Taguchi Tomorowo


Attore, regista

Nonostante una prolifica carriera di attore, per noi europei Tomorowo Taguchi è quasi esclusivamente Tetsuo, col suo trapano e le sue urla. Lo incontriamo in veste di regista di Oh, My Buddha! (reintitolato in seguito come The Shikisoku Generation) ad aprile 2010 al Nippon Connection di Francoforte e ci troviamo davanti un distinto signore con occhialetti e baffetti, che sembra molto più giovane di quanto non sia. Sorride molto, ci parla con passione del suo lavoro, ma, ogni tanto, il suo sorriso si trasforma nel ghigno dell’impiegato che lo ha reso famoso.

 

Asian Feast: Il film che presenta quest’anno al festival è la sua seconda regia dopo Iden & Tity (2003), cos’è cambiato da allora dal punto di vista produttivo? I suoi obiettivi artistici sono diversi?

Taguchi Tomorowo: All’epoca del mio primo film, mi era stato proposto di produrre qualcosa, ma io non ne ero del tutto convinto; quindi chiesi aiuto ai miei amici, ma il risultato non è stato soddisfacente. Stavolta invece mi è stato proposto un soggetto che mi piaceva molto, quindi le cose sono andate meglio.

AF: Nonostante questo suo secondo film sia un progetto realizzato su commissione, è possibile notare dei punti di contatto con Iden & Tity, per esempio la presenza di Bob Dylan sia in colonna sonora, sia come cameo (anche se si tratta di un sosia). Quanto ci ha messo di suo?

TT: I due film hanno punti di contatto narrativi soprattutto perché entrambi i soggetti sono stati scritti da Jun Miura, che è mio amico, oltre ad essere mio coetaneo, quindi abbiamo dei punti di vista molto simili.

AF: Cosa ne pensa del lavoro di regista? Lo fa perché le piace o solo perché la chiamano? E soprattutto, sente di avere qualcosa da raccontare?

TT: Ho girato il mio primo film perché volevo provare a stare dall’altra parte della macchina da presa, anche perché, lavorando come attori, si mette in un film solo una parte di se stessi e questo è frustrante. Invece per questo secondo, mi sono lasciato coinvolgere dalla produzione. Se mai farò ancora il regista, mi piacerebbe misurarmi con qualcosa di completamente nuovo ed originale. Vorrei raccontare una storia che parla di ciò che mi ha influenzato di più, ovvero la musica punk rock e la cultura underground giapponese, quindi un qualcosa di completamente diverso dai miei primi due film.

AF: Il ragazzo che interpreta il protagonista di questo suo film sembra un attore consumato, eppure è un esordiente; pensa che il suo passato da attore possa averla aiutata nel dirigere così bene altri attori?

TT: Tutto il cast del film è composto da musicisti e attori dilettanti. Proprio perché ho un passato da attore, sentivo di volere un cast del genere piuttosto che persone con esperienza. Più che a una buona performance attoriale ho puntato alla spontaneità, volevo mostrare qualcosa che esistesse davvero.

AF: Ultimamente in Giappone va di moda fare film con un protagonista “carino”, lei invece è andato in controtendenza prendendo un “cherry boy” (in Giappone si usa il termine “cherry boy” per definire un ragazzo ancora vergine. NdA). Dove ha trovato quest’attore?

TT: Durante il casting, chiedevo ai candidati per il ruolo principale di cantare, perché era previsto che il personaggio cantasse all’inizio e alla fine del film. Abbiamo provinato diversi ragazzi delle superiori fino a trovarne uno che non aveva mai recitato in vita sua, ma che cantava in maniera molto convincente. Il vero problema è poi sorto quando avremmo dovuto girare la scena in cui bacia una ragazza: è scappato via in preda all’imbarazzo, noi lo abbiamo inseguito e ci abbiamo messo due ore a convincerlo che poteva girare quella scena. Lui diceva di non riuscirci con quella ragazza perché non stavano insieme, non poteva baciare qualcuno che non gli piacesse veramente. E io gli ho detto che lo avevo scelto per quella parte proprio perché lui era così…

AF: Solitamente si ambientano le commedie a Tokyo, come mai questo film è ambientato a Kyoto?

TT: L’idea di ambientare la storia a Kyoto era già nella sceneggiatura e, per quanto riguarda me, è una città che adoro. Inoltre, essendo il film ambientato negli anni 70, era più facile riuscire a trovare delle location che erano rimaste così com’erano quarant’anni fa.

AF: Lei ha iniziato la sua carriera in piccole produzioni come i Tetsuo di Tsukamoto Shinya o in Guinea Pig 5: Android of Notre Dame, ora lavora in grandi colossal come Gantz o Gamera the Brave. Sembra quindi che in Giappone un attore sia libero di passare dalle produzioni underground a quelle mainstream senza problemi. Cosa ne pensa?

TT: Vi ricordate anche di Guinea Pig? Ma allora siete degli intenditori! Purtroppo in Giappone non c’è tutta questa libertà… un attore deve andare prima di tutto in tv e diventare famoso in quel contesto per sperare di poter recitare in una produzione cinematografica importante. In genere, poi, un attore è legato ad uno studio, quindi non partecipa a produzioni indipendenti sia perché non si guadagna chissà che, sia perché è lo studio a dire no ancor prima che una proposta di una produzione indipendente arrivi all’attore. Io ho la fortuna di essere un’eccezione, di poter passare dall’underground al mainstream quando voglio.

AF: Nonostante lei abbia interpretato ruoli molto diversi tra loro, è sempre possibile riconoscere alcuni particolari riconducibili ad un suo stile. Com’è avvenuta la sua formazione di attore? Lavora ancora su se stesso o pensa di aver raggiunto un livello tale da potersi ritenere soddisfatto?

TT: Non ho fatto degli studi canonici, ho imparato facendo esperienza. Prima con Tsukamoto, che mi ha fatto esordire, poi Takashi Miike, poi Shohei Imamura… esperienza sul campo, giorno per giorno. All’inizio mi facevo guidare dall’istinto e questo bastava ai registi con cui lavoravo, poi mi sono trovato a lavorare con Nