Garo: Makai no Hana

Voto dell'autore: 3/5
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Nemmeno un mese dopo la diffusione di Zero: Black Blood, miniserie dedicata al co-protagonista delle prime due, ecco che debutta nelle televisioni giapponese la quarta, Makai no Hana. Va detto subito che è probabilmente la più debole delle quattro. Ma va anche ripetuto per l’ennesima volta che una delle cose più interessanti della franchise è la capacità di reinventarsi, rinnovarsi e cambiare tutte le carte in tavola ogni volta. In comune rimane l’universo narrato e le regole che lo sottendono in una suddivisione da fantasy abbastanza classico tra cavalieri, sacerdoti/sacerdotesse e creature nemiche (gli horrors). A mutare sono le loro possibilità, delle figure caratteristiche aggiunte di volta in volta, il contesto scenografico (il mondo reale delle prime due e di questa, una città ideale e distopica nella terza), il livello sempre più maniacale e inventivo nel raccontare le dinamiche che muovono questo universo e il profluvio continuo e instancabile di invenzioni e trovate da puro inno alla fantasia.
Il problema maggiore di questa Makai no Hana (Il Fiore del Makai) è che il materiale narrativo che la compone sarebbe stato adeguato e sufficiente per una serie da 12 episodi, anziché 25. Il conto è presto fatto analizzandone la sinossi.

Raiga Saezima è il figlio dei protagonisti delle prime due serie, il cavaliere del makai Garo, Kouga e la pittrice Kaoru. I suoi genitori sono scomparsi e il ragazzo si è allenato per diventare cavaliere. Sarà preso come allievo da Zero (di cui abbiamo parlato sopra) e suo padre preventivamente gli assegnerà il ruolo di nuovo Garo. E fin qui è solo il contesto caratteriale di un personaggio. “In ciccia” però c’è un problema, Eyrith, il fiore del makai, appunto. Il nome dice poco, il suo soprannome forse di più, “lacrima di Messiah”, ovvero il bestiale demone sconfitto nella seconda serie. Bene, in passato i sacerdoti e cavalieri avevano spezzettato Eyrith in nove parti e sigillate in una stele prontamente sepolta. Non solo gli umani l’hanno disseppellita, non solo l’hanno esposta in un museo, ma mano ignota la frantuma, ne spezza il sigillo e libera i nove. E siamo ancora al contesto narrativo. Ora, la missione è abbattere i nove fino a sigillare quello che contiene in sé il seme di Eyrith al fine di prevenirne e fermarne la rinascita.

Così nella classica forma episodica (a differenza della terza serie) Raiga deve abbattere i nove, uno per puntata. Mettiamo nove puntate per l’abbattimento, due per il grande finale e almeno un filler e siamo a dodici, tutte sensate. Invece no. Si arriva a venticinque. Come? Semplicemente aggiungendo ogni qualche puntata degli horror random di passaggio non appartenenti alla stele, dei filler e addirittura il riciclaggio di una creatura della seconda serie. Una scelta poco felice che distrugge l’organicità dell’opera. Certo, se è vero che il numero e la qualità dei personaggi è particolarmente elevata per soli dodici episodi è anche vero che si poteva trovare un altro modo per allungare il brodo (che so, spezzare la stele in più parti?). Questo diciamo il difetto maggiore di Makai no Hana. Passiamo al resto.

