Honda Ryûichi


Regista

Nato nella prefettura di Kanagawa nel 1974. Dopo gli studi di cinematografia presso l’Università delle Arti di Osaka (Osaka geijustu daigaku), ha continuato gli studi presso l’Università Nihon di Tokyo specializzandosi in arte cinematografica. La sua opera di laurea fu un lungometraggio in 16 mm, Il Vergognoso Paradiso di Tokyo – Il Blues di Addio (Tōkyō harenchi tengoku – sayounara no buruuzu) con cui nel 2001, ha vinto il premio Gran Prix nella sezione Off Theater al International Yubari Fantastic Film Festival che gli ha permesso di essere invitato a diversi festival all’estero come il Puchon Fantastic Film e il Festival di Torino. Al termine dello stesso anno, il film è stato proiettato in 5 sale, tra cui il Nakano Musashino Hall. Nel 2002 ha diretto il suo primo film commerciale, Il Liquore degli Dei – Sex Drink Strategy (Kamisama no kureta sake – sekushii dorinku daisakusen). Da allora, ha continuato a girare opere di vario genere destinate agli OVA o ai cinema minori. Nel 2005 il suo film Moglie senza Pelle (Datsuhi Waifu) è stato ben accolto sia all’estero che in patria, come al festival di Amburgo e al 30° Festival di Yufuin. Ha attirato l’attenzione per l’inserimento di musica anni ’60 e ricercati capi d’abbigliamento oltre che per l’umorismo surreale e assurdo. La presente opera è un progetto che voleva trasporre in film da lungo tempo. Abbiamo intervistato il regista nel corso del Festival Nippon Connection 2009.

Asian Feast: Si presenti al pubblico italiano.

Honda Ryûichi: Mi chiamo Ryuichi Honda, ho presentato il mio film GS Wonderland qui a Francoforte e, normalmente, in Giappone lavoro come regista.

AF: Il suo è il film più divertente della rassegna e lei, quando eravamo in sala, era a sua volta molto divertito dalle reazioni del pubblico. Come le è venuta l’idea di questo film?

HR: Grazie per i complimenti, in effetti mi sono divertito molto alle reazioni del pubblico. Fin dalle superiori, sono sempre stato un appassionato della musica giapponese degli anni 60, in particolare di quel genere, [ispirato ai Beatles], chiamato Group Sounds (band boom degli anni 60) e un giorno mi sono chiesto come dovesse essere fare fare un film su quel mondo magico e mistico.

AF: Nonostante il film sia una commedia, c’è una forte componente critica nei confronti dell’industria discografica, che costringe i musicisti ad adeguarsi al mercato per continuare a vendere dischi. Lei la pensa così o questo aspetto serviva solo a dare una maggiore tragicità allo sviluppo della trama?

HR: Ho leggermente forzato questa componente per il film, ma credo che questa situazione fosse vera nel 70% dei casi. Il motivo per cui ho sempre amato quel genere è perché al tempo quei giovani del Group Sounds, molti giovani cominciavano a fare musica per il gusto di farla e, in seguito, erano costretti a cedere alle pressioni delle case discografiche, fino a ritrovarsi a fare un tipo di musica che non gli piaceva come accade nel film. Nonostante siamo negli anni 2000, trovo che la loro musica sia tuttora eccezionale e questo mi ha spinto a voler ritrarre la nascita dei Group Sounds in un film. Con il mio film ho voluto mostrare questa cosa, in maniera divertente, ma anche realistica ed è per questo che, in fase di sceneggiatura, mi sono documentato molto.

AF: Nonostante il film sia ambientato negli anni 60, ci sono alcune cose molto attuali: per esempio, al giorno d’oggi molti gruppi rock giapponesi si vestono in maniera strana per attirare l’attenzione. I membri del gruppo protagonista del suo film, i Tightmen, sono costretti ad indossare delle improbabili calzamaglie; queste cose succedevano davvero già negli anni 60 o quella del film è solo un’esagerazione grottesca?

HR: Succedeva davvero anche negli anni 60! Era una cosa voluta dalle case discografiche per incuriosire e piacere alle ragazzine come il principe delle favole.

