Zombie Self-Defense Force

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Zombie Self-Defense ForceLa bandiera giapponese sventola e in voce off viene stilata con pacatezza e dolcezza una invettiva contro le guerre provocate nel mondo dagli USA, contro le atomiche gettate dagli americani sul Giappone, contro l’appoggio  militare agli Stati Uniti nelle loro guerre economiche mascherate da caccia alla volpe e sul finire un sincero apprezzamento alla cultura americana “hamburger, rock’n’roll, Hollywood, ma soprattutto mi piace George Romero. Lui si che era un genio!”. Inizia così il nuovo, attesissimo, film di zombie di Tomomatsu Naoyuki, già regista dello straordinario Stacy.

Ma cosa è successo? Che a fronte di un budget vistosamente misero, il regista imbastisce una storia assolutamente ambiziosa e con una produzione che non è minimamente all’altezza. Seconda “pecca” è la scelta di abbandonare la poesia e la pacatezza di Stacy (ma quello è un lavoro unico che non può ripetersi due volte di seguito) per lasciarsi andare ad uno splatter zombesco interamente contaminato dalla parodia e dal citazionismo. Davvero di tutto viene frullato nel film, dagli zombie romeriani a Brain Dead, Wild Zero, Evil Dead, Versus e il feto volante alla Sars Wars che ha però l’aspetto di un Ghoulie dell’omonimo film. Ma non basta, perché si può continuare a smontare il film riflettendo sul fatto che la svolta marziale finale -vistosamente alla Kitamura- non ha assolutamente né il carisma, né la capacità registica di messa in scena del regista di Azumi, che il 3D è artificioso, che l’albergo in cui si svolge il film ha il pavimento vistosamente coperto di nylon per non sporcare il locale. Quindi un flop? No, visto che la genialità e l’inventiva del regista rimane comunque e regala un film piacevole e assolutamente psychotronico, pieno di invenzioni e follie fino all’autoreferenzialità (un’ombra di  Stacy) finale.

Un disco volante si schianta in un boschetto sotto il monte Fuji emettendo delle strane onde capaci di riportare in vita i morti. In zona c’è una rappresentanza improbabile di tutta una tipologia umana nipponica. C’è uno yakuza (introdotto dalla ost di Battle without Honour and Humanity) che giustizia un gangster e che quando questo torna in vita e gli stacca delle dita a morsi gli urla dietro che tagliare i mignoli è fuori moda. C’è una troupe che sta girando un servizio fotografico per una idol viziata e antipatica (interpretata da Mihiro, vera star del cinema AV). C’è il padrone di un albergo (Yuya Takayama) che ha ucciso l’amante e un gruppo di soldati giunti sul luogo di un suicidio. C’è una gita di liceali alla marinaretta, c’è una leggenda su un soldato mummificato adorato come una divinità e c’è un cyborg in prova che in caso di successo verrà prodotto in massa e spedito negli Usa per combattere la partita di ritorno bellica e rifarsi della sconfitta subita durante la guerra mondiale. Ovviamente tutti questi personaggi e uno sciame di zombie affamati sono destinati ad incontrarsi. Sangue a fiumi, splatter creativo e “funny”, feti volanti, polemica e irriverenza, pre-finale kung-fu e finale straordinario, surreale e apocalittico, che da solo vale il film. Inoltre Zonbie Jietai (che è il titolo originale) contiene continue invenzioni che strappano un sorriso disgustato e una sequenza culto che verrà ricordata; quando la protagonista finalmente trova il disco volante si confronta con il suo conducente, un microscopico alieno dall’aspetto kawai, che “parla” come Pikachu e che lei prontamente seziona in due parti a colpi di katana spargendo sangue e budella per la zona.

In parte una delusione, ma il talento e l’inventiva del regista è innegabile. Personalmente continuiamo ad attendere ogni sua prova sperando in un budget adeguato alla proprio illimitata fantasia cinica. Realizzato con un budget più elevato sarebbe stato innegabilmente già un classico a priori.

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