La terza serie cambiava tutte le carte in tavola, ambientata in una città immaginaria e circoscritta, satura di sequenze di sesso, di nudi e di temi più maturi, con sequenze d’azione più articolate e in cui sia i nemici, che le armature, che molti fondali erano interamente realizzati con effetti digitali.
Cambiano tutto di nuovo. Certo, le sequenze d’azione anche forti dell’ottima esperienza di Zero: Black Blood, sono sempre migliori, non numericamente abbondanti come in Garo: Yami o Terasu Mono ma sempre più complesse e stilisticamente raffinate e ricercate. Gli effetti digitali sempre più competitivi specie rispetto al passato, ma inaspettatamente ritornano i costumi classici e le body suit delle creature, così come le armature “reali”. Raramente sono riprodotte in toto in digitale e solo quando devono compiere azioni e traiettorie particolarmente elaborate. Il character design delle creature non è così ispirato come nel passato, a tratti prossimo a quello di un Kamen Rider di ordinanza, a volte più suggestivo. Makai no Hana è totalmente fantasy e non contempla né sesso, né nudi (se non quello parziale di Eyrith), né temi particolarmente maturi. Potrebbe sembrare una serie sensibilmente lenta e poco epica. E lo è a meno che di guardarla per quello che realmente è, ovvero un melodramma centrale circondato da tutta una sequela di altri micro melodrammi. E qui arriva lo stupore e la novità assoluta. Il fulcro del melodramma è incarnato in un personaggio, Mayuri (Natsumi Ishibashi), figura nuova e inedita capace di sigillare i nove demoni. Nel Makai non la considerano nemmeno essere umano ma vaso per sigillare o strumento, visto che solo a quello serve e poi viene riposta in una bara e sepolta in un’attesa indefinita nelle segrete di un tempio. In realtà Mayuri è una fragilissima ragazzina che non ha mai vissuto la vita e che ha accettato il suo destino ai fini del bene dell’umanità. Sarà il gruppo di compagni (principalmente Raiga, Crow, l’altro giovane cavaliere protagonista e il maggiordomo Gonza, che arriva dalle prime due serie) a trattarla come umana e a mostrarle per la prima volta i piaceri e le bellezze di un mondo che non ha mai potuto assaporare. Amemiya è sempre stato un cantore di figure femminili; tutti i personaggi più interessanti non sono mai stati i cavalieri ma sempre o le sacerdotesse o le demonesse. Se probabilmente la figura più bella ad oggi era la sacerdotessa Jabi, con Mayuri va oltre e crea un personaggio di straordinaria qualità che unisce spessore elevatissimo ad un character design degno dei grandi numeri. Mayuri come “strumento” invece è una delle novità della serie, ovvero la presenza di creature viventi il cui utilizzo è solo di oggetto per potenziare o facilitare il lavoro delle forze del bene (l’altra è una bestia su cui vengono -a mò di corrida- purificate le spade dei cavalieri). L’altra figura inedita che viene inaugurata in Makai No Hana è quella di sacerdotesse il cui lavoro è purificare i cavalieri del Makai caduti verso le forze del male, qui rappresentata da Biku, altro grande colpo di character design, interpretata da una delle AKB48, Sayaka Akimoto. Al suo personaggio sarà dedicato un film nel 2015. Ci viene però da pensare, dov’era questa figura in passato quando si era presentato lo stesso problema narrativo?

Ma parlavamo di melodramma. C’è quello di Raiga che ha perso i genitori, quello di Crow, orfano, quello di Eiji Busujima che ha perso la donna e per lei lotta, quello agrodolce di Gonza e di una sacerdotessa in pensione. E poi quelli dei vari uomini caduti vittime degli horrors.
L’operatore al cinema che sta per veder chiudere la propria passione, il manga-ka fallito in cerca del successo del passato, la ragazzina che ha perso il nonno, le persone prive del calore familiare che ne trovano un sostituto in un nucleo apparentemente perfetto di demoni e via di svariati drammi umani che danno alla serie un ritmo pacato e sempre agrodolce, tra l’horror, il fantasy e il melodramma leggero a volte particolarmente ispirato, come nell’ultima puntata.
Anche l’aver portato nomi nuovi all’interno della franchise come sceneggiatori e registi dona una certa varietà alla complessità dell’opera; il più rilevante è quello di Yūdai Yamaguchi (Meatball Machine, Yakuza Weapon) che si prende addirittura una puntata omaggio al cinema horror di tutto il mondo, con sigla dedicata e strizzate d’occhio palesi a George Romero.
Se questa puntata non raggiunge la vetta del delirio assoluto, tra tutti i villain famosi del cinema horror americano fusi in un unica creatura e citazioni sparse con tanto di universo finale di pellicole e split screen, è solo a causa di un’altra puntata basata sull’universo dei manga in cui Raiga deve lottare contro figurine disegnate schivando onomatopee e linee dinamiche. In effetti il cattivo di ogni puntata sta diventando sempre più articolato, simile per certe cose ai vari guerrieri del manga di JoJo. L’ultima novità particolarmente rilevante è la figura di un messaggero che porta le buste rosse contenenti le missioni, rappresentato da una sorta di bambina celata dietro ad un inquietante costume.
La recitazione fuori ruolo è uno degli elementi costanti che si tramandano di serie in serie ma c’è da dire che stavolta quasi tutti gli attori sono in ruolo e Natsumi Ishibashi mostra la stoffa della grande attrice. Altro elemento intelligente che questa serie ha in comune con la precedente è l’accogliere tra gli attori nomi rilevanti provenienti dal grande cinema. In questo caso nei panni rispettivamente di un cavaliere e di un sacerdote troviamo nientemeno che Sho Aikawa (Dead or Alive, Rainy Dog, Zebraman…) e Ren Osugi (Hana-bi, Cure, Audition…).
Novità rilevanti sulla mitologia dei cavalieri è la presenza di Crow dotato di ali con la possibilità di volare e di un elmo semovente e di una nuova forma finale per Garo, la Luminous (oltre ad un nuovo, accecante aggiornamento (dopo quello della prima serie) della versione berserk). La versione base invece è attrezzata di arpioni estensibili che dona la possibilità all’eroe di spiccare salti e di scalare rapidamente muri e pareti impervie.
Piccola cosa, ma va detto e notato, la gradevolezza dei titoli di coda che ad ogni puntata mostrano Gonza che cerca di insegnare nuove e semplici esperienze della contemporaneità ad una spaesata Mayuri.

Gli eroi

Nemici e Horrors

Fotogrammi della serie

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