Jiang Wen


Introduzione (o del Nuovo Cinema Cinese)

 

C’era una volta in Cina … o per dirla con parole altre: la storia di come un attore diventato regista ha lasciato un suo segno indelebile nella realtà del cinema cinese contemporaneo.

Quando nel 1994, alla Mostra del Cinema di Venezia, il pubblico del festival cinematografico più antico del mondo si ritrovò davanti agli occhi In the Heat of the Sun, con tutta probabilità non furono in molti a rendersi conto di quello che stavano vedendo. Il cinema cinese (della Cina continentale, s’intende) aveva già sfondato sui palcoscenici mondiali da qualche anno, da quando a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 i maestri della cosiddetta Quinta Generazione avevano cominciato a realizzare pellicole dense di fascino che destavano la curiosità di conoscere un paese, sino ad allora culturalmente piuttosto chiuso in se stesso, e insieme erano in grado di stuzzicare quel gusto per l’esotico che ha da sempre caratterizzato il pensiero occidentale. Sorgo Rosso, Addio Mia Concubina, La Storia di Qiu Ju, The Horse Thief e il loro successo di critica ottenuto a Cannes, Berlino e Venezia erano riusciti in un certo senso a dare un’idea di cinema cinese molto legata alla rappresentazione della realtà, soprattutto in senso drammatico, di una Cina tra la tradizione e la difficoltà del quotidiano. Siamo sicuri che non per tutti quegli spettatori veneziani dell’estate del 1994 sarà stato così, ma siamo anche sicuri di non andare tanto lontano dal vero quando pensiamo che molti, allora, all’annuncio di un film ambientato nella Cina della Rivoluzione Culturale, da In the Heat of the Sun si aspettassero niente meno che un bel ritrattone delle disgrazie di una generazione perduta tra campi di rieducazione e purghe pubbliche.

E invece, no. Invece che quel che ci si poteva aspettare, Jiang Wen in questo suo film di esordio ha messo tutta la nostalgia che poteva (la nostalgia dei suoi 15 anni) e, con lo spirito di un trentenne che si ricorda da ragazzino, ha soffuso di una luce tutta diversa In the Heat of the Sun e ha generato – forse inconsapevolmente – una specie di percorso parallelo del cinema cinese, che da allora non è più stato solo quello quintogenerazionale e drammatico che allora girava il mondo dei festival e dei saggi di cinema del periodo.

In In the Heat of the Sun la nostalgia per il tempo dell’adolescenza infatti trasfigura la realtà in ricordo, che poi è il ricordo personale dello stesso Jiang Wen di quegli anni ‘70 cinesi che siamo stati abituati ad assimilare come un periodo buio di eventi tragici. Da una visione resa in maniera oggettivante si passa dunque, e in maniera dichiarata (a partire dal prologo del film, con la voce fuoricampo dello stesso Jiang), a una visione soggettiva e quasi individuale. Da cosa è successo si passa a cosa e come si è vissuto in quel periodo, quello della Rivoluzione Culturale. Nelle parole di Shelly Kraicer questo spirito è catturato perfettamente:

 

“Il tempo ha cancellato i miei ricordi. Non so più distinguere ciò che è immaginario da ciò che è reale” (dal prologo di In the Heat of the Sun). L’ossessione del tempo occupa una parte centrale di quelli che sono i più importanti film cinesi degli anni ’90. Il grande cinema cinese di quegli anni pone al suo centro la questione radicale di come venga percepita l’esperienza del tempo che passa e che cambia le cose, andando a toccare il nervo scoperto dei nostri preconcetti sul tempo, sul ricordo, risolvendoli spesso a mezzo di alternative liberatorie all’esperienza diretta del reale. La macchina da presa di Jiang Wen, vagando senza vincoli nello spazio e nel tempo, disegna traiettorie di libertà che sono in un certo senso negate a molto cinema suo contemporaneo. In the Heat of the Sun, che a prima vista narra una semplice storia personale ambientata ai tempi della Rivoluzione Culturale, è in profondità qualcosa di molto più importante: un cosciente tentativo di smantellare il cinema realistico cinese della Quinta Generazione, in chiave post-moderna, un’ironica, romantica indagine delle possibilità offerte dalle pulsioni adolescenziali ed erotiche ai tempi del totalitarismo, e una meditazione su trappole e opportunità che la distorsione, la sfumatura creativa del ricordo, offrono. (Shelly Kraicer).

