Ann Hui On-Wah


ann huiRegista

Lido di Venezia, Hotel Excelsior. Il giorno dopo la proiezione ufficiale di A Simple Life, ultimo film di Ann Hui, in concorso alla 68 Mostra del Cinema di Venezia, è il momento delle interviste. E Asian Feast, com’è giusto che sia, quando ci si siede alla tavola rotonda della stampa internazionale, non se ne sta a guardare. Si parte con la regista, vecchia conoscenza di tutti gli appassionati del cinema Hongkongese e anche di Asian Feast (che l’aveva già intervistata qualche anno fa a Udine), e a rompere il ghiaccio è lei stessa, notando lo smartphone con lo strano schermo (decorato con una pellicola che fa sembrare il cristallo in frantumi) di un collega giornalista. Lo prende in mano, lo guarda un po’ stranita e chiede: “E’ rotto?”. Il proprietario risponde che no, non è rotto; è solo un adesivo, un trucchetto che gli fa comodo per fare nuove conoscenze. Ann Hui sembra divertita dalla battuta ma si schernisce subito quando le chiedono se le piacciano gli aggeggi tecnologici rispondendo lapidaria: “No. Ma mi piacciono molto i vetri di Murano!”. Il siparietto da il là alla prima domanda.

 

Asian Feast: Quando si tratta del suo lavoro di regista, qual è il suo rapporto con le innovazioni tecniche e tecnologiche?

Ann Hui On-Wah: Faccio il possibile per essere il meno possibile esigente su queste cose, lascio che altri del mio team se ne occupino.

AF: Il film parla di come vengono trattate le persone anziane nella Hong Kong di oggi, che per certi versi è differente da come vengono trattati gli anziani in altre parti del mondo. A cosa pensa sia dovuta questa differenza? Educazione? Tradizione? Oppure altro?

AHOW: In realtà non sono molto informata su come vengono trattati gli anziani in Europa, o in Italia. Sull’America ne so un po’ di più perché ogni tanto vado a trovare mia sorella, che vive negli Stati Uniti. So che là ci sono ancora molte persone che anche da anziane vivono a casa, che stanno con le loro famiglie. In Hong Kong ora la situazione è circa metà e metà. Gli anziani rimangono a casa sinché questo è possibile, poi si trasferiscono in un ospizio. Fino a poco tempo fa, diciamo 5 o 10 anni, mettere un anziano in una casa di riposo veniva considerato terribile, un disastro per la famiglia. Una vergogna sia per gli anziani che per i loro figli. Adesso invece la cosa è accettata, e questo è un grosso cambiamento.

AF: Ci sono molte case di riposo, oggi, in Hong Kong?

AHOW: Oh, sì. È quasi incredibile. Ci sono zone in cui ne trovi anche sei lungo lo stesso tratto di strada. A Hong Kong gli spazi abitativi sono molto stretti, tutto è più concentrato. E siccome non molte famiglie possono permettersi di pagare una persona che si occupi dei propri anziani a casa, e i parenti devono stare fuori casa per lavoro, la scelta della casa di riposo è quasi obbligata. Molte di queste case di riposo sono private, come quella descritta nel film, e sono ricavate in palazzi lungo la strada, proprio come normali case. Le case di riposo pubbliche sono molto più grandi, magari isolate, e di solito costano meno. Il livello dei servizi è più o meno lo stesso.

AF: La sua carriera è esplosa con Boat People, è andata avanti alternando cinema sociale e di genere ed ora ecco qui A Simple Life: progetti in un certo senso incentrati su problemi sociali. Il suo affrontare questi argomenti è una scelta che fa a monte dell’idea di film che sta girando, oppure è qualcosa che vien fuori mentre prepara la storia del film, e allora decide di dargli spazio?

AHOW: Credo che adesso nei miei film gli aspetti socio-politici siano un po’ più sullo sfondo rispetto al passato, dato che tendo a concentrarmi di più sullo sviluppo della storia e soprattutto dei personaggi; da questi poi possono emergere degli aspetti sociali che vanno a dare più intensità alla storia, ma non è più un fine primario del mio far cinema. Credo che per trattare direttamente temi sociali, il documentario sia una forma più adatta.

AF: Ormai non ci sono rimasti molti registi ad Hong Kong che lavorano sugli aspetti sociali come lei fa comunque ancora, anche se indirettamente. Altri registi ormai tendono più a celare aspetti socio-politici sotto il vestito dei film di genere (come To e Woo, ad esempio)…

AHOW: È vero, ma il mio lavoro non è mai stato impegnato dal punto di vista politico, quanto piuttosto interessato a guardare come funziona la società, i rapporti tra le persone, a raccontare storie realistiche di vita quotidiana. Credo che sia importante fissarle da qualche parte, darne testimonianza per il futuro, anche. Per quanto mi riguarda, ora ho scelto di affrontare in cinema così, e non credo cambierò strada nel futuro prossimo. Ma tra qualche anno, chissà, potrei anche tornare a girare film “di genere”.

AF: Il cinema di Hong Kong è molto cambiato negli ultimi anni, a partire da 1997. Lei ha fatto parte in certo senso dell’epoca d’oro del cinema Hongkongese. Come vede questo cinema oggi?

