15° Far East Film Festival


15 Far East Film Festival 2013

(19 – 27 aprile 2013)

Far East Film Festival atto 15. L’anno del massacro ai finanziamenti. Tagli vistosi che si sono riflessi visibilmente sulla confezione ma non, fortunatamente, sui contenuti. Ridimensionate quindi le scenografie, ridotto lo spazio del mercatino interno, più sobrio e fortunatamente accessibile il buffet d’apertura, abbandono della traduzione simultanea in cuffia dei film sostituita dai doppi sottotitoli italiano/inglese. Esile seppur sulla carta fondamentale la retrospettiva monografica su King Hu e abbandono quasi totale delle proiezioni (solo due) nel Cinema Visionario. Non si è tagliato invece sulla penetrazione nel territorio confermando la numerosa presenza di eventi che andavano ad occupare e a coinvolgere l’intera città, dalla confermata vetrina per cosplayer ai laboratori, mercatini, party. Infine, finalmente, la festa di chiusura ha trovato una collocazione, seppur fuori mano, tutto sommato pittoresca e accogliente, anche se colpita dai soliti, ma comprensibili, imprevisti.
Ma è proprio nei momenti di maggiore difficoltà che le energie si ottimizzano e spesso ottengono i risultati migliori. E così è stato. Il FEFF 15 verrà ricordato come una delle edizioni più rappresentative di ciò che avviene nel cinema asiatico. Il pubblico e la critica deve iniziare a capire che non si tratta di un mero Festival competitivo (come Torino, Venezia o affini, su questo tema si legga l’illuminante introduzione al catalogo di Stephen Cremin) in cui si va a caccia dei migliori film da presentare. Il Far East da anni cerca nomi nuovi da regalare poi ai grandi eventi, e sceglie quei titoli che più rappresentano la contemporaneità; ovvio che non tutti possano essere capolavori. Lost in Thailand è tutto fuorché un grande film d’autore ma la sua presenza era quasi obbligatoria visto l’incasso ottenuto a fronte di un investimento mediamente ridotto. Film inseriti per capire e conoscere. Solo un Festival così si prende l’onore/onere di farlo. A prescindere dalla qualità dei titoli. Chi non ha ancora capito questo, dovrebbe evitare il Festival.
La qualità era media e trasversale tra i paesi, i film calibratissimi con una ottima scelta ragionata per Cina, Corea e Hong Kong. Un solo film da Malesia e Indonesia ma sguardo coraggioso su Taiwan (con ben cinque titoli) e uno spumeggiante film Nord Coreano (Comrade Kim Goes Flying).

Giappone e Corea del Sud in testa con dodici titoli a paese.

Eccessivi per la Corea, in effetti, che però regala alcuni film straordinari a ennesima riprova che dopo uno stallo di circa quattro anni il paese sta vivendo una seconda giovinezza. Su tutti dominava New World (dallo sceneggiatore di I Saw the Devil), un gangsteristico lungo ma mai noioso, parimenti epico e sanguinario, ben scritto e diretto con mestiere. Uno dei due migliori titoli di questa edizione. Si facevano poi notare il nuovo Ryoo Seung-wan, The Berlin File, film di apertura risaputo e malscritto ma ottimamente diretto e con un paio di sequenze d’azione mozzafiato. Un ideale mélange (non propriamente riuscito) tra Guy Ritchie e Tinker, Tailor, Soldier, Spy. National Security sarà ricordato per il coraggio dei temi trattati (i vari regimi militari che torturavano innocenti in Sud Corea fino a poco tempo fa) e per il fatto di essere composto per il 95% della propria durata da torture. Jury è un buon corto del direttore del Festival di Pusan, Kim Dong-ho, che si è anche aggiudicato, meritatamente, il Gelso d’Oro alla carriera, mentre How to Use Guys with Secret Tips di Lee Won-suk è stato il vincitore assoluto dei premi del pubblico.

Dal Giappone arrivava il nuovo geniale film di Miki Satoshi, It’s Me, It’s Me, coerente con la sua impronta autoriale, un oggetto complesso e sottovalutato. Isteria di massa in sala per la presenza dell’idol locale Kamenashi Kazuya che è rimasto a firmare autografi e a farsi fotografare per mezz’ora nonostante gli evidenti divieti imposti dai manager. Hideo –Ring– Nakata torna con The Complex, un film anche questo poco compreso, che è una straordinaria rivoluzione, opera di coraggio e unica strada forse percorribile; il maestro dell’horror dopo un decennio di flop dirige un horror anni ’50 mascherandolo da new J-horror di fine ’90; il risultato è unico e irripetibile. Kudo Kankuro, il genio folle creatore di Yaji & Kita: Midnight Pilgrims, torna con un film intitolato Maruyama, the Middle Schooler, un oggetto delirante e unico, forse troppo lungo ma come al solito esperienza filmica coraggiosa e refrigerante, gioiello pop che segue le vicende di un ragazzino la cui ambizione ultima è di praticare un’auto-fellatio con deriva supereroistica finale. Interessante il colossal chanbara The Floating Castle, e delude parzialmente il risaputo A Story of Yonosuke. Nakamura Yoshihiro è un bravo regista ma privo del senso della chiusura e della metrica e nel suo See you Tomorrow Everyone pecca degli stessi, soliti difetti. Un film che comunque è piaciuto molto agli spettatori.

