Zombie Ass: Toilet of the Dead

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Zombie AssSi supponga di dover trovare una definizione per Iguchi Noboru. Ci sono una varietà di parole nel vocabolario italiano che potrebbero servire al caso: da gaglioffo a furfante, da teppista a discolo. A lui si adatterebbero tutte quelle sfumature di simpatia che nella nostra lingua possono connotare, probabilmente senza uguali nelle altre, l’intento criminale, ma maldestro. Così nel 2011 il paffuto regista incomincia a seminare il panico con l’annuncio di una nuova stramberia dall’improbabile titolo inglese fatta di zombie ricoperti di escrementi, belle ragazze e fragorosi peti. Sulla carta un ingrediente ancor più indigesto da aggiungere al già abbondante piatto misto di facezie che ne hanno fatto la fortuna ad occidente e che in qualche modo rappresenta un pericoloso rialzo nella carriera recente del regista. Sebbene sia da rimarcare la provenienza dal mondo della pornografia nipponica del regista, comunque  nel passaggio dal guro ai liquidi organici in film destinati alla circolazione internazionale si varia certamente in termini di scala del disturbante. Esattamente come nel passaggio da un Herschell Gordon-Lewis a un John Waters. Il regista di Baltimora spesso cita il famoso padrino del gore come ispiratore diretto del suo cinema.

What couldn’t you do that there wasn’t a law against yet? Gore. That’s why he made gore movies. The most shocking things are the things that aren’t illegal. 1

Fu quindi questa la molla che lo mosse a filmare il noto finale estremo di Pink Flamingos a base di coprofagia, il puro intento di shockare l’audience forzando i limiti della brutale quotidianità. E fu tentativo tra l’altro perfettamente riuscito visto che oggi a oltre trenta anni di distanza ancora se ne parla. La questione è piuttosto se un Iguchi, regista alternamente mediocre fino ad oggi, sia all’altezza di questo infame compito. Non che Waters ad inizi carriera fosse un fulmine di guerra alla regia, ma si tratta pur sempre di contesti diversi tra cui corre un abisso in termini di epoche e retroterra culturale e ci vorrebbe davvero un folle per paragonare la scena fatta di follia e degrado della Baltimora del regista, simile ad altre disseminate negli USA negli anni, a questa allegra banda di matti Giapponesi, dato che l’unica cosa che giusto li accomuna è la velocità nel tirare via i film e parzialmente proprio questo senso di comunità, di riciclo continuo.

E di fatto Iguchi non ci prova nemmeno ad avere alcun istinto programmatico e/o artistico verso lo shock, tanto da far sospettare che non si sia mai nemmeno posto il problema. Tutto il fattore ribrezzo è relegato alla prima parte di film quando la compagnia di giovani viene assaltata in un bosco dal primo zombie secrescente. Decisamente i tempi sono cambiati e il volto vero dell’operazione è quello della commedia scoreggiona, sì estrema, ma decisamente più allineata ad esempi di cattivo gusto di certa comicità americana o finanche italiana. Eppure, eppure, si tratta del miglior film del regista, forse perché incanalato lungo la trama lineare dei più banali zombie movie che impone un ritmo più composto e una narrazione senza deviazioni. Sembra incredibile da dire, ma tutto scorre con tempi perfetti, svariando senza alcuna logica verso l’horror tentacolare che è decisamente più canonico da quelle parti. Dopo la prima mezzora infatti si scopre che la colpa dell’invasione di zombie è dovuta ad un parassita alieno che provoca flatulenze e finisce per possedere le facoltà mentali degli infetti, poco più insomma di quanto visto in molto v-cinema conterraneo.

Buone stavolta le attrici. A partire da Arisa Nakamura, già presente ancor bimba nell’episodio Snake Girl del Kazuo Umezu’s Horror Theater diretto dallo stesso Iguchi, adesso nel ruolo di una traumatizzata liceale esperta di karate, nonché la sorprendente e popputa Mamoru Asana a cui spetta il ruolo più imbarazzante e sporco del lotto. Ossessionata dalle diete è lei la prima ad ingerire il parassita e divenire una degli infetti tra cui figura ovviamente l’immancabile Asami. Come lei altre figure che con Iguchi hanno fatto la storia della Sushi Typhoon e dintorni si muovono dietro le quinte, tra cui spiccano gli ovvi Nishimura Yoshihiro agli effetti speciali e Kazuno Tsuyoshi a quelli visivi, mentre altre persone si affacciano timidamente come uno dei membri della band 50 Kaitenz protagonista di una citazione da Evil Dead 2.

Sorprendentemente l’operazione va in porto tra tragedie, sentimentalismi e follie assortite in ordine assolutamente casuale e senza senso, ma pur sempre coerente nella sua improbabilità. Tutto culmina nel classico duello aereo finale marchio di fabbrica dei vari film di questo nuovo splatter nipponico in cui ruotano i soliti nomi. Si pensi ad esempio a quelli Tokyo Gore Police o Vampire Girl vs Frankenstein Girl per farsene un’idea, solo che in questo specifico episodio a far da propulsione sono le flatulenze piuttosto che il sangue.

Non si può negare allora al cinema di Iguchi quell’intenzione terroristica e lesiva del buon gusto sempre presente in nuce, ma non si può altrettanto dire che gli effetti sortiti siano irruenti e ben calibrati come quelli di John Waters. Raccordando con quanto detto in precedenza, chissà quante volte il regista americano ha dovuto rispondere a domande sul finale del suo Pink Flamingos, mentre chissà invece se qualcuno farà mai una domanda al riguardo a quello giapponese.

Everybody knows the end of Pink Flamingos was real. So I’ve still won that battle. So I’ve gracefully retired from the gross-out wars 25 years ago, basically, to me. But it’s true, American humor has gotten a lot closer to what I started out doing. 2

Ed è proprio vero che tanta comicità moderna si sia sinistramente avvicinata a quell’estremo compiendo il percorso inverso. Mentre per Waters siamo sicuri che non ci riproverà mai più a fare operazioni del genere, lo stesso non si può però dire per la simpatica canaglia giapponese. Probabilmente continuerà nello stesso sconclusionato modo ad aggiungere tasselli alla sua filmografia ovvero sbagliando spesso come dimostra il successivo Dead Sushi, che non a caso evoca lo spettro della Troma figlioccia bastarda e già nota di Waters e alla quale è certamente più accostabile questo cinema. Continuerà a tentoni in questa direzione con sciocca, irruenta, insolente, ma definitivamente simpatica dedizione. Per cui diamo ad Iguchi quel che di Iguchi, perché sì, stavolta è proprio merda quella che luccica.

Note:

[1] “Cosa si poteva fare per cui ancora non era stata ancora stato creato un apposito divieto? Fu questo il motivo che iniziò col gore nei film. Le cose più shockanti sono le cose che non sono illegali”. Tratto da: John Waters e Serena Donadoni, “Cecil B. Demented”, TheCinemaGirl.com, 2000. 

[2] “Tutti sanno che la fine di Pink Flamingos era vera. Quindi l’ho vinta quella battaglia. Quindi mi sono ritirato con tranquillità da quella guerra al rialzo 25 anni fa, fondamentalmente, per quanto mi riguarda. Ma è vero, la comicità americana si è avvicinata assai al punto da cui io sono partito”. Tratto da: John Waters e Becky Fritter. “Decades Of Depravity.” in: ChuckPalahniuk.net, 2008.

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