Garo: Yami o Terasu Mono

Voto dell'autore: 4/5
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“Get back your gold.”

 

Nessuno avrebbe mai pensato all’epoca dell’uscita della prima serie di Garo che questa franchise avrebbe raggiunto un così grande e insperato successo. Certo, era uno dei rari tokusatsu ad essere distribuito nel nostro paese, prima in TV e poi in buoni DVD, ma nessuno si aspettava tanto da un oggetto così anomalo. Amemiya riusciva a portare a termine un suo percorso di inasprimento dell’universo tokusatsu, senza mai cadere nei vincoli e negli stereotipi del genere ma con una sentita marca autoriale che faceva esperienza di tutta la propria passata carriera. I Tokusatsu non erano più oggetti per ragazzini -o peggio- bambini ma per un target leggermente più adulto. C’erano stati esperimenti simili in quegli anni, pensiamo al live di Cutie Honey, a Lion-Maru G, a The Ancient Dogoo Girl ma nessuno di questi era riuscito a possedere il numero spaventosamente alto di pregi di Garo. Lion Maru introduceva temi adulti e “osceni”, Cutie Honey il melodramma e l’ottima azione. Ma Garo prendeva entrambi gli elementi, li affiancava ad un budget più corposo e li infilava in una saga di rara epica e colma, satura di fantasia, innovazione, invenzioni. Un inno alla creatività più sfrenata nella ricostruzione di un nuovo, innovativo e inedito universo fantasy, operazione rara e radicale pari solo a film storici e ormai classici, sia il Guerre Stellari che il recente Il Signore degli Anelli (che comunque non raggiunge la maniacalità di dettaglio e varietà di invenzioni di questa serie). E siamo quindi sorpresi se dopo un decennio l’esperienza Garo si è moltiplicata e divisa in più media; già la seconda serie ci sembrava una vittoria epocale, ma alla terza di cui trattiamo ora, ne è già seguita un’altra e nel momento in cui stiamo scrivendo ne è annunciata una quinta (seguito di questa), due animate, manga, videogiochi, film da sala, speciali per il video e una opera teatrale.
Dopo la fine della seconda serie era stato prodotto un film da sala che fungeva da chiusa aggiuntiva della stessa.
Per questa terza, Amemiya si allontana dal prodotto (ritornerà in forze per la quarta) e viene realizzato un oggetto di nuovo straordinariamente diverso e innovativo. Nessun legame o quasi con le due prime serie che seguivano una stessa continuity e nessun personaggio ricorrente se non Zaruba, l’anello parlante di Kouga.

Vol City è la città ideale e perfetta. Accoglie persone bisognose o deboli in un’economia interna favorevole che offre al cittadino ogni bonus sociale. Città fortezza protetta da un rigoroso corpo di polizia che garantisce ogni giorno l’assenza di qualsivoglia crimine. Il potere centrale ha il controllo sia dei media che del potere militare. E’ per questo che nessuno si accorge della continua scomparsa di abitanti e dell’accoglienza di nuovi. La città infatti è stata trasformata in una sorta di allevamento di anime umane destinate all’alimentazione di una nuova forma di Horrors impossibili da riconoscere con i soliti mezzi in dotazione ai cavalieri del Makai e dotati di innovativi poteri. Ma questo è solo il primo e più facile step della storia visto che il pericolo principale è ben maggiore del previsto e può portare alla distruzione totale della città. Vengono così mandati a Vol City come clandestini tre cavalieri tra cui un Garo e due sacerdoti del Makai per indagare, abbattere i nemici e bonificare la città. Ma anche stavolta la missione non sarà facile.

Per chi legge Asian Feast o già conosce i tokusatsu la città descritta dovrebbe automaticamente far venire alla mente la Jesus Town del precedente film Mechanical Violator Hakaider sempre di Amemiya. E con questo ha anche altre similitudini, soprattutto visive (specie quando viene avvicendato il colore rosso ai décors bianchi) ma anche nel sovversivo costrutto politico della storia. L’universo di Amemiya è in perpetua vulcanica espansione con una frequenza creativa sorprendente, ma spesso con elementi che si riproducono e intrecciano donando un interessante effetto di compenetrazione degli uni negli altri. Ma è interessante notare come viene costruita “tecnicamente” questa ideale città del futuro; se nel film citato venivano realizzate parecchie location, qua vengono sfruttate le normali geometrie urbane di città giapponesi su cui sono affisse solo qualche targa, qualche cartello e un leggero intervento del digitale ad inserire delle statue in giro e i monitor delle news proiettati in cielo. Il resto è solo affabulatoria capacità narrativa che mai una volta fa trasparire la realtà utilizzata ma immerge con un trasporto sorprendente lo spettatore in un universo identico al nostro ma che viene avvertito come altro, coerente, credibile e dotato di regole, leggi e dinamiche diverse e personali.

