei protagonisti una specie di mostro che sembra venir fuori da Azione Mutante o dal finale del ben più brutto Resident Evil: Apocalypse.

Sembra generoso allora dedicare troppo spazio a Z-108 che, se non fosse per esigenze di catalogazione come primo film del genere proveniente dall’area cinese, avrebbe goduto giusto dei soliti commenti che accompagnano queste produzioni. Battute d’articolo utilizzate per segnalare la presenza di zombi volanti o tigri zombie, che a onor del vero non ci sono, ma a questo punto ci sarebbe piaciuto vedere. Perso per perso, tanto valeva esagerare, come ha dimostrato il corso della Sushi Typhoon ben più efficace dal punto di vista del puro intrattenimento. E questo nonostante la cura formale del regista in questo caso sia asfissiante con un bel digitale, buoni effetti visivi e tutti i pezzi effettivamente al loro posto, compresa la scelta di notevolissime bellezze nei ruoli principali e quella di una star locale come Jack Kao in un breve ruolo.

Un buon mestiere è certamente evidenziabile, tanto da generare la classica spocchia che in questo mondo invertito fa sì che i registi di genere si bullino degli autori. Uno dei depravati protagonisti si fa grasse risate nel vedere in televisione, ma fuori campo per lo spettatore, un regista famoso divenuto zombie e a quanto pare colpevole di utilizzare i soldi dello stato per fare film incomprensibili. Chi sarà mai? Hou Hsiao Hsien, Ang Lee o Tsai Ming Liang? Forse è meglio evitare di saperlo per evitare di irridere troppo l’imbarazzante risultato finale di questo pellicola, che poco aggiunge alla storia dei film sui morti viventi, se non confermare la tesi di un genere che in termini di idee è moribondo quanto i suoi protagonisti, sebbene ancora prolifico.

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