Sakamoto Rei


sakamoto reiRegista

Abbiamo intervistato il regista Sakamoto Rei nel corso del Nippon Connection 2009 di Francoforte. Sakamoto è uno dei più noti e giovani registi di pink eiga giapponesi, già assistente di  Zeze Takahisa e Sato Toshiki.

 

Asian Feast: Si presenti al pubblico italiano.

Sakamoto Rei: “Mi chiamo Sakamoto…” (in italiano ndr.) Il pubblico italiano forse mi conosce perché dieci anni fa ho presentato alla Mostra Internazionale del Nuovo Cinema un film con il mio senpai Tajiri Yuji [1], lo stesso film che in questi giorni stanno proiettando a questo festival di Francoforte No Love Juice: Rustling in the Bed (1999).

AF: I media la presentano come esponente della new wave del pink eiga. Esiste davvero questa new wave o è solo una trovata della stampa?

SR: Faccio parte di una generazione che ha cominciato a lavorare nel cinema in veste di assistenti dei grandi esponenti del pink, tra questi c’era il gruppo “Pinku Shitennou” (I quattro imperatori del Pink) [2] che iniziarono già un movimento di innovazione; ma da un certo momento in poi abbiamo deciso di allontanarci dal pink eiga canonico per fare qualcosa di diverso. Sicuramente noi ci proponiamo in maniera conscia come innovatori ed i giornalisti ci hanno attribuito questa etichetta.

AF: Solitamente chi vuole far cinema comincia facendosi le ossa nel pink eiga e poi passa al cinema cosiddetto “normale”. Lei invece, durante la presentazione del film, ha detto di essere uno che fa i pink per scelta. Quali sono i suoi scopi? Quali risultati vuole ottenere?

SR: A dispetto di quanto si possa credere, non basta inserire delle scene di sesso in un film per fare un pink eiga (anche se ci sono aziende come la Cinema Complex [3] che lo sfruttano in questo modo), esistono delle regole ben precise. Noi cerchiamo di seguire queste regole, cercando un modo di spingere gli spettatori a vedere dei pink eiga non solo per le scene di sesso.

AF: Rispetto alle pellicole a cui siamo abituati quando pensiamo ad un pink (storie brevi e pretestuose, scene di sesso ogni 10 minuti…), il suo Yariman contiene scene di sesso castissime e tratta un tema difficile, il rapporto con la morte. Com’è stato accolto il film dallo spettatore medio, abituato a film meno impegnativi?

SR: Sinceramente non so nulla a proposito di come questo film sia stato recepito. Molto banalmente, il mercato del pink funziona in maniera meccanica: un film vende o non vende. Io stesso ho fatto diversi film che non hanno venduto; questo invece è uno di quelli che ha venduto meglio tra le mie opere.

AF: I suoi film vengono presentati ai festival e ricevono premi; hanno quindi scavalcato le barriere del circuito del pink. Lei ha mai la tentazione di mettersi a fare cinema “normale”?

SR: No, nessuna tentazione anche perché, in fondo, il pink fa parte del mondo cinematografico giapponese ed è cinema a tutti gli effetti: così come qualsiasi altro film, appare nelle riviste e nelle recensioni… lo stesso staff che ha realizzato un pink eiga, subito dopo potrebbe realizzare un altro tipo di film…. Per esempio un direttore della fotografia molto importante come Tamura Masaki (che ha lavorato per registi piuttosto importanti come Aoyama Shinji o Yanagimachi Mitsuo), ha lavorato anche con me. In pratica non c’è alcuna differenza a livello di produzione. Sicuramente avrò delle opportunità per lavorare a film normali, ma per me sarà sempre più facile allestire la produzione di un pink eiga e, come ho detto poco fa, al momento voglio trovare un modo per cambiare la percezione dei pink eiga.

AF: Come ha avuto l’idea di trattare il tema della morte all’interno di un pink eiga? Ha avuto problemi a realizzare visivamente questa storia?

SR: In effetti in Giappone la morte non è recepita così pesantemente come in Occidente. A me capita spesso di pensarci, ma non al concetto astratto, penso ai miei cari che non ci sono più, penso a mio padre, ai miei nonni, ai miei amici. E’ l’unica certezza che abbiamo: la gente muore. E questa consapevolezza spesso emerge nei miei film senza che io me ne accorga. Ingmar Bergman ha affrontato il discorso della morte nel suo ultimo film, Sarabanda (2003), dando risalto ad un concetto molto semplice: dopo la morte di qualcuno, non è più possibile incontrare quella persona. Noi conserviamo nella nostra memoria il ricordo di chi è morto, ma restano solo i ricordi, niente di tangibile e quindi alla fine non rimane nulla. Ed è proprio questo che rende difficile trattare l’argomento della morte.

AF: Nel film, la ricerca di una giusta collocazione delle ceneri dell’amante, sembra quasi la trasfigurazione di una ricerca per trovare una nuova famiglia ad un’orfanella; e quando, nel finale, la coppia decide di tenere le ceneri, è come se decidessero di diventarne i genitori e questa cosa rinsalda il loro rapporto, che prima era in crisi. Questa inconsueta idea di “famiglia” era voluta?

SR: Quando io realizzo un film naturalmente ci sono delle parti create intenzionalmente, ma è come se crescessi un bambino sotto la mia responsabilità e, ad un certo punto, arriva il momento in cui mi devo separare da lui e farlo andare per la sua strada; a questo punto è il film che creerà a sua volta qualcosa nello spettatore. Non avevo previsto questa lettura della storia, ma mi fa piacere che il film sia riuscito a creare questo tipo di suggestioni.

AF: Come mai il titolo del film è Yariman (“puttana” in giapponese) quando poi il protagonista è un uomo?

SR: Come in tutti i pink eiga, purtroppo non è il regista a scegliere il titolo del film, ma la produzione. Una delle fonti della storia di questo film è la figura della Dea Afrodite, che spesso viene associata alla rosa; quindi, nelle mie intenzioni, il film avrebbe dovuto intitolarsi Bara (Rosa); ma con un titolo così, non sarebbe andato a vederlo nessuno.

 

[1] Sia Tajiri che Sakamoto fanno parte del gruppo pink new wave “Pinku Shichi Fukujin” (i sette dei della fortuna del Pink)

[2] “Pinku Shitennou” è un gruppo che ha iniziato nel 1980, cercando di proporre qualcosa controcorrente, come pink film gay oppure con scene forti, tanto da negare lo spirito stesso del pink. Al contrario, il gruppo di Sakamoto (pinku shichi fukujin) si discosta dal pink sugli aspetti di creazione della storia o di messaggio, senza cercare di scioccare lo spettatore, ma di arricchirlo.

[3] Cinema Complex è una trasmissione di film va in onda a tarda notte sul network TV Asahi a ritmi irregolari.

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