 

In questo senso, In the Heat of The Sun si inserisce in un percorso che vede come capostipite il C’era una Volta in America di Sergio Leone, e affonda le radici nel cinema di lingua cinese fiorito nelle opere di Hou Hsiao Hsien degli anni ’80, in primis di The Boys from Fengkuei e The Time to Live and the Time to Die. Così facendo, riporta anche al cinema cinese continentale quell’occhio denso e capace di trattare contemporaneamente la storia pubblica e quella privata, raccontando la prima con la seconda che il maestro taiwanese ha fatto cifra poetica. Questa strada, gradualmente intrapresa da parte del cinema cinese che seguirà In the Heat of the Sun, vedrà fiorire una controcorrente di pellicole e registi interessati a trattare i temi del quotidiano con una leggerezza e un’attitudine al fantastico e al metareale che non era stata nemmeno pensabile prima di allora. In un cinema cinese condizionato dallo schema cinema di propaganda (di regime) autorizzato dal sistema di censura perché strumentale – cinema indipendente e impegnato che sfida la censura e del regime vuole raccontare le storture, In the Heat of the Sun arriva a scardinare questo dualismo e a dar nutrimento a una sorta di terza via, capace di reimmaginare la realtà raccontandola in profondità, per come cioè essa viene percepita dai protagonisti degli eventi. Dalla cronaca alla storia vissuta. Questa terza via aprirà in un certo senso la strada a un cinema più sensuale e spirituale, più umano, ritratto nei lavori di giovani registi arrivati alla ribalta verso la fine degli anni ’90 e il principio del nuovo millennio, in lavori come Chicken Poets, Platform, Peacock, Missing Gun, Chengdu, I Love You, per citare i primi ad emergere tra gli altri. Ecco dunque formarsi un gruppo di registi che sfrutteranno, direttamente o indirettamente questa atmosfera meno realistica proposta dagli esordi registici di Jiang Wen, tra cui spiccano Lu Chuan, che si fece produrre il film d’esordio dallo stesso Jiang, e Zhang Yuan, mentre Gu Changwei aveva già lavorato con Jiang prima di esordire in regia dopo una carriera di direttore della fotografia.

 

Cinema dei sensi, sinestetico, difficile da descrivere solo con i fotogrammi, ecco una sintesi in pochi attributi dell’opera di Jiang Wen; una cosa ha colpito particolarmente chi scrive, durante la preparazione di questo pezzo, e in particolare mentre si sceglievano le immagini tratte dai film cui accompagnare i testi, è il fatto che queste immagini, questi fotogrammi – per quanto possano essere singolarmente belli visivamente e significativi (la fotografia nei film di Jiang è sempre molto curata, del resto) – non riuscivano a esprimere appieno l’atmosfera dei film da cui provenivano; mancava loro il ritmo, il movimento, la musica, le parole, le canzoni, la tensione tra i personaggi. Mancava loro, in una parola, il contesto, e il contesto nel cinema di Jiang Wen ha un ruolo cruciale; si potrebbe anzi dire che il contesto, il contorno, o meglio la fusione di immagini in un racconto audiovisivo, è il cinema di Jiang.

Il contesto, le storie, le persone che abitano queste storie. Il nervo scoperto vitale e pulsante del cinema di Jiang Wen sta tutto qua. Per questo cinema non si scindono i comparti, non si possono valutare separatamente la fotografia, o la regia, o la direzione degli attori, o il montaggio, o la scrittura…ma è come la realtà: va visto ( e giudicato) tutto insieme, e nel suo insieme, perché come dichiarava lo stesso Jiang in un’intervista, nel 2007:

 

Le storie che si possono raccontare con le parole, a voce o per iscritto, non hanno bisogno di essere soggetto di un film (intervista ad Anjali Rao, Pechino).

 

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