Occhi puntati sulla Cina, ormai il centro del cinema del mondo, tra blockbuster, sfarzo, soldi da buttare e fortunatamente anche del talento. Selezione oculata; abbiamo infatti il già citato campione di incassi Lost in Thailand, l’attesissimo blockbuster Painted Skin: The Resurrection e Design of Death, uno dei titoli più convincenti del palinsesto che conferma l’anno fortunato per l’attore Huang Bo (lo troviamo in questo film d’autore, nel campione di incassi Lost in Thailand e nell’ultimo Stephen Chow, Journey to the West: Conquering the Demons, nei panni nientemeno che del re Scimmia). Interessante il Beijing Flickers di Zhang Yuan, e dolce il monster movie Million Dollar Crocodile. Un paio di scartine (l’insopportabile e risaputo Feng Shui?) e la delusione di The Last Supper di Lu Chuan (presente in sala con  l’attrice Qin Lan) che si scorda totalmente di raccontare per immagini nonostante sfarzo e resa visiva accecante.

Hong Kong parzialmente viva seppur con uno stile e dei budget vicini a quelli della Cina. Robusti i due The Bullet Vanishes e Cold War, dignitoso l’Ip Man di Herman Yau e discontinuo il nuovo Ronny Yu (Bride with White Hair, Freddy VS Jason) presente con Saving General Yang. Avevamo riposto molte speranze in Adam Wong ma con questo The Way we Dance, film a base di musica e danza perde parte della sua vena poetica e personalità, mentre James Yuen con My Sassy Hubby dirige l’ennesima commedia sentimentale tipicamente locale. Infimo e indifendibile il nuovo The Guillotines.

I cinque titoli taiwanesi sono praticamente tutti romanticherie ben fatte e dentro ai binari; Touch of the Light si vince però il premio degli accreditati Black Dragon.

Dalla Thailandia in crisi creativa arrivano tre horror, The Gangster e Home. Home è del regista di Love of Siam e sembra quasi un remake alla ricerca del medesimo successo. Invano. The Gangster è un buon reboot ultragore seppur inutile di quel Dang Bireley’s and Young Gangsters che a fine anni ’90 rilanciò il cinema locale. I tre horror sono ben diversi e qui vanno spese due parole; l’attesissimo 9-9-81 è praticamente un nulla, già visto e penalizzato da una fotografia scurissima. Il buon Countdown si vince il secondo premio del Festival; ben diretto e scritto, dotato di buon ritmo non ha dalla sua un briciolo di originalità tanto da sembrare un film medio del recente filone horror francese ambientato negli USA. Di thailandese ha solo gli attori e un 40% del film parlato (il resto è in inglese). Sarebbe stato perfetto per il Festival di Torino. Infine Long Weekend del regista di Sars Wars che ha un soggetto esilissimo ma si rivela come una sorta di ininterrotto mitragliatore procacciatore di paura sullo stile di alcuni riusciti horror tipicamente thailandesi del passato. Ben diretto e con un ottimo apparato visivo naif, possiede un impianto audio geniale allo stato dell’arte.

Curiosa ma vincente la scelta filippina. Il miglior film del Festival arriva da lì; Mariposa in the Cage of the Night mostra un cinema locale aggressivo e libero, crudo e lesivo, in un’opera indimenticabile. Si tenta il bis degli scorsi anni con la coppia Martinez-regista/Domingo-attrice e il loro I Do Bidoo Bidoo lungo musical con piccola fuga del pubblico dalla sala. The Strangers è un recente horror finito in prima mattinata e TikTik: The Aswang Chronicles una sorta di Dal Tramonto all’Alba filippino diretto dall’eclettico Erik Matti.

Inspiegabilmente anche quest’anno presente dall’Indonesia un film della regista UPI, una che dopo tanti anni e tanti film ancora non ha idea di cosa sia il cinema; il suo Shackled sorta di Lynch mal digerito produce più riso che angoscia.

Un ottimo tassello di questa quindicesima edizione è stato l’omaggio al recentemente scomparso regista filippino Mario O’Hara con la proiezione del suo durissimo Demons, occasione d’oro per gioire di questo stranissimo oggetto tagliente a metà strada tra Jess Franco e Walerian Borowczyk con un finale quasi traumatizzante.

Per concludere, i film, specie quelli cinesi, sono sempre più competitivi e in sfida diretta verso Hollywood. C’è anche da dire che a fronte della qualità di resa visiva e ricchezza ostentata, anche il lavoro sull’audio sta iniziando a divenire tecnicamente magistrale, anche nelle cinematografie “minori”. Quello di Long WeekendSaving General Yang è talmente potente e complesso da lasciare quasi frastornati.
Una buona edizione nonostante tutto, affollata come sempre, forse più intima e romantica del solito, e con un calore ancora più vitale da parte di pubblico, organizzatori e ospiti, segno inequivocabile della vitalità dell’evento e della voglia di combattere elargita sul palco anche dal presidente del Festival Sabrina Barracetti prima della chiusura: “non ci arrenderemo mai”.
Emerge però, a fronte di un cinema vivo e che nei decenni ha fatto spesso della libertà stilistica, dell’originalità e inventiva la propria arma, una sorta di pigrizia da parte del pubblico che continua a supportare (e premiare, come nel caso di Countdown) le opere più inoffensive, normalizzate e più vicine ad un immaginario globalizzato, in un gioco pericoloso in cui l’originalità non è più pietra di vanto e in cui il ripetersi sterile e ciclico di schemi prefigurati non fa altro che uccidere e spersonalizzare culture e immaginari.

 

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