Johnnie To Kei-Fung


Johnnie ToRegista

Abbiamo intervistato il regista al Lido di Venezia, sulla terrazza dello spazio Lancia, nel corso della 68° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia. Il regista era in loco con gli attori per presentare il film in concorso Life without Principle.

 

 

Asian Feast: Come le è venuta l’idea di fare un film in cui il protagonista principale è il denaro?

Johnnie To: Personalmente, ritengo che la questione del valore del denaro ad Hong Kong abbia raggiunto un livello quasi assurdo. Non avrei mai immaginato che l’importanza del denaro nella vita delle persone ad Hong Kong avrebbe raggiunto questi livelli. Quando ad esempio le banche fanno pagare una commissione del 10% sul deposito di denaro in monete, denaro che viene comunque dalle stesse banche, l’unica cosa che mi vien da pensare è che si è giunti al paradosso. Ero abituato a pensare che le banche fossero un posto sicuro dove mettere i soldi, e magari guadagnarci anche un piccolo interesse, ma ora non è più così. Ora se hai un po’ di soldi in banca cercano di farteli investire sui mercati finanziari, e se non li investi ci perdi perché l’interesse che ti danno è quasi nullo. Le banche sono diventate in un certo senso una trappola, non un posto sicuro e tranquillo dove depositare i tuoi risparmi. Sono un protagonista interessante per una storia.

AF: Il titolo Life without Principle sembra essere un riferimento al saggio omonimo del pensatore americano Henry David Thoreau, che anch’esso trattava delle relazioni tra la moralità e il sistema economico, nel XIX secolo. Che ne pensa dell’opera di Thoreau?

JT: In realtà, il titolo internazionale non si riferisce a questo. Personalmente, non conosco Thoreau e non ho letto il saggio cui si riferisce. Direi che si tratta di una coincidenza.

AF: Nel film si menziona l’importanza sul mercato internazionale dei paesi emergenti del cosiddetto BRIC (Brasile, Russia, India, Cina). Qual è invece l’importanza dei paesi BRIC sul mercato cinematografico?

JT: Dove l’economia va bene, le persone si sentono più attratte e disposte a spendere nel mercato dell’intrattenimento. Quindi credo che questo sia un momento buono per il cinema di questi paesi, visto che c’è la disponibilità economica e il cinema è un buon modo per investire. Ad esempio, in Cina il mercato è cresciuto del 20% in un anno e ogni giorno si aprono un paio di nuove e moderne sale cinematografiche. Quindi direi che i paesi del BRIC sono emergenti anche nel cinema.

AF: Quali prospettive internazionali vede per il cinema del suo paese?

JT: In Cina il cinema sta crescendo in maniera molto rapida, ma il suo sviluppo nel futuro dipende molto dall’evoluzione del sistema di censura. Se la censura cinese si aprirà e allenterà i vincoli rendendosi in un certo senso più liberale, allora credo che il cinema cinese possa davvero assumere una dimensione internazionale, essere esportato e influenzare il cinema mondiale in maniera profonda. Ma, appunto, questo dipende dal controllo esercitato dalla censura. Non è una cosa che può succedere nell’immediato futuro, però.

AF: Come regista ha fatto film di molti generi: dalla commedia, al poliziesco, al dramma sociale, come potrebbe essere definito Life without Principle? Qual è la sua formula per marchiare con il suo personale tocco film così diversi?

JT: Nel mio lavoro, cerco di seguire sempre quello che la realtà mi trasmette, quello che vedo succedere nella società, tra le persone. Non sono interessato a raccontare storie che rivelino verità profonde o tendenze politiche, ma sono interessato a descrivere il comportamento umano, che sia quello di un killer, di un poliziotto, di un normale cittadino come sono i personaggi di Life without Principle. Una cosa che non manca mai nelle mie storie è il momento di humor nero, di comicità straniante e forse è questo il mio tocco più personale. Credo che la vita delle persone già sia un po’ come una commedia e che non ci sia bisogno di stilizzarla o “scriverla” troppo, per metterla in film. Spesso basta raccontarla, per stupire.

AF: Si considera un autore?

JT: Non credo di essere un autore, non mi considero tale. Quello che mi piace fare coi miei film è raccontare storie, ed è questo che mi diverto a fare. Penso che se una persona va al cinema a vedere un mio film e ne esce intrattenuto o stimolato a riflettere su qualcosa di cui il film parla, questo è il miglior premio per il mio lavoro.


Tutte le foto sono di Senesi Michele e Samuele Bianchi – ©AsianFeast.org/PALONERO
Le trovate in alta qualità, insieme ad altre nelle nostre gallerie Flickr QUi, QUI e QUI.

 

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