AF: All’inizio del film, il protagonista lascia la scuola per fondare il proprio gruppo; alla fine, invece, si taglia i capelli e decide di voler riprendere gli studi. Il messaggio che passa è un po’: “lascia perdere la musica e fai qualcosa di serio!”. Questa cosa è in controtendenza rispetto al messaggio che c’è di solito nei film che parlano di musicisti. Per lei, quindi, è meglio dedicarsi a qualcosa di più solido della musica?

HR: Il boom del Group Sounds è cominciato nel 1967 ed è finito nel 1969; in soli tre anni erano stati creati almeno un centinaio di gruppi che facevano questo tipo di musica, il 90% dei quali scomparve dopo pochissimo. Io a quell’epoca non ero ancora nato, quindi non so cosa sia successo a quel 90% forse hanno aperto un bar o forse qualcuno è davvero tornato a scuola, ma ho deciso di raccontare la storia di chi non ce l’ha fatta, piuttosto che la storia del rimanente 10% di gruppi, quelli che sono famosi ancora oggi.

AF: Il film è ambientato nel 1969; nonostante siano passati solo 40 anni, quanto è stato difficile ottenere una ricostruzione così maniacale dell’ambiente dell’epoca?

HR: Abbiamo avuto molti problemi nel trovare le location adatte, perché il film è ambientato a Tokyo, ma la città di oggi è completamente diversa rispetto agli anni 60; inoltre, avevamo un budget molto limitato, quindi siamo stati costretti a ridurre le scene ambientate in esterni. In particolar modo, volevo porre l’attenzione sui costumi dei Group Sounds che personalmente amo, ma si è presentato lo stesso problema: l’ideale sarebbe stato crearli da zero, ma, a causa del budget, abbiamo dovuto adattare indumenti già pronti, cercando di renderli plausibili. Inoltre, l’aiuto regista ha fatto molte ricerche sugli strumenti musicali, ma nonostante la conoscenza acquisita, quegli strumenti non esistono più. Per quanto riguarda gli strumenti musicali invece, ci siamo rivolti ai collezionisti giapponesi, i guitar maniacs, che ci hanno dato informazioni preziose o addirittura ci hanno prestato esemplari di strumenti che sono ormai fuori produzione.

AF: Il film è pieno di citazioni di altri film del periodo: le fan urlanti che inseguono il gruppo, come nei film dei Beatles o l’uso dello split screen, come nel film sul concerto di Woodstock. Sembra che la sua ricostruzione non si sia limitata solo a costumi e location, ma si sia spinta anche ad una riproposizione dell’estetica cinematografica di quel periodo…

HR: Avevo deciso il concetto del film, ma al momento della sua creazione mi sono reso conto che non volevo che la gente che ha vissuto quel periodo potesse rimanere delusa dalle imprecisioni, perciò ho fatto ricerche sui film del periodo. Ma, se posso essere sincero, io non mi sono ispirato direttamente ai Beatles e a Woodstock, ma ai film e ai videoclip girati dai gruppi giapponesi di quel periodo che, a loro volta, si rifacevano ai Beatles o a Jimi Hendrix.

AF: Nel Giappone degli anni ’60 circolava davvero la leggenda metropolitana secondo cui Paul McCartney e John Lennon erano da qualche parte in un bosco per insegnare a suonare il rock ai ragazzini giapponesi? Ma soprattutto: esisteva davvero il manuale “Impara a suonare la chitarra come Jimi Hendrix”?

HR: (ride) No… purtroppo sono entrambe mie invenzioni… dopo l’uscita del film, mi è capitato di leggere in un forum su internet una discussione dove delle persone battibeccavano circa l’effettiva esistenza di quel manuale… ma suppongo che non sia mai esistito nulla di simile, è solo una cosa che ho inserito nella sceneggiatura perché era divertente. Per quanto riguarda la storia di McCartney e Lennon, invece, ho preso spunto dal periodo di inattività dei Beatles alla fine degli anni ’60 e ho pensato che a quell’epoca era molto facile approfittare della lontananza dalle scene di qualcuno per creare leggende metropolitane su di lui; non c’era internet per confutare o smentire una notizia, quindi era molto più facile far credere alla gente certe cose.

 

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