Cao Bao-Ping


Regista

Abbiamo intervistato Cao Bao-Ping all’11° Far East Film Festival 2009 di Udine dove portava il suo film The Equation of Love & Death. Ci ha parlato di donne, cinema, amore e censura in Cina. Cao è uno dei nomi più interessanti del nuovo cinema Cinese, assolutamente da seguire.

Asian Feast: Ci parli della performance di Zhou Xun nei panni di Li Mi, la protagonista di The Equation of Love and Death.

Cao Bao-Ping : Il personaggio di Zhou Xun è la protagonista della storia. Quello di Li Mi, valorizzato così bene dalla prova di Zhou, è in realtà già nella sceneggiatura un (anzi, il) personaggio cardine e molto complesso, un personaggio a tutto tondo. Il fatto che il personaggio di Li Mi sia piaciuto così tanto a Zhou sin dall’inizio, ha fatto sì che durante le riprese e in tutto il mio lavoro con l’attrice, ci fossero le basi per una caratterizzazione forte del personaggio. Soprattutto per quanto riguarda i momenti più drammatici vissuti da Li Mi nella storia, ho passato molto tempo a discutere e dare indicazioni a Zhou perché rappresentasse la parte proprio come l’avevo scritta e pensata.

AF: Ci parli del rapporto con la censura, emerso anche dal caso di Trouble Makers, il suo primo film.

CBP: Durante la produzione di Trouble Makers ci sono stati dei problemi, però – senza dare troppa enfasi al problema della censura, che in Cina comunque esiste – questo è un fatto che in realtà mi sembra che sia abbastanza normale, in un paese che si ritrova con determinati limiti nella realizzazione di opere molto diverse. In America, in Italia o in Cina, le condizioni che ti permettono o meno di realizzare certi film possono essere diverse, con diversi limiti, ma in linea di massima anche in altri paesi si possono riscontrare una serie di restrizioni, quindi non me la sento di porre troppa enfasi sul problema nella censura che esiste in Cina, e con la quale devi comunque dialogare per capire come risolvere un certo tipo di problemi. In effetti, se non sei disposto a dialogare e a trovare un compromesso su certe questioni, finisci per non realizzare nemmeno il film; e se non fai il film non puoi nemmeno dare al pubblico la possibilità di vederlo. Questo è ciò succede in Cina, a meno di non voler realizzare film underground. Siccome io non voglio realizzare questo genere di film, ma voglio arrivare al pubblico, mi metto nella condizione di far uscire il mio film in sala. E’ semplicemente una maniera diversa di realizzare il proprio lavoro: conoscere limiti, restrizioni e possibili commenti che il film può suscitare, e mettersi in condizione di essere bendisposti ad affrontare i problemi di censura anche con soluzioni originali. Al fondo c’è sempre un discorso di compromesso, che è fondamentale; perché c’è un tipo di compromesso che sei disposto ad accettare, che riguarda determinate scene e il modo di raccontare la propria storia. Quel che non sono disposto ad accettare è qualcosa che tenda ad alterare il senso della storia che voglio rappresentare. Con Trouble Makers mi sono scontrato con la realtà di  dover modificare il proprio modo di lavorare perché rientrasse tra certi paletti, ma mi sono posto delle condizioni da non superare, e non le ho superate. Se alla fine ho deciso di far uscire il film, e il pubblico lo può vedere, è perché giudico che il livello di compromesso che ho accettato non ha alterato il significato del mio film. In caso contrario, non avrei fatto uscire il film. Non avrei mai firmato un film che non mi appartiene.

AF: Equation, nonostante sia un film drammatico, è alla fine positivo: chi sbaglia, chi è cattivo, finisce in galera o comunque muore. Sembra che cerchi di rappresentare il “fare la cosa giusta”. Questa scelta di esiti dei personaggi negativi è voluta dal principio o è legata in qualche modo a questioni di censura?

CBP: Nel caso di Equation, in realtà, non c’è stata necessità di un vero e proprio compromesso con la censura. Quel che può sembrare “compromesso”, è legato essenzialmente a motivi di promozione commerciale. Mi sarebbe piaciuta, ad esempio, l’idea di lasciare il finale un po’ più aperto, lasciare al pubblico il dubbio che il protagonista fosse o meno l’ex-fidanzato di Li Mi. Per il pubblico cinese invece, la certezza di sapere chi è chi nella storia è molto importante. E’ questo il “compromesso” che mi ha spinto a far terminare il film come poi ho fatto. Si tratta dunque di un caso diverso da quello di Trouble Makers. Più che di problemi di censura, per Equation parlerei di scelta di marketing, che viene dalla riflessione su quale fosse il finale più adatto, più facile da accettare per il pubblico in Cina.

