Nakamura Yoshihiro


Regista

L’edizione del 15° Far East Film Festival di Udine è la quarta presenza per Nakamura Yoshihiro, che presenta un dramma sentimentale dal titolo See you Tomorrow, Everyone. L’eclettico regista di Ibaraki, sceglie una formula diversa dal solito per sviluppare la storia, senza però privare il film della sua personale impronta introspettiva.

Asian Feast: Tanto per cominciare, una domanda sul modo in cui ha gestito See you Tomorrow, Everyone. I suoi film sono spesso strutturati per parti, ed è solo al terzo atto che la storia va a riunirsi e comporre il finale, concludendosi quindi solo durante gli ultimi minuti. Come mai questa volta ha deciso di trattare una storia così lineare? Come si è trovato? Commenti dalla produzione?

Nakamura Yoshihiro :  Fra i film che ho fatto in precedenza ce n’è uno che ho diretto “a metà”; Potachips, o Potato Chips. Devo dire che fino a prima di creare questo film, avevo sempre utilizzato un tipo di struttura a puzzle, quindi cercando di fare tantissime riprese, anche lunghe, e condensare in montaggio. Potato Chips era invece un film breve per il quale ho usato il metodo, potremmo dire, opposto. Alla fine il materiale tendeva a crescere invece che contrarsi, e di questo mi sono appunto accorto in montaggio. In quel momento mi sono reso conto che poteva essere un approccio interessante, e mi ha dato lo spunto per dare un altro tipo di importanza alla componente temporale nei lavori successivi. La produzione non ha detto nulla, mi danno sempre carta bianca, e di solito mi viene detto di agire come meglio credo. Mi sento sempre dire “Bravissimo, grande!” (Ride)

AF: In particolare in See you Tomorrow, Everyone si è notata questa forte allusione al non volersi privare del passato, al non voler abbandonare i sogni di bambino e l’idea di una vita innocente. Questo percorso che compie il protagonista voleva dare un’accezione positiva o negativa dell’attaccamento all’infanzia ed alla difficoltà che troviamo nell’affrontare la vita adulta?

NY: No, io non ho dato alcuna accezione negativa. Quello di cui volevo parlare in sostanza è della guarigione di un ragazzo da un trauma che lo aveva portato a rinchiudersi nel suo mondo perfetto, quasi un paradiso. Grazie ad un incidente, il trauma viene finalmente messo in secondo piano ed il protagonista riesce ad uscire dal complesso in cui si era rinchiuso, compiacendo inoltre le ultime volontà della madre, che nel testamento lo aveva esortato ad uscire e trovare il suo posto nel mondo. Per molte persone la lettura cambia e acquista un’accezione negativa secondo cui un uomo rimasto chiuso nei suoi sogni per tutto quel tempo non troverà mai un suo perché. Però ecco, la mia accezione è positiva.

AF: Possiamo quindi escludere la lettura secondo cui il finale tende ad un confronto negativo con la realtà.

NY: Più che altro mi piace pensare che il finale racconti di un protagonista che ha sì perso il suo paradiso, ma ha guadagnato la possibilità di crearsi molti altri paradisi nel mondo esterno.

AF: Parlando dei film girati in passato, prendiamo ad esempio Golden Slumber, The Booth, The Glorious Team Batista… possiamo notare una forte differenza di genere. Come si approccia e gestisce con diversi generi, avendo spaziato dall’horror al sentimentale? Ed in particolare quale di questi generi preferisce?

NY: Il mio approccio è abbastanza simile anche per generi diversi. Per quello che riguarda i film d’orrore, escludendo Booth, c’è stato un periodo in Giappone chiamato “Japanese Horror Boom”, durato due o tre anni circa, in cui i film dell’orrore giapponesi avevano avuto un grosso successo. Poco dopo questo boom, stavo iniziando a girare un film chiamato Route 225, ed il primo giorno di riprese ho sentito come se il mio corpo fosse stato particolarmente leggero, una sensazione strana. Mi chiedevo perchè, ma poi sono riuscito a capire che era tutto dovuto al fatto che stavo per girare un film dell’orrore. Questi film richiedono l’idea che stia per cominciare a succedere qualche cosa. A me in realtà non piaceva fare questo genere, ma il mio corpo aveva avuto quella reazione. Probabilmente non credo di aver risposto alla domanda (ride). Questo anche per dire che a me piace un ambito recitativo in cui far accadere qualcosa in un ambiente normale, che sconvolga di fatto la normalità delle cose. Nell’horror invece c’è sempre qualcosa già sopra le righe e questo non succede. Oh, ed il mio genere preferito, come spettatore intendo, posso dire sia il giallo.

AF: Sempre riguardo al suo modo di gestire i suoi lavori, preferisce arrivare sul set con l’idea di non lasciar spazio a nessuna improvvisazione o predilige un approccio più sciolto?

NY: Entrambi. È importante che ci sia la preparazione, ma nel momento in cui si arriva sul set è importante anche che l’attore si fonda con ciò che lo circonda. Non si tratta di improvvisazione, perchè gradisco che le battute vengano dette esattamente come sono riportate, però è importante rendersi conto degli spazi per l’interazione.

AF: Nel 2007 ha vinto il Kaneto Shindo come giovane regista più promettente. Vincere questo premio ha in qualche modo cambiato il suo modo di lavorare?

NY: No, in realtà il mio modo di pensare non è affatto cambiato, ma posso dire di essere stato onorato di ricevere questo premio. Il Kaneto Shindo è dato da una giuria composta da soli produttori, che ogni anno assegnano un premio oro ed uno argento, quindi per me è stato un conferimento molto gioioso. A volte è il contrario. Quando un’opera viene lodata può succedere che uno si blocchi.

AF: Infatti vorremmo sapere se questa premiazione ha fatto si che lei si creasse delle aspettative riguardo al suo lavoro.

NY: Aspettative sempre maggiori, ovviamente. È un premio che ti fa capire che ci sono molti produttori disposti a lavorare con te, quindi ho pensato “Evviva, continuo a lavorare!” (ride)

AF: Non è la prima volta che viene al Far East Film Festival di Udine, come si trova? Ha riscontrato un’approvazione maggiore qui o in patria?

NY: Bhè posso dire che rispetto al pubblico giapponese, il pubblico di Udine è molto caloroso. Ed anche l’organizzazione del festival è davvero efficiente. Mi da molta forza ed energia venire qui.

AF: Lei ha girato un episodio di Tales of Terror from Tokyo, Kumo-Onna. Ha riscontrato differenze tra la produzione cinematografica e quella televisiva?

NY: La grande differenza sta appunto nel mezzo di trasmissione; la caratteristica dei film cinematografici è che gli sforzi sono tutti tesi a completare il copione e la sceneggiatura nel miglior modo, per dar vita all’intera storia. Quando parliamo di televisione c’è ovviamente una data di messa in onda e quindi il numero di giorni per la produzione è limitato per poter dar modo alle emittenti di utilizzare il prodotto, quindi bisogna andare ad una velocità folle. Volevo fare qualcosa di diverso così ho unito commedia ed orrore, spero con successo.

Tutte le foto sono di Senesi Michele e Alessia Tamer

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