Classifica: il meglio del 2014 in Asia


 

E anche quest’anno ecco la nostra classifica dei migliori film asiatici del 2014, che poi in fin dei conti è la classifica delle cose migliori che abbiamo visto; fare un’analisi esaustiva di mezzo mondo (e nell’anno in cui gli incassi in sala del cinema cinese sembrano aver superato quelli nord americani) è impossibile e nonostante stiamo pubblicando questa lista ad aprile 2015 (!!!) ancora ci mancano dei recuperi causa ritardo di uscite DVD (o come il caso di Jellyfish Eyes, l’inspiegabile inesistenza in sè di edizioni non locali). Anno non particolarmente esaltante ma con alcuni colpi grossi e qualche sorpresa, sempre in uscita a fine e inizio anno, causa Festività (Natale, Capodanno e il Capodanno Cinese) e alcuni Festival maggiori (uno su tutti, Berlino). Il miglior film visto è cinese ma poi Hong Kong e Giappone si litigano la maggioranza di preferenze. Con il futuro recupero dei titoli che ci mancano magari prossimamente integreremo questa lista. Quindi, in ordine rigorosamente casale.

 

Black Coal, Thin Ice (Diao Yinan, Cina).
Orso d’Oro a Berlino (e palinsesto del Far East Film Festival). Un film che fa una cosa facile facile. Il cinema. Quindi racconta per immagini, non usa spiegoni, non inonda tutto di voci off, ed è perfetto in tutto. Una storia articolata, una fotografia che fa bene agli occhi, location incredibili, personaggi memorabili, il tutto lavorando nel genere senza vergognarsene. Non spiega, mostra, non reitera, suggerisce. E’ cinema. E in un anno di morte è quasi l’unico film. Cibo per lo spirito. Un motivo valido per continuare a guardare film. Vetta della classifica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 The Midnight After (Fruit Chan Goh, Hong Kong)
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Sezione Panorama di Berlino (e palinsesto del Far East Film Festival). Ancora genere, liberissimo, politico, un film che racconta il presente dell’ex colonia con una struttura da serie TV che però si accartoccia su sé stessa, iniettata di comicità, orrore, violenza, poesia, tensione. Personaggi (e alcuni attori) memorabili, che in 10 secondi spezzano i reni e ti portano al pianto (su tutti Simon Yam e Kara Hui). Regia miracolata e Hong Kong come non si era mai vista. Dateci il sequel e fateci sognare ancora.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Old Boys: The Way of the Dragon (Chopsticks Brothers, Cina)

Il tormentone pop del’anno. Commuove. E in un anno di morte totale e di arsura emotiva, vince un punto in più. L’avere epurato un genere ruffiano come quello dei Saranno Famosi da ogni ombra di arroganza e competitività è un miracolo. Spietato ed entusiasmante inno al fallimento, commedia che non fa ridere, strapazzata da azione, imbecillità e tormentoni musicali. Un filmetto sconsiderato e brutto, ma funziona. Bene. Lunga vita ai Chopsticks Brothers.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The Taking of Tiger Mountain (Tsui Hark, Hong Kong).
Tsui torna ad un cinema più personale raccontando una storia vera già trasposta in Opera di Pechino. Estetica deliziosa da film di propaganda d’antan senza fare propaganda a nulla. Narrazione più sotto controllo e maggior rigore e personalità degli ultimi 4 film almeno. Bentornato Maestro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

The World of Kanako (Tetsuya Nakashima, Giappone).
Un regista che torna in pista dopo una deriva manierista senza apparente ritorno, in un oggetto liberissimo e ultraviolento. Totalmente inaspettato. Graditissimo ritorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Qualche menzione particolare.

 

Migliore scena isolatata dell’anno:

-Ti scendono le lacrime, ti esalti e ti alzi ad applaudire in quell’assolo surreale di cinema che è la decifrazione del codice che rivela parte del mistero dietro alla sparizione dell’intera popolazione. Il tutto sulle note della Space Oddity di David Bowie in The Midnight After.

-Il montaggio alternato tra un dialogo in auto al buio e una sequenza a base di droghe in discoteca con Denpagumi.Inc, Daoko e Trippple Nippples che sfrecciano le loro note di sottofondo, in The World of Kanako.

Migliore pre titoli di coda:Kung Fu Jungle
. Quei minuti di omaggio alla storia del kung fu hongkonghese del passato commuovono più di interi melodrammi.

Migliore narrazione e visione di un paese: Aberdeen di Pang Ho-cheung. Un film che in un mondo basato sull’evoluzione dovrebbe essere nelle classifiche di un po’ tutti.

Migliore inizio:
 Le prime battute di Kung Fu Jungle.

Migliore canzone dei titoli di testa:3D Naked Ambition.

Migliore action puro: Firestorm.

Migliore ost: The World of Kanako.

Gran delusione (pensavo che, invece…):

The Raid 2: è circo, non cinema.
Ju-on: The Beginning of the End: …
The White Haired Witch of Lunar Kingdom: idem
Kiki’s Delivery Service (live action): quando i live non funzionano.
Lupin III: stessa cosa ma questo proprio non si augura.

 

 

Altro cinema che abbiamo (molto) amato:
Killers (Mo Brothers, Indonesia). Le olimpiadi dei serial killer. Ha dei buoni punti.
Monster (Hwang In-Ho, Corea del Sud). “Serial killer” VS “psycho bitch”.
Tamako in Moratorium (Nobuhiro Yamashita, Giappone). Altro film in cui succede nulla. Ma davvero nulla. Ma è molto tenero e sentito.
Bilocation (Asato Mari, Giappone). E’ l’horror forse più originale dell’anno anche se cammina su binari paralleli al genere molto nei territori del mystery.
Talk to the Dead (Tsuruta Norio, Giappone). Zitto zitto è il terzo capitolo di una saga di film slegati tra loro e questo molto in stile decennio precedente, è pulito e perfettamente in scatola. Nulla di nuovo ma funziona.
Snowpiercer (Bong Joon-ho , Corea del Sud). Un pochino rigido e freddino.
The Swimmers (Sophon Sakdaphisit, Tailandia). Un horror che in realtà è metafora di altro. Film acquatico quasi interamente sviluppato in una piscina. Succedono cose così assurde che non sai se mandarlo a quel paese o riafferrare la tua mascella caduta e rimetterla apposto.
Aberdeen (Pang Ho-cheung, Hong Kong): Pang Ho-cheung dirige il suo miglior film da molto tempo e uno dei suoi migliori. Buon budget, regia sontuosa.
Kikaider Reboot (Ten Shimoyama, Giappone). Il film di super eroi dell’anno, reboot di un classico delle serie Tv dei ’70.
Jellyfish Eyes (Murakami Takashi, Giappone): il film d’esordio “invisibile” del più famoso artista contemporaneo del nuovo millennio.
Stray Dogs (Tsai Ming-liang, Taiwan): ostico ma affascinante.
The Mole Song (Miike Takashi, Giappone): un Miike ci sta sempre in attesa dei recuperi dei nuovi. Anche in un film minore come questo c’è un’invenzione ogni mezza scena.
Lettere di uno Sconosciuto (Zhang Yimou, Cina): il ritorno di un maestro ad uno stile più ovattato e intimo.

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