Accidenti, il cinema
horror asiatico è morto e sepolto e quel che ne resta
è una visione in carta fotocopia del passato. Lo dicono
praticamente tutti, pubblico, giornalisti, accademici. Ora,
tralasciando quelli che lo ripudiavano preventivamente fin
dall’inizio (l’approccio preventivo è ormai
la moda del nuovo secolo) rimane un buon 98% a sostenere questa
tesi. Stranamente o ci è andato il cervello in pappa
o a noi di Asian Feast questa teoria ci pare decisamente azzardata
ed errata, anzi, arriviamo ad affermare che dopo i prototipi
del new horror ci troviamo in uno dei periodi più vitali,
produttivi e vivaci della storia dell’horror asiatico
(e di riflesso, mondiale). Molti potranno accusarci di parzialità
sospetta e nel corso dell’articolo cercheremo di proporre
un’analisi capillare e approfondita delle nostre teorie
ma ci piacerebbe partire da una provocazione; in quale paese
del mondo, in un solo anno, sono usciti due lavori rivoluzionari
come
Imprint di Miike Takashi e Haze di Tsukamoto
Shinya?
Certo, stando a quello che arriva in Italia
si fa presto a giungere a risultati fuorvianti e anche un
film valido come Shutter si presta al fraintendimento,
ma solitamente le avversioni su queste basi vengono da un
pubblico che parla senza avere la minima consapevolezza del
background culturale e dell’immaginario passato della
cultura presa in considerazione. L’esempio è
ormai abusato ma sarebbe ridicolo dire che i western sono
tutti uguali solo perchè è simile l’ambientazione
e i costumi dei protagonisti. Quindi è ormai inutile
e patetico lamentarsi se all’interno dei film di “fantasmi”
si presenta un eccesso di capelli e fanciulle algide quando
stiamo parlando di un’iconografia secolare che ha precedenti
cinematografici profondi cento anni (date un’occhiata
alla galleria fotografica dedicata per farvene un’idea).
Approfondendo il discorso con queste persone si arriva alla
fine ad un vago “aò, io preferisco gli horror
americani”, citando una listarella di film di almeno
un ventennio prima.
Il resto sono quelli che sanno ma non ammettono,
ossia giornalisti e accademici. Questi, dall’alto della
propria posizione non possono ammettere la loro poca cultura
in questo campo né probabilmente hanno il tempo e la
voglia di approfondirla. Quindi per non apparire incompetenti
e perdere così il proprio altare culturale preferiscono
tentare di delegittimare il prodotto in questione e renderlo
vago e privo di interesse al fine di giustificare la loro
voluta non applicazione ad esso. Ma questo è un vizietto
losco proprio di tanta intellighenzia italica, nel tempo,
nei generi e non solo nel cinema.
Invece no. Il fattore principale è
che parallelamente alla maggiore produzione massiccia di horror
(poi vedremo perché) c’è stata una maggiore
capacità di fruizione delle opere. D’accordo,
i giapponesi fanno un po’ a modo loro e non mettono
praticamente mai sottotitoli in lingue anglofone nei DVD.
Ma grazie ai loro film distribuiti ad Hong Kong (quindi con
sottotitoli inglesi), a quelli arrivati in occidente in seguito
ai remake e alla moda, grazie ai sempre più numerosi
festival sempre più lungimiranti, alla condivisione
via internet di files e soprattutto al lavoro dei fansubbers
(ragazzi che conoscono la lingua e che traducono da soli i
sottotitoli condividendoli poi gratuitamente con tutti tramite
internet) c’è stata una grossa possibilità
di vedere e toccare con mano gli stessi testi filmici. Lentamente
poi il supporto di riviste sempre più (obbligatoriamente)
aperte (pensiamo ai dossier di Nocturno o al bel numero fuori
serie di Mad Movies), e la pubblicazione di libri dedicati
(uno dei cataloghi dell’edizione 2005 di Sitges era
un dizionario sull’horror asiatico dal 1995 al 2005)
hanno permesso uno studio e un confronto tra studiosi e appassionati.