Per quanto riguarda la fine dei personaggi “cattivi”, in realtà si hanno percorsi diversi. I due trafficanti finiscono uno in prigione e uno morto, si potrebbe dire per un incidente (gli antidolorifici che Li Mi gli dà finiscono per far rompere le capsule di eroina che aveva nello stomaco). Il suicidio del protagonista è dovuto al fatto che lui sceglie in suo destino, ed è in un certo modo il compimento del suo percorso iniziato dopo l’abbandono di Li Mi; lui diventa spacciatore proprio per mettere da parte i soldi che gli permettessero di realizzare i sogni che aveva con Li Mi, perché lei vivesse una vita migliore. Il pensiero di Fang Wen è quindi sempre per lei, e la scelta del suicidio è quasi naturale. Suicidandosi, lui fa in modo che i soldi che lascia a Li Mi non siano confiscabili e rintracciabili; è come se morendo lui voglia lasciare a Li Mi una possibilità in più di non perdere i soldi che ha messo da parte per lei in tutti quegli anni. Non si tratta di un discorso di morale, quello legato alla morte di questi personaggi, ma è piuttosto qualcosa di legato alla loro stessa essenza.

AF: Il titolo inglese del film (The Equation of Love and Death) avrebbe fatto pensare a un ruolo importante dei numeri nella storia; in effetti, la prima scena del film, con la protagonista che ricorda date e cifre, sembrerebbe confermare la cosa. La personalità della protagonista, che ha tratti anche piuttosto maschili – e la matematica è vista spesso come dominio maschile, appunto –sembra riflettersi in un certo senso all’interno di una visione di pensiero matematico. Si tratta di una scelta precisa e cosa implica questa scelta?

CBP: In realtà il fatto che la protagonista ripeta ossessivamente i numeri e le date delle lettere del suo uomo non è legato a un ruolo particolare della matematica e dei numeri nel film, ma rappresenta il fatto che la sparizione del suo ex fidanzato è ormai diventata per Li Mi una vera e propria ossessione. In quei 4 anni per la protagonista non è esistito niente altro che il mistero della scomparsa di lui e delle sue lettere. Tutta l’architettura di cifre che apre il film è la rappresentazione della ricerca di una spiegazione da parte di Li Mi, che non riesce a capire perché lui l’abbia abbandonata e cerca una risposta in ogni modo possibile, fino a sfiorare l’isteria. La tragedia di Li Mi è quella di non sapere, e cercare una risposta è la sua ragione di vita.

Il titolo cinese del film, poi, è Li Mi de Caixiang, che significa “L’incontro fortuito di Li Mi”; The Equation of Love and Death, il titolo internazionale, è stato scelto dopo la realizzazione del film dalla produzione, per la sua parvenza un po’ più filosofica, intellettuale. Una volta venutone a conoscenza, comunque, il titolo in inglese non mi è comunque dispiaciuto, soprattutto perché lascia spazio a un altro punto di vista sulla storia, questa “equazione tra l’amore e la morte” che in un certo senso rappresenta un’altra faccia della storia raccontata. Col senno di poi, si può quindi rintracciare nel film una sfaccettatura “matematica”, ma questa non faceva parte dell’idea originale.

AF: Nel film ci sono molte scene girate in auto (scene che solitamente danno molte difficoltà nella realizzazione): avete avuto particolari problemi o adottato soluzioni specifiche per girarle?

CBP: In realtà non è stato facile. Le scene in auto, è vero, pongono difficoltà particolari nella preparazione e nella realizzazione; se poi pensi che comunque l’industria cinematografica in Cina non è così sviluppata come quella americana, capisci che le difficoltà sono state anche più del previsto. Certe attrezzature che servono per facilitare le riprese in auto, ad esempio, non sono disponibili in Cina. Per queste ragioni, abbiamo dovuto crearci da soli le attrezzature di cui avevamo bisogno, con tutte le difficoltà tecniche e di budget che questo si porta appresso. Al principio, abbiamo contattato alcune società di equipment, ma queste si sono rifiutate di fornirci le attrezzature che chiedevamo, perché non volevano trovarsi nella situazione di fornire attrezzature non brevettate o testate e per non dover poi affrontare eventuali problemi di danni e incidenti che avrebbero potuto verificarsi sul set. Abbiamo quindi dovuto fare da soli, e non è stato facile.

AF: Durante la presentazione del film è stato detto che l’unico vero amore è quello tragico. Volevo sapere se questo è vero anche per il regista, oppure se quello tragico è l’amore che funziona di più dal punto di vista cinematografico.

CBP: Sono d’accordo che l’amore tragico sia, in un certo senso, l’unico vero amore, anche nel caso di Equation. Non è tanto che l’amore tormentato sia quello che funziona meglio al cinema, quanto piuttosto che quello che funziona meglio è l’amore di cui tu stesso hai fatto esperienza, che è poi quello che sai e riesci a raccontare meglio. Se non credi in quell’idea di amore, non riesci nemmeno a trasferirlo in immagini, sullo schermo. Per questo le storie di amore tragico, se raccontate da chi lo conosce da vicino, sullo schermo sono sempre molto forti.
Semplicemente, l’amore tragico e quello che ti lascia un’impressione così forte da rimanerti scolpito nel profondo dell’anima; dal cinese si tradurrebbe meglio “inciso nelle ossa”, e questo è quel che accade quando sperimenti un amore difficile e tormentato, e poi cerchi di riprodurlo nelle storie che racconti.

 

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