Cambia tutto, dicevamo. E cambia anche la forma, non più episodica ma formata da un macroblocco narrativo continuo che avvicenda vicende più ampie. Viene anche a mancare quindi la creatura della puntata da abbattere di volta in volta. In effetti la serie parte in quarta con una forma collaudata simile alla precedente, regalando un paio di mostri e un florilegio di nudi quasi sconvolgente. Fatto questo, muta immediatamente pelle presentando creature tutte uguali tranne alcune eccezioni rappresentate da personaggi particolarmente rilevanti. Nonostante tutto, questa scelta non pesa, sostituita da un avvicendarsi massiccio di sequenze d’azione e da un profluvio di wirework mai visto probabilmente in un prodotto televisivo se non in qualche wuxia cinese. Certo, viene in parte a mancare uno degli elementi più amati della franchise, ovvero lo straordinario character design delle creature, ma un intervento di maggiore scrittura del prodotto fa si che non se ne senta la mancanza. Non tutto funziona e alcuni scivoloni narrativi e qualche faciloneria di troppo turbano un po’ la continuità ma la serie si presenta come ottimo oggetto totalmente innovativo. Anche perché a cambiare è anche il contesto narrativo interno. Sempre rifacendosi al film sopra citato (quello di Hakaida), mentre nelle prime due serie la lotta era contro il proletariato dei demoni, stavolta è lotta di classe contro la borghesia. I “vecchi” Horrors occupavano i corpi e le menti di persone affondante nel vizio e nei sentimenti meno nobili della razza umana. Stavolta i “Madō Horrors” sono invece prodotti “artificialmente” da un potente di turno e coinvolte sono le persone che occupano ruoli sensibili nella società, come in una ideale loggia massonica demoniaca. In un attimo il governatore della città ha al suo seguito il potere dei media, quello militare e un imbattibile guardia del corpo.

Sono di due tipologie le creature presentate; alcune sono tipici umani il cui volto si apre rivelando mostruose fauci. Gli altri sono umani che mutano in una sorta di diavolo all’occidentale. Entrambi si strappano parti del corpo che si trasformano in armi bianche. Le altre creature evocate invece rientrano nella classica complessità e meraviglia propria della serie. Il boss di fine livello  di questa serie non emerge invece come i classici e accecanti delle precedenti, ma è talmente geniale nella messa in scena e carismatico che funziona ugualmente. Notiamo però che è stata totalmente abbandonata l’effettistica classica in virtù di un non sempre convincente (come già nelle precedenti serie) abuso di effetti digitali. Tutte le creature e tutti gli eroi in armatura sono ormai riprodotti al computer apparentemente in motion capture. Questa scelta a volte funziona, altre no. Stesso lavoro sulle location che raramente hanno elementi reali di scena. Anche qui c’è un abbondante margine di miglioramento.

Tre i cavalieri del Makai messi in scena, uno spadaccino rosso, un arciere blu e un Garo la cui armatura è nera; narrazione parallela della saga e la ricerca dell’antico splendore della stessa. Ai due sono affiancati un burbero sacerdote makai e una sensuale sacerdotessa trasformista. Altra scelta fortunata è stata quella di avere inserito vicino ai ragazzini protagonisti, alcuni veterani dotati di un elevato carisma. Il demone finale da abbattere stavolta è mascolino, vestito e maturo mentre il sacerdote che guida la missione, Burai è interpretato da Kohei Otomo.
Ma la sorpresa più grande è trovare nei panni di una letale guardia del corpo il veterano Yasuaki Kurata, grande attore protagonista di decine di film d’azione e di arti marziali del passato, dal classico Fist of Legend a Eastern Condors, The Return of the Sister Street Fighter e decine di titoli storici del genere. Regala un’interpretazione glaciale e divertita che da sola trascina avanti metà serie.

Come nelle due precedenti sorprende scoprire che il protagonista assoluto è interpretato proprio dall’attore meno talentuoso e carismatico del gruppo. Scelta incomprensibile.
Questa serie, più delle altre si rivela come tassello di un percorso tutto in crescita e in progressione che si sta indirizzando sempre più ad un pubblico adulto. Il ripetuto presentarsi di sequenze di sesso e di nudi femminili anche integrali ne è una prova lapalissiana. In una delle prime puntate viene mostrato un geniale duello di arti marziali tra un cavaliere armato di spada e una ragazzina completamente nuda. Non vedevamo una cosa del genere dai tempi dell’acclamato Ninja Final Duel. Dopo questa serie sono usciti un film, Tougen no Fue, dedicato alle due sacerdotesse protagoniste delle prime due serie, Rekka e Jabi e una miniserie di sei episodi, Zero: Black Blood, votata al cavaliere amico di Kouga, protagonista sempre degli esordi della saga. Poi è toccato alla quarta serie, Garo: Makai no Hana.

 

Gli eroi:

Gli Horrors

Fotogrammi della serie

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