Insomma, l’horror asiatico ha bisogno di ricerca e di
attenzione e più di prima necessita di uno studio maggiore
e certosina applicazione, per dribblare i logici cloni, plagi,
le minestre riscaldate e trovare quello che c’è
di buono; e vi assicuriamo che c’è.
Ma vediamo cosa succede da quelle parti.
Il quartier generale del genere rimane sempre il Giappone
che da solo può riuscire a soddisfare il bisogno pro
capite di paura del globo. Non è un’onda solo
cinematografica ma avvolge tutte le forme e tutti i media
popolari. Numerosa è la produzione in video per la
TV (anche Nakata e Shimizu si sono fatti lì le ossa),
in forma di corti, medi e lungometraggi a differenze di budget,
spesso prodotti e poi raccolti in compilation e DVD antologia
(come Tales
of Terror). Oggigiorno il mercato video giapponese
è molto avanzato ed è continua fonte di ispirazione
per le successive proposizioni tecnologiche e strategie di
diffusione in occidente. Non è evento né caso
limite la produzione di mini horror solo per la messa in onda
via cellulari e via internet. Parallelamente funziona bene
anche l’horror animato sia in forma intima, introspettiva,
paranoico- sofisticato (alla Perfect Blue per intenderci
e gli altri lavori limite di Satoshi Kon come Paranoia
Agent) che nelle versioni estreme e TEENtacolari leggermente
in calo (A Kite, Urotsukidoji, La Blue
Girl) che in versione folkloristica e filologica alla
Inuyasha come il recente Ayakashi (sceneggiato
da Konaka Chiaki). I manga horror sono prodotti e consumati
in massa proprio come la letteratura. Di tutta questa sterminata
produzione (e non abbiamo ancora citato i film in sé)
ben poco arriva in occidente spesso anche comprensibilmente;
difficilmente prevedibile può essere la reazione di
un lettore di un manga, nemmeno ero guru ma proprio porno
splatter di Kondom (si, si chiama così), delle
illustrazioni zoofile di Yugo Kurita, i deliri di Shintaro
Kago (leggere Head Prolapse Elegy, storia di un racket
della prostituzione gestito da delle arrapate Krasue), l’ultraviolenza
di Uziga o il principino del lolicon hentai Hoshino Fuuta
(censurato in Canada, roba da caccia alle streghe e moige
in crisi epilettica). Anche a livello letterario siamo messi
maluccio, le poche volte che arriva qualcosa è un telefono
senza fili di traduzioni dall’inglese come per i romanzi
della serie Ring; fortunatamente in Italia abbiamo
la pubblicazione Alia
che cerca di rimediare a queste carenze con puntuali traduzioni
e adattamenti diretti. Tutti questi prodotti poi diventano
una specie di labirinto e di frullatore intratestuale e multimediale
(esempio base: il progetto Parasite Eve o il più
recente Blood). Ecco quindi che dai romanzi nasce
il manga, dal manga si ispira il videogioco che a sua volta
è base per un film (e magari una serie TV) e logica
serie a tirature più o meno limitate di action figures
(sia Umezu che Hino hanno le loro inquietanti statuine a tema
ad esempio). E proprio il videogioco è uno dei medium
dove più di ogni altro l’orrore ha sperimentato
nuove strade; dopo Resident Evil e Silent Hill
nulla è stato più come prima. La moda, il commercio
e il flusso straordinario di capitali in questo senso ha permesso
anche una straordinaria libertà e possibilità
di rischio ed espressione, basti pensare all’esistenza
stessa di un lavoro straordinario e inspiegabile come
Killer7, sorta di film di David Lynch filtrato da una
sensibilità otaku e fruibile secondo nuovi e innovativi
schemi di interazione. E a dimostrare l’eterno e continuo
salto tra i media non si può non notare le somiglianza
tra un videogioco come Project Zero e un film come
Shutter. Ma come dimenticare lo straordinario Clock
Tower 3, nobilizzato dalla suntuosa regia del maestro
Fukasaku o decine di altri titoli dall’incredibile
Second Sight a Forbidden Siren?
