Zomvideo

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horrorhihomatsuri_flyer_omote_OLAlmeno un lustro fa, in piena esplosione del nuovo splatter giapponese, prima ancora che tutta una serie di registi provassero a far convogliare la loro creatività in un marchio spendibile all’estero, la Sushi Typhoon, nato sotto l’egida della Nikkatsu, i più attenti parlarono di un retaggio, di un certo debito di ispirazione, quella che gli anglofoni chiamerebbero con l’omnicomprensivo termine legacy, di quel nuovo cinema con diversi sporadici prodotti di un passato non troppo remoto. Stacy:Attack of the Schoolgirl Zombies era uno dei titoli citati tra i vari. Questo piccolo cult, scheggia impazzita di V-cinema, girato da Naoyuki Tomomatsu, che mai più si è ripetuto a quei livelli, embrionalmente racchiudeva stimoli deflagrati in maniera più evidente in questi ultimi anni. Il soggetto del film era tratto dal popolarissimo romanzo scritto dallo storico esponente del Visual Kei, quello sospeso tra teatro e glam rock, Ōtsuki Kenji. Sotto il velo dell’apparente esile storiella di ragazzine, che raggiungendo il diciassettesimo anno si tramutavano in zombie, giaceva in realtà il sottotesto più complesso consistente in una critica all’eccessivo lolitismo e successiva commercializzazione del corpo delle donne nello show business giapponese.

Ma cosa c’entra questo con Zomvideo? Al di là del fatto che gli effetti speciali siano curati dall’onnipresente Nishimura Yoshihiro, che il video da cui deriva il titolo del film sia chiaramente debitore di quel momento di follia ultrapop in cui una televendita presentata da Kato Natsuki presenta al pubblico una motosega, la fantastica «Blues Campbell’s Right Hand», per uccidere le zombette, le assonanze sono diverse. Per ricostruirle però bisognerebbe esaminare la storia della spesso intangibile confine tra cultura di consumo e cultura underground giapponesi. Le idol storicamente non hanno mai disdegnato incursioni nel cinema di genere sin dai primordi della loro invasione, ma negli ultimi anni la loro figura è evoluta ancor più.

La contaminazione da certo linguaggio ha quindi più volte sporcato di nero il luccicante mondo delle culture giovanili. Declinato in questa maniera il kawaii si tramuta nella sua sanguinosa e disturbante controparte gurokawaii. I piccoli gruppi indipendenti di idol, che provano a fare il salto nel mainstream, hanno negli anni incominciato ad adottare stili poco consoni. Le BiS (Brand-new Idol Society) ad esempio, alternando esplicite allusioni sessuali al gore con tanto di costumi di scena con budella penzoloni, hanno rapidamente ottenuto un contratto su major, nonché realizzato ben due film grondanti sangue da allegare ai propri dischi. Sulla stessa strada si muovono più recentemente le Necronomidol, che come il nome suggerisce mescolano immaginario black metal alle loro melodie sintetiche. Negli alti palazzi non si sta però a guardare in maniera inerte al fenomeno e ci si lavora dall’interno. Tralasciando la miriade di horror straight to video che vedono protagoniste le AKB48, è ben più significativo citare lo spettacolo Stacies – Shoujo Saisatsu Kageki, basato proprio su Stacy e prodotto da Otsuki stesso, che vede protagoniste l’immortale ensemble delle Morning Musume. Dalle Morning Musume a questo film il passo è breve, perché nel cast ci sono praticamente tutte le componenti di un altro famosissimo gruppo della scuderia Hello! Project ovvero le °C-ute.

Le due principali e più famose componenti sono le protagoniste. Yaiji Maimi è la neo-assunta di una stazione televisiva a cui danno il compito di spulciare nell’archivio VHS. Caso vuole che durante la visione di un misterioso video sugli zombi, nel mondo esterno si scateni l’invasione. Caso vuole che il video spieghi per bene come affrontare la situazione utilizzando armi che si trovano in ogni ufficio come forbici, fermacarte o cataloghi. E caso vuole che in realtà quella videocassetta sia l’oggetto anelato dall’armata di zombi, dato che si tratta di un reale documento della loro precedente invasione, accuratamente nascosto dall’oscurantista governo giapponese. Perché sì, il film, nonostante la sua natura pop, si trasforma in un piccolo e irriverente oggetto di protesta politica. Il famoso comico Murakami Kenji, non nuovo a incursioni da regista con curiosi documentari al confine col metacinema, non lesina le bordate grazie alla sagace sceneggiatura del mangaka tutto-fare Kawai Katsuo. Attraverso la bocca di uno dei due zombi dotati di senno, la stralunata e strabica comica Toori Miyuki, accompagnata dall’altra °C-ute Nakajima Saki, scopriamo che gli zombi vogliono i diritti che gli sono stati sempre negati e soprattutto non vogliono più essere trattati come carne da macello e nascosti agli occhi della gente. La metafora, estensibile a praticamente tutte le minoranze che faticano a vivere nella ultranazionalista società giapponese, è ben forte e amplificata dall’ironia. Persino vestire la Toori come Kaji Meiko nei panni di Sasori (Female Prisoner # 701: Scorpio), che è personaggio in più modi legato alla controcultura giapponese è funzionale, sebbene sembri più un omaggio alla medesima scelta operata da Sono Sion in Love Exposure, piuttosto che al personaggio primigenio.

Si conferma quindi la tendenza alla deriva satirica dei cineasti che ruotano in questa scena splatter-comica. Del presente film se ne è parlato ben poco, probabilmente penalizzato anche dall’anno di produzione 2012 in cui il Giappone ha prodotto un numero mai visto di film sui morti viventi. Più alla larga, il genere è stato abbandonato dagli appassionati occidentali proprio quando si stava facendo interessante. D’altra parte molti saranno stati annoiati da alcune ripetizioni stilistiche di diversi film sotto tono girati continuamente dal prode e iperproduttivo Iguchi Noboru. Ai pochi che resistono, come a noi, non sfuggirà il cameo da zombi dell’impareggiabile Asami e tocca scavare alla ricerca degli episodi migliori. Chissà poi se questo cinema resisterà di par suo come noi.

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