16° Far East Film Festival


(25 aprile – 03 maggio 2014)
Il paradosso del Far East Film Festival 2014 è che si trattava di un’edizione di transizione, ma dotata di un numero di film qualitativamente rilevanti sopra la media, quando già lo scorso anno con quei due o tre titoli ottimi ci sembrava un miracolo. Invece il Festival ha dispensato a piene mani opere enormi e titoli dignitosissimi. Ovvio che come ad ogni Festival c’era un buona rappresentanza di titoli minori di ripieno, spesso di incomprensibile presenza ma questo è ovviamente fisiologico. Poi la scorsa edizione era sicuramente più rappresentativa di questa riguardo allo status quo del cinema asiatico, ma in media i titoli degni di nota in un anno sono cresciuti, riflesso provato di alcune cinematografie che stanno (ri)scaldando i motori in cerca di una nuova vita.

L’andare a pesca al Festival di Berlino ha portato ad un buon risultato; il miglior film del Festival era proprio l’Orso d’Oro di quest’anno; Black Coal, Thin Ice di Diao Yinan, è un noir che fonde cinema fumoso classico americano, neorealismo e espressionismo in una formula tutta nuova e vincente, regalando un bel colpo al rilancio per la Cina dopo People Mountain People Sea e Il Tocco del Peccato.
Sempre da Berlino il nuovo, atteso, straordinario The Midnight After di Fruit Chan, lavoro proteiforme, diretto con enorme mano autoriale, furore di generi, riduzione di parte (e che quindi lascia in sospeso molti elementi in attesa di un sequel) di un web serial poi tradotto in libro di uno scrittore locale di nome Mr. Pizza. Cast stellare sulle note di una Space Oddity di David Bowie utilizzata con finezza da pelle d’oca. Grandissimo cinema. Infine da Berlino la delusione del Festival, quel That Demon Within di Dante Lam che aveva creato attese spasmodiche grazie ad un bellissimo trailer, ma che in fin dei conti è sfilacciato e mal scritto ma offre la possibilità di presentare una buona doppietta sull’autore grazie al bel Unbeatable in palinsesto.

Fuori da Berlino c’era molto altro cinema. Ma prima osserviamo i cambiamenti. Sembra ormai abolito l’horror day; di film del genere non ce n’erano, ma facevano capolino oggetti inscatolabili come il taiwanese Soul e il bel psychothriller old school Bilocated. Assente anche una retrospettiva, per questa volta sostituita da un pacchetto di restauri di alterno interesse; i migliori del gruppo erano il languido coreano Flame in the Valley di Kim Soo-yong e l’hongkonghese Nobody’s Child con una giovanissima Josephine Siao, enfant prodige del cinema locale. Infine film infilati a blocchi tematici nazionali; il primo fine settimana era dedicato al cinema di Hong Kong, l’ultimo a quello coreano.
La novità dell’anno era la presenza di un pacchetto di documentari di diversi generi, stili e argomenti. I più cinefili erano Boundless sul cinema di Johnnie To e l’interessante The Search for Weng Weng, accumulo di reperti preziosi sul cinema filippino e su un attore mitico del passato (v. recensione di For your Height Only).

Tra i titoli più memorabili faceva mostra di sé l’ottimo Tamako in Moratorium, nuova opera del regista di Linda Linda Linda, instant movie, proseguo di un lavoro nato per la rete televisiva via cavo Music On TV! con protagonista Maeda Astuko una della band AKB48. Oggetto delicato e silente, si ergeva a forza sopra tanti, troppi (una buona quindicina) film sentimentali, romantici, giovanilistici insopportabili nel migliore dei casi (Be My Baby), di pessima fattura nei peggiori (Shift) tutti uguali nel ritrarre in maniera grottesca, senza tatto ed esagitata la gioventù del presente.
Un gradino sotto c’erano molti altri titoli degni di nota. Pang Ho-cheung dopo un pugno di lavori di successo ma strampalati e grossolani torna con un budget dignitoso e un cast stellare a regalare un’opera intensa, Aberdeen, toccata con la mano divina dei grandi autori.

Ottima figura l’hanno fatta i coreani che confermano come il cinema si stia evolvendo e ritornando popolare, qualitativamente rilevante ma più tagliente rispetto al passato. Ottimo The Terror Live e il remake Cold Eyes, ampiamente sopra la media Broken e The Attorney (che si è anche aggiudicato un paio di premi del concorso).

Eliminati in toto i numerosi blockbuster prodotti nell’anno passato e quelli imminenti il cinema cinese era rappresentato quasi esclusivamente, non contando i già citati, da insipide cosine romantiche.