Sotto il livello epidermico giace tutto il
marcio di una produzione sotterranea e foltissima, tutto ciò
che può essere permesso dal V-cinema, sorta di produzione
parallela e a basso budget per il solo mercato video. Qui
c’è la possibilità di rendere in carne
ed ossa gli estremi presenti in manga e serie animate; e quindi
via al live de La Blue Girl e di Angel of Darkness
e poi la “fica assassina” (Killer Pussy appunto)
di Takao Nakano, papà di delizie del calibro di Exorsister
e Playgirl. Ma si può sprofondare sempre di
più, proprio come fa la protagonista di Muzan-E
di Daisuke Yamanouchi, e approdare a finti snuff, parodie
erotiche, finti harakiri, pornowrestling (esempio: Lady
Karate Fighter VS Rape Maniacs), film sui suicidi, mostri
di gomma, Sentai e via per questa strada. Riemergiamo e torniamo
ai film. Dicevamo, in un anno Haze e
Imprint. Certo, uno dei maestri del genere, Kiyoshi
Kurosawa (Kairo, Cure), ha profondamente
deluso con i suoi House of Bugs e, soprattutto Loft,
ma ne viene prodotta di robina. La moda facilita la circolazione
anche se spesso incita l’omologazione. Ecco che un uomo
dotato come Shimizu continua a produrre
Ju-On con una continuità allarmante ma
dimostra, quando vuole, di essere capace anche di improvvise
vette di originalità, da Marebito all’episodio
divertentissimo e autocritico dell’opera collettiva
Dark Tales of Japan
fino alla sua Tomie.
Ma non mancano i nomi; Shugo Fujii ad esempio ha trovato adepti
grazie al suo terribile Living Hell e soprattutto
al suo bel corto Dead Money. Uno “sconosciuto”
Hideyuki Kobayashi ha partorito un altrettanto sconosciuto
Marronnier,
straordinario horror saturo di bambole e bambolotti (missione
non riuscita all’orribile coreano Doll Master)
assolutamente surreale e geniale, un capolavoro misconosciuto
imprescindibilmente da riscoprire. Spesso è proprio
in questi film a basso budget, spesso in video, che si trovano
i gioiellini più riusciti e interessanti, come Cursed
di Yoshihiro Hoshino o Tokyo
Psycho di Ataru Oikawa. Ma i nomi sono tanti, più
o meno noti, così come i film; Masayuki Ochiai (Infection,
Hypnosis), Koji Shiraishi (Ju-rei), Norio Tsuruta
(Ring 0, Premonition), Yoshihiro Nakamura,
Joji Iida (Battle
Heater, Another Heaven). Cosa dire di fronte
ad un film così ricco e patinato, incomprensibile nella
trama e furioso negli effetti speciali gore come EM/Embalming
(dove tra le altre cose recita il veterano regista Seijun
Suzuki)? Il film è inutile ma la sua esistenza fa riflettere.
O il folle, ingestibile, Tokyo Zombie? E i film sui
suicidi che vanno così bene dal già classico
Suicide Club
agli orribili Suicide
Manual? E poi le serie che crescono da un paio di
episodi (Shibuya Kaidan) fino a Tomie
(che viaggia sui sette), All Night Long (cinque),
Ring (tre o quattro o cinque a seconda di come la
si voglia guardare), Ju-On
(ho perso il conto).
Per chiudere le tendine sulla zona mettiamo un nome che non
fa mai male e che non andrebbe dimenticato, Miike Takashi,
regista laterale ad ogni genere ma che ha messo la firma su
alcuni degli “horror” più straordinari
dell’ultimo ventennio.
E siamo solo in Giappone.
