Bong Joon-ho


BongRegista

Dopo aver rivelato in conferenza stampa di non sopportare gli eroi senza macchia perché non comunicano nulla, di aver scritto l’intero Mother intorno all’attrice ed essere disposto a cancellarne la produzione se questa non avesse potuto recitarvi, Bong Joon-ho ha concesso in separata sede ad AsianFeast una breve e illuminante intervista, nel corso del Florence Korea Film Fest 2011.

 

 

 

 

 

Asian Feast: Vorremmo iniziare dal rapporto fra Memories of Murder e Mother. Entrambi descrivono un’indagine intorno ad uno o più omicidi. Qual è, se c’è, la relazione fra i due film?

Bong Joon-ho: La differenza sostanziale è che in Mother la vera protagonista è la madre, quindi lo spettatore vive tutta la vicenda dal punto di vista soggettivo della madre. Mentre Memories of Murder è diviso in due metà. Nella prima metà, la polizia indaga e non è personalmente coinvolta nell’accaduto. Inoltre, la loro goffaggine e palese incapacità di risolvere il caso distacca lo spettatore da qualsiasi coinvolgimento emotivo. Nella seconda parte, i poliziotti diventano sempre più coinvolti nel caso fino ad esserlo in prima persona. In questo modo, anche lo spettatore finisce per farsi trascinare dagli eventi.

AF: In particolare in Memories of Murder, abbiamo notato elementi che sembrano rimandare al cinema di David Lynch. L’inserimento di pezzi di pesca nel corpo della vittima, così come l’inquadratura negli ultimi minuti del protagonista che osserva il condotto dell’acqua dove era stato ritrovato il cadavere a inizio film sembra una della classiche inquadrature di Lynch, in cui il niente suggerisce qualcosa di inquietante.

BJH: Adoro David Lynch e i suoi film. In realtà, i pezzi di pesca furono trovati veramente nel cadavere di una delle vittime. Per girare Memories of Murder visitai i luoghi dei delitti, dove restai anche per intere notti. Ovviamente, erano vuoti quando mi ci recai. La sensazione di inquietudine creata da questo vuoto, la stessa che si prova con alcune immagini di Velluto Blu, era quello che mi ha più colpito e che volevo trasmettere.

AF: Sia in The Host che in Mother, la storia ruota attorno al rapporto genitore-figlio. Come mai ha scelto proprio questo tema?

BJH: Tra tutti i rapporti umani, quello secondo me più vero e sincero è quello genitore-figlio. Avendo un figlio che ora frequenta la scuola media, traggo ispirazione da lui e dal nostro rapporto. Se penso di perdere mio figlio, rapito da un mostro come in The Host, riesco ad esprimere meglio la paura e la disperazione che provano i miei personaggi. Il rapporto genitore-figlio si declina in quattro modi: padre-figlio, madre-figlio, padre-figlia, madre-figlia. Tra questi quattro, trovo che sia più forte quello madre-figlio, a cui ho infatti dedicato l’intero Mother. Per come la vedo io, il rapporto tra madre e figlio è un rapporto forte e universale che non ha paragoni.

AF: Fin da Barking Dogs Never Bite, il suo cinema ha sì una critica sociale, a volte sottesa a volte evidente, ma ci sembra che spesso ammicchi allo spettatore, suggerendo ambiguità e incertezza su quello che si sta vedendo. Cosa ci può dire al riguardo?

BJH: A pensarci bene, prima di essere un regista sono un amante di cinema. Sin da piccolo, quando guardavo film che mi piacevano molto volevo non finissero mai, mi dicevo “No! Perché è finito ora?”. Da quando ho iniziato l’attività di regista, ho cercato di fare in modo che i miei film non finiscano in sala, ma che dopo la proiezione continuino nella testa dello spettatore. Ed è per questo che ogni tanto i miei personaggi si rivolgono direttamente alla telecamera, come se stessero osservando e interrogando il pubblico. Non che con questo voglia dare messaggi o insegnare qualcosa. Vorrei solo che il pubblico riflettesse sui temi che affronto allo stesso modo in cui ci ho riflettuto io. Mentre giro un film, tratto argomenti anche piuttosto pesanti, sui quali mi ritrovo a riflettere a lungo. Vorrei che il pubblico facesse lo stesso quando il film finisce.

AF: In effetti, non c’è mai un vero messaggio alla fine dei suoi film. Non è chiaro cosa pensi la protagonista alla fine di Mother, così come il volto di Song Kang-ho alla fine di Memories of Murder lascia interdetto lo spettatore.

BJH: (sorride soddisfatto) Sono molto contento che la pensiate in questo modo. Non a tutte le persone piace questo aspetto dei miei film.

AF: Una curiosità: nel suo segmento in Tokyo e in The Host, lei si sofferma sul cerchio che compare sul palmo della mano dei protagonisti. E’ un caso?

BJH: Sì, non era voluto. Mi sono accorto della somiglianza solamente mentre stavo girando la scena in Tokyo. Lo stesso Teruyuki Kagawa quando ha visto The Host mi ha fatto notare la cosa.

AF: Lei ha partecipato alla stesura della sceneggiatura di Antarctic Journal. Quanto ha inciso la sua partecipazione sul risultato finale?

BJH (ride imbarazzato) Il regista di Antarctic Journal, Yim Pil-sung, è un mio amico d’infanzia. Fa una comparsa in The Host. Vi ricordate il robusto impiegato che tradisce Park Hee-bong? E’ Yim Pil-sung. Per Antarctic Journal ho scritto solo alcune scene e dato qualche idea per il climax. In seguito al successo di Memories of Murder, il produttore di Antarctic Journal ha insistito per avere il mio nome fra gli sceneggiatori in modo da aiutare la distribuzione del film. Un po’ me ne vergogno, perché ho contribuito veramente poco al film, ma mi piace pensare di aver fatto un favore ad un caro amico.

AF: Riguardo agli attori. Si occupa lei personalmente del casting, oppure delega ad altri il compito?

BJH: Mi piace molto lavorare con gli attori che hanno fatto del teatro. Vado spesso in teatro a cercare gli attori per i miei film. Song Kang-ho, ad esempio, viene dal teatro.

AF: A tal proposito, com’è lavorare con Song Kang-ho? Si può tranquillamente dire che coi suoi film ha contribuito a ingigantire la sua fama all’estero.

BJH: (spalanca gli occhi, probabilmente in segno di ammirazione, a sentire il nome di Song Kang-ho) Song Kang-ho è un attore straordinario. Non è bravo solo nella recitazione, ma è molto preparato e pensa da “regista”. Spesso si interroga su cosa vuole trasmettere il regista con una determinata scena, e studia di conseguenza la sua interpretazione. Per esempio, nella prima comparsa del mostro in The Host, è Song Kang-ho che fa la differenza. Non è la computer grafica, che c’è e fa la sua parte, ma è soprattutto l’espressione del suo volto che fa effettivamente entrare in scena il mostro.

 

Foto di Giulia Brazzale

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