Hong Kong invece mostrava una ritrovata varietà trasversale; May We Chat, sciocchezza zuccherina che vira in CAT III, il nuovo capitolo della saga di God of Gamblers (From Vegas to Macau), lo scombussolato blockbuster sui pompieri di Derek Kwok, As the Light Goes Out, le due folli commedie erotiche Golden Chickensss e 3D Naked Ambition. Il cinema di Hong Kong dopo anni di interrogativi sembra aver trovato un nuovo modo di affrontare la crisi e il confronto con la Cina, ovvero quello di rivendicare una propria identità, attaccarsi ad una sorta di “nazionalismo” e aspirare ad un maggiore afflusso di capitali. Per adesso sembra con un discreto successo.
Sempre in zona Hong Kong, ma fuori dalla sala, veniva presentato il libro Il Nuovo Cinema di Hong Kong, scritto dai colleghi Stefano Locati e Emanuele Sacchi, testo a cui abbiamo amichevolmente partecipato.

Nonostante il primo inaspettato premio a The Eternal Zero di Yamazaki Takashi, film sulla figura dei kamikaze che ha creato aspre polemiche (pretestuose) in patria come a Udine, il cinema giapponese appariva decisamente sottotono. Thermae Romae II è un doppione praticamente identico al primo capitolo, Nakamura Yoshihiro con The Snow White Murder Case sembra girare sempre lo stesso film, di Sakamoto Koichi era stato scelto un film poco rappresentativo del proprio talento rivoluzionario (Girl’s Blood) e i nuovi lavori di buoni registi sono state delle delusioni dall’Ishii Katsuhito di Funky Forest qui alle redini di un pasticcino per bambini come Hello! Junichi a Fujita Yosuke con la strana co-produzione (Italia inclusa) Fuku-Chan of Fukufuku Flats che è l’ombra sbiadita del precedente piacevole e geniale Fine, Totally Fine. Interessante ma discontinuo il duro The Devil’s Path.

Preoccupante il destino della Thailandia con un solo titolo che è a sua volta l’ennesima messa in scena della leggenda di Nang Nak in chiave horror comedy (Pee Mak), ma diretta dal talentuoso regista di Shutter. Il film funziona pure ma di operine così fino a cinque anni fa ne facevano a decine ogni anno.

Sovrabbondanza delle Filippine con una pletora di titoli insipidi privi del Mariposa di turno che potesse giustificare tanta abbondanza.

L’Indonesia offriva l’ennesimo gingillo sentimentale inguardabile, Brontosaurus Love e l’acclamato The Raid 2: Berandal. Che è un film che si, funziona, ma è privo di qualsivoglia merito prettamente cinematografico; non pervenuto dalla fotografia, nessuna grande interpretazione, regia media, sceneggiatura esile, musiche un tanto al chilo, humus culturale totalmente anonimo, location asettiche, coreografie tutte uguali con un paio di guizzi degni di nota, personaggi buttati lì senza apparente senso compiuto. Però si azzuffano a colpi di silat (l’arte marziale locale) per due ore e mezza con esiti oltre lo splatter. La durezza, seriosità e il tasso di sangue sono le uniche note inedite; per il resto tutto già visto con esiti migliori sia tecnici (il piano sequenza di The Protector?) che artistici (tutti i film di arti marziali di Tsui Hark e soci). Pornografia dell’azione che sa tanto di circo. Ma il pubblico ha gradito. Tanto vale rivolgersi all’hongkonghese Firestorm che è strampalato ma con un’idea dietro di cinema almeno e un pari tasso di esagerazione (balistica, in questo caso).

Nutrita come sempre la presenza degli ospiti, con particolare rilievo per la veterana Sandra Ng, accompagnata da Fruit Chan, Chapman To, Dante Lam, Derek Kwok, il “ritornante” Pang Ho-cheung e la superstar giapponese Oshima Miyuki. E poi il ritorno del regista di Thermae Romae, quello del classico horror Shutter, l’Orso d’Oro di Berlino e tante giovani promesse.

Tutto intorno al Teatro Nuovo il Festival sta invadendo pacificamente e culturalmente la città intera, con eventi, laboratori, bancarelle. Le serate sono state allietate dalle FEFF night, party nei vari pub e club cittadini per rilassarsi dopo le proiezioni con ospiti, accreditati e locali. Il tutto era come al solito (negli ultimi anni) abbastanza “canonico” e votato alla presenza della perenne musica elettronica con climax del party finale che sfoggiava dei Dj ormai fidelizzati in un palinsesto che se ha regalato in passato dei live di band provenienti dall’Asia mai ad oggi aveva ancora offerto un Dj set di vera e sola musica popolare orientale. Ci abbiamo pensato noi con il party per festeggiare il decennale del nostro portale; in collaborazione con il pub The Black Stuff, una serata affollata da tanti amici e colleghi giunti per condividere con noi questo traguardo tra torte per tutti, pezzi dei nostri film preferiti a scorrere sul fondale, gadgets per i pervenuti e DJ Gamera a Gas fino a ora tarda a far vibrare la notte con note provenienti dall’Asia e da tanti ricordi di decenni di visioni festivaliere. E anche per noi un traguardo è stato raggiunto.

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