Al di fuori, come dicevano i Matia Bazar,
“c’è tutto un mondo intorno”. In
due paesi (Thailandia e Sud Corea) l’avvento del new
horror ha corrisposto con la rinascita della stessa cinematografia
locale. Ovvio quindi che l’horror sia stato uno dei
generi più spinti in produzione, spesso con risultati
del tutto inaspettati. La Corea del Sud si veste a nuovo ogni
estate per proporre i suoi film di paura, non sempre tutti
riusciti, non sempre tutti originali, ma spesso assolutamente
rigeneranti. Non volendo fare rientrare nella categoria né
lo straordinario Memories
of Murder, né Happy End (ma c’è
chi lo fa) alcuni dei film coreani più interessanti
degli ultimi anni sono horror. Il principino del genere è
probabilmente Memento
Mori, vera pietra scagliata in piena new wave a fare
bella mostra di sé di fianco ai prodotti nipponici.
Ma un po’ tutta la serie di Whispering Corridors,
nonostante catastrofiche cadute di originalità presenta
alti momenti di interesse. Il 2006 è stato l’anno
del monster movie di Bong Joon-ho presentato a Cannes, The
Host e gli anni scorsi la Corea del Sud ha regalato altri
titoli davvero niente male da The Wig che parte come
la deriva della deriva dell’horror asiatico (una parrucca
assassina!!) e regala una partitura melodrammatica straordinaria,
fino a R-Point
eccellente e suggestivo melange di film bellico e horror d’atmosfera.
C’è poi il caso clinico, Ahn Byeong-ki autore
di un trittico (in parte giunto anche in Italia) estremamente
terrificante ma di utilità quasi nulla, ossia Nightmare,
Phone e Bushinsaba. Il regista ha uno straordinario
talento nella messa in scena e nell’evocazione del terrore
ma pecca di poca originalità ed interesse del soggetto.
Ai tre titoli già citati si è appena aggiunto
il suo nuovo A.P.T., scombinato, ma due spanne sopra
gli altri suoi titoli, rabbioso, spietato, originale, con
vette di genialità; un buon film, finalmente. Ma non
basta. Per molti prodotti medi assolutamente orribili (The
Record, Doll Master, Bloody Beach…)
ci sono altrettanti titoli medi interessanti che se non cambiano
la storia del genere si propongono però come valide
alternative; da Antartic Journal, Sorum,
The Soul Guardians,
To Catch a Virgin
Ghost fino a The Uninvited. Altri due film
vanno ricordati, il primo, l’inspiegabile, criptico
slasher ultragore Tell Me Something, l’altro
The Ring: Virus, versione del romanzo ormai classico,
molto fedele e riuscita come l’originale giapponese.
Infine va citato il nome di Kim Jee-woon (A
Bittersweet Life)
che nella prima parte della propria carriera tanto ha dato
al genere, dall’esordio The Quiet Family, all’episodio
breve del film collettivo Three
(ma non dimentichiamo lo strampalato Cut di Park
Chan-wook contenuto invece in Three…Extremes)
fino all’ormai noto A Tale of Two Sisters.
Più complessa è la situazione
in Thailandia che fatica sempre un po’ a prendersi sul
serio e che quindi spesso ha regalato straordinarie commistioni
del tutto inedite tra orrore e commedia. E’ questo il
caso di follie del calibro di Sars Wars (surreale
film di zombie al neon), della trilogia di Buppha Rathree,
fino a Body Jumper e Headless Hero. Il meglio
di sé la Thailandia lo regala quando si ancora al proprio
nazionalismo, al folklore e alla cultura più superstiziosa;
in questi casi anche in film poco riusciti riesce a turbare.
Ecco allora che anche schifezze come Seven Day in a Coffin
contengono sequenze inimmaginabili, come un uomo che si va
ad accoppiare con un cadavere nella bara esposta al tempio
o in Macabre Case of Prom Pi Lam dove dopo un’ora
e mezza di indagini sulla morte violenta di una ragazza si
viene a scoprire che era stata violentata da tutti gli uomini
del villaggio, nessuno escluso. Il cinema thailandese non
ci va leggero in questo e raggiunge forse il climax del malessere
nell’intenso e durissimo Zee-Oui
dove sia i cinesi, che i giapponesi che gli stessi thailandesi
vengono descritti come bestie sanguinarie prive di ogni umanità,
sfruttatori, assassini e divoratori di bambini macellati.