AHOW: Trovo che il cambiamento sia una cosa naturale. Una generazione di registi finisce e un’altra la rimpiazza. Personalmente, sono molto curiosa di vedere all’opera nel cinema Hongkongese quelli che oggi sono ventenni. In un certo senso, mi sento molto diversa dalla generazione che mi ha seguito, quella dei nati negli anni 60, che erano cresciuti con il benessere e sembravano non avere molte ambizioni, ma quelli che adesso hanno 20-30 anni mi sembrano ancora animati da un grande entusiasmo, una voglia di mettere in pellicola le loro idee, e che queste servano a qualcosa. Credo che i giovani d’oggi, anche nel cinema, debbano trovare il loro modo di raccontare la realtà, senza farsi condizionare da un passato, da una tradizione, da quello che una generazione precedente ha fatto e/o dice di fare. Quando mi chiedono, come veterana nel campo (sorride), cosa dovrebbero fare le giovani registe donne, ad esempio, la mia risposta è che devono trovare la loro via, qui ed ora, semplicemente.

AF: C’è qualcosa che le manca, o non le manca, di quella che è stata l’epoca d’oro del cinema di Hong Kong?

AHOW: Personalmente, non idealizzo questa che lei chiama epoca d’oro, come non idealizzo l’epoca coloniale. Da quel periodo ho beneficiato di alcune cose, soprattutto ho ricevuto un’educazione aperta, ma al contempo ne comprendo anche i limiti. Come comprendo i limiti del cinema Hongkongese che ha preceduto la New Wave, quando c’erano molti film che erano film di arti marziali. Per conto mio, ho girato nel 1983 quello che è forse stato il film che ha chiuso l’epoca dell’egemonia della Shaw Brothers, l’adattamento di una storia di Eileen Chang (Love in a Fallen City), tanto per dire…

AF: Parlando di attori, lei ha lanciato la carriera di un giovanissimo Andy Lau all’inizio degli anni ’80, con Boat People, ed ora che è una star ha avuto l’occasione di dirigerlo ancora in questo film. E’ stata grossa la differenza?

AHOW: Sì. Adesso sono io che ho quasi una specie di timore reverenziale nei confronti di Andy (ride) e non solo per il fatto che ora è una star di immensa popolarità, ma soprattutto perché ha raggiunto una consapevolezza delle sue capacità, una conoscenza della recitazione e del cinema, che alla fine è diventato più bravo di me nel capire come descrivere il personaggio per farlo arrivare al pubblico, per trasmettere le emozioni giuste. Adesso sono io che in questo devo imparare da lui.

AF: Cosa ha imparato in 30 anni di carriera? Qual è la principale lezione che il cinema le ha dato?

AHOW: Credo di riuscire a capire meglio ora quello di cui voglio parlare, la materia di cui sono fatti i miei film. Questo semplifica il lavoro di regista, perché ho le idee più chiare. Mi concentro su quello che so fare meglio e cerco di lasciare in secondo piano quel che son meno brava a fare. Non è semplice.

AF: Tornando a quell’epoca d’oro che ha detto di non idealizzare, lei è stata una figura chiave della New Wave degli anni ’80. Alcuni registi sono attivi ancora oggi, come lei, o Tsui Hark, mentre altri invece non lo sono più. Cosa rimane secondo lei di quel periodo, nel cinema di Hong Kong di oggi?

AHOW: Forse senza saperlo ed esserne pienamente consapevoli, in quel periodo quel che facemmo fu ridare nuova linfa, un revival di una certa tradizione realista nel cinema, un mettere al centro la vita di tutti i giorni, il suo dramma, anche se molte volte lo strumento sono stati i film di genere, come il poliziesco. Lo facevamo perché venivamo da un lavoro svolto nella televisione che appunto si incentrava sul racconto di storie vere, e così venne naturale la scelta di girare film che fossero più vicini alla vita di tutti i giorni e ai suoi problemi. All’epoca non ci pensavamo molto, facevamo i film che ci piacevano. Ora sono più consapevole di quello che ci mosse a fare quei film.
Oggi è più difficile anche rendere la realtà in un film. Non si può girare dal vero e dire che si è fatto del cinema. Non importa quanto documentaristico sia il tuo approccio alla materia, anche la realtà deve essere in un certo modo stilizzata, resa cinematografica,, altrimenti il pubblico preferisce guardare direttamente i documentari, o i telegiornali. In un certo senso, quello che ho tentato di fare in 30 anni di carriera è trovare un modo per descrivere la realtà che vedo, nella maniera più cinematograficamente appetibile al pubblico. Insomma: cosa significa oggi fare del realismo cinematografico, cosa implica in termini di scelte di regia. Altri registi hanno scelto strade diverse, ma per me l’obiettivo è ancora questo.

 

Avevamo già intervistato Andy Lau l’anno precedente. Trovate l’intervista in questione QUI.

Abbiamo intervistato anche gli attori del film, Andy Lau e Deannie Yip. L’intervista è QUI.

Tutte le foto sono di Senesi Michele  – ©PALONERO

 

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