Il cinema thailandese è molto legato all’horror
e la produzione negli ultimi anni è stata davvero massiccia;
uno dei film che ha rappresentato la rinascita del cinema
nazionale è stato proprio il bel Nang Nak,
lugubre storia di fantasmi in stile Storia di Fantasmi
Cinesi tratto da una leggenda popolare famosissima portata
poi sullo schermo anche quest’anno nel gradevole Ghost
of Mae Nak. Poi ovviamente ci sono i film “fedeli
alla linea”, quelli che vengono puntualmente esportati
in occidente e si prestano totalmente all’evocazione
dello stereotipo alla base di questo articolo. Ma possibile
che il pubblico non sia capace di distinguere un plagio (oltretutto
orribile) di Ju-On
come The Sister
da un film che invece propone elementi personali solo facenti
parte di uno stesso immaginario come Shutter? Qui
si tratta quasi di cecità. I thailandesi poi sono ormai
noti per non andarci tanto leggeri con il sangue; se già
il primo, brutto, Art
of the Devil sorprendeva per gli eccessi gore, il
sequel è quasi insostenibile fin dai poster promozionali
estremamente espliciti. Ma scene del genere appaiono improvvise
anche in film apparentemente moderati (in Ghost of Mae
Nak ad esempio c’è un bel dettaglio di un
uomo sezionato in due da una lastra di vetro caduta dal cielo).
Di film orribili ovviamente ce ne sono e tanti (esempio: 999-9999:
Dream or Death), ma la varietà del resto è
di una freschezza entusiasmante: Dal kaiju locale Garuda,
allo scontro tra stregoni in chiave horror virata dal 3D di
Necromancer,
fino ai film, come anticipato, più legati alla mitologia
e al folklore locale rappresentati da coccodrilli giganti
assassini e cavalieri senza testa; numerosi gli esempi da
The Wheels, il criticatissimo episodio di Nonzee
Nimibutr appartenente al film collettivo Three
al pittoresco Krasue,
creatura mitologica rappresentata da una testa femminile volante
con appesi alla base del collo gli organi interni ballonzolanti,
presente sia nel film omonimo che nel recente Ghost of
Valentine di Yuthlert Sippapak. Proprio lui è
uno dei nomi fondamentali della scena horror locale, con il
film appena citato e il precedente Buppha Rathree.
Noti invece ormai a livello mondiale sono i Pang Brothers
con la loro trilogia di The Eye e diversi prodotti
in tema (Ab-normal
Beauty…), coerenti, sofisticati e perfettamente
in linea con le loro produzioni patinate e suntuose.
Giungiamo tristemente ad Hong Kong dove un tempo, quando era
in atto un metodo diverso di fare cinema, l’horror era
vitale e straordinariamente “altro” da ogni oggetto
filmico presente sulla faccia della terra. Dopo il 1997 per
il genere è stata dura. Senza potere andare troppo
indietro nel tempo (ai fini dell’analisi) rimangono
poche cose da evidenziare.
I prodotti migliori e più riusciti,
assolutamente competitivi e importanti nella storia del genere,
sono i mediometraggi (e le loro rispettive versioni lunghe)
presenti nei due film collettivi Three
e Three…Extremes,
rispettivamente Going Home di Peter Chan e Dumplings
di Fruit Chan. Parallelamente a questi film, cercando di dribblare
l’estenuante serie di Troublesome Night, brutta
già dal primo episodio e ormai prossima al ventesimo(!!!),
c’è stata l’opera sperimentale di Soi Cheang.
Se i germi di quello che sarebbe arrivato erano già
nell’intenso e curioso Diamond Hill, il colpo
deflagra con Horror Hotline…The Big Head Monster
confuso sviluppo dalle fughe alla Blair Witch Project con
il merito di procurare della reale paura nello spettatore.
Il colpo successivo è il terrorizzante New Blood
dove in controtendenza alla presenza di fantasmi dai lunghi
capelli corvini il regista infila una fantasmessa totalmente
rasata. Dopo l’ibrido e poco riuscito The Death
Curse l’ultima sorpresa è il criticato Home
Sweet Home, horror di facciata pronto a mascherare un
dramma della disperazione materna assolutamente coraggioso
e ennesima prova di straordinario talento registico, sorprendente
nella gestione ed esplorazione degli spazi urbani. Un gradino
più in basso c’è il dittico di Law Chi-leung,
ossia Inner Senses e Koma,
leggermente più riuscito il primo, duro da visionare
il secondo, assolutamente abborracciato nonostante il talento
precedentemente dimostrato dal regista in film come Doppio
Tiro (Double
Tap). E poi? Cosa resta? Poco a dire il vero. Tanti
orribili plagi (questi si e va ammesso) dei vari Ring, a partire
dalla seriaccia Wicked Ghost fino a Sleeping
with the Dead, The House (plagio asettico di
ogni horror esistente), “cose” orribili come X-Imp
(da non confondere con i vari altri Imp), le “cose”
di Tony Leung Hung-wah come Demoniac Flash o quelle
di Wellson Chin e Herman Yau. Ogni tanto qualcosa di piccolo
e trascurabile, ma almeno curioso o particolare appare, come
il 3D pittoresco di The
Snake Charmer, le indigestioni di Human Pork
Chop, il geniale The Stewardess di Sam Leong,
l’autrice a confronto con l’horror in Visibile
Secret, le cazzatine di Slim till Dead e qualche
altro raro sussulto.
No, non basta, l’Asia è molto più ampia
di quanto possa sembrare e così il suo cinema.
Le Filippine nonostante la crisi che avanza
tentano anche loro la strada della paura spesso con esiti
decisamente interessanti. Il successo straordinario del film
nazionale Feng
Shui di Chito S. Rono ha aperto la strada al genere
ma ha anche soffocato prodotti meno competitivi sia nell’evocazione
dell’orrore stereotipato del prototipo che nel budget
investito, come l’interessante e limaccioso Pa-Siyam
di Erik Matti. Intorno a questo viaggia un microuniverso da
esplorare e tutto in sviluppo, spesso virato da dosi di ironia
in salsa rosa; è il caso della sensuale e prosperosa
serial killer del film Keka (Quark Henares) o della
commedia/action/horror di fantasmi di Joyce Bernal, D’Anothers.
Il regista Rico Maria Ilarde, già autore del cult Woman
of Mud, quest’anno ha proposto al Far East Film
Festival due lavori in video, uno breve e poco intrigante,
Aquarium, un altro, Beneath the Cogon, ambiziosa
produzione pulp horror a bassissimo budget e diretta in digitale,
che dimostra che se il talento c’è emerge prepotentemente
anche senza un budget adeguato. Il film ha tutti i pezzi a
posto e risulta piacevole e suggestivo.
Il cinema cinese con l’allentarsi delle
maglie della censura riesce sempre più a portare a
galla anche a livello mainstream le proprie paure dirigendo
un film suntuoso e intenso come
Suffocation. E’ ormai preventivato, e se
ne hanno le prove reali, che lo sviluppo ormai imminente del
cinema nazionale sarà esplosivo e quindi resta solo
da osservare la strada che verrà presa dai generi.
Le altre nazioni ci provano comunque. La
Malesia dopo aver tentato (con successo) la strada del wuxia
con il colossal Puteri
Gunung Ledang (presente alla 61esima Edizione della
Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia)
tenta il bis con un horror, Pontianak
senza riuscire però nell’impresa di bissare il
successo del precedente film.
Ci riesce invece Taiwan che cerca sempre
di più di slegarsi, liberarsi dal pesante fardello
e creare un’alternativa commerciale ai due noti autori
locali. Il super horror di quest’anno è The
Heirloom del giovane Leste Chen, apparentemente poco
originale ma assolutamente riuscito, competitivo e intrigante
nel mettere in scena una terribile leggenda folkloristica
già proposta in altri film asiatici. Se il ritmo è
a tratti altalenante il film è solenne e suntuoso nell’estetica
e nella messa in scena arrivando a regalare alcune sequenze
assolutamente riuscite.
I capitali singaporesi sono convogliati nella
ghost story The Maid mentre l’India, industria
iperproduttiva e quasi impossibile da monitorare adeguatamente,
tra originali (l’interessante Bhoot di Ram
Gopal Varma) e plagi (da Bollywood anche un vistoso clone
di The Eye) porta continua linfa al genere regalando
talvolta anche oggetti assurdi non identificati come il contenitore/frullatore
stracult intitolato Jaani Dushman.
Se sembra ormai appurata la vitalità
di ogni singola nazione spesso si raggiungono risultati eccellenti
quando queste uniscono le forze per co-produzioni o film collettivi
come Three,
Three…Extremes
o Dark Night.
Dopo questa breve panoramica trovo davvero
difficile continuare a parlare di morte di un genere, ma per
gli irriducibili ritorno alla provocazione iniziale; in quale
paese del mondo in un solo anno sono usciti due lavori rivoluzionari
come Imprint
di Miike Takashi e Haze di Tsukamoto Shinya?

Postilla: All’interno del forum di
Asian Feast, sempre vitale e stimolante, si rifletteva su
categorie, tempi, caratteristiche del genere. Effettivamente
se in parte la base dell’articolo è sul new horror
è vero che poi esula mostrando un passaggio temporale
ormai evidente. Per new horror (o new J-horror) intendiamo
i film prodotti da circa metà degli anni ’90
e che partono da una base composta da titoli come Ring,
Kairo, Cure, Perfect Blue e videogiochi
come Silent Hill, prodotti che reinventano in toto
la metodologia dell’orrore: pochi effetti speciali e
poco sangue, alta atmosfera, maggiore realismo, silenzi e
rumori avvitati e/o industriali al posto delle classiche partiture
orchestrali assordanti, spiccato senso del melodramma. Prima
c’era stata negli ’80 (parlando soprattutto di
Giappone) una lunga serie di prodotti più goffi e ludici,
spesso allietati da creature più gommose ed esplicite
(Word Apartment Horror, Sweet Home, Battle
Heater..), tutto il filone TEENtacolare alla Urotsukidoji,
e gli estremi alla Guinea Pig. Il genere TEENtacolare
(©CZ) si è eclissato negli ultimi anni, ed era
un fiorente filone figlio al contempo sia di film come Possession
di Zulawski che di origine pittorica (pensiamo solo al classico
di Hokusai Il Sogno della Moglie del Pescatore).
In questi prodotti, soprattutto d’animazione (Urotsukidoji,
La Blue Girl, High School Invasion, Angel
of Darkness…) grotteschi mostri tentacolari abusavano
sessualmente di innocenti scolarette nipponiche. Se anche
il genere sembra essersi quasi spento, l’immaginario
da esso generato è ormai ancorato nella sottocultura
locale. Sia un tentacolo o un altro oggetto, le reazioni fisiche
e le deformazioni dei corpi delle fanciulle abusate –specie
se animate- rispondono ormai sempre a anomale e irreali leggi
della fisica, particolarmente ancorate ad un gusto del “kawai”,
composto da curve tondeggianti, sacche morbide di carne ondeggiante
e maniacalità nella realizzazione grafica di liquidi
vari.
Al contempo il cinema più estremo
e gore continua a fluire sommesso sia nelle forme più
brutali e indie del v-cinema che –tornato a nuova vita-
nei prodotti mainstream di registi che fanno del sangue arte
(come un Miike Takashi ad esempio).
La cosa da sottolineare è come l’avvento del
new horror abbia sia ristabilito leggi, modi, immaginari e
stili, ma al contempo aperto strade impensabili e rivoluzionarie
anche all’horror tout court non direttamente riconducibile
a quello stile. Quindi se il boom è stato quello dei
film di fantasmi femminili si sono poi spalancate le porte
ad altre infinite possibilità di offerta di paura e
orrore. Incredibile a dirsi è l’estrema originalità
–pari a quella dei film di fantasmesse- delle altre
fasce di prodotti del genere, dai film di zombie alla Stacy,
ai bambolotti assassini di Marronnier
fino al racconto bellico coreano R-Point.
A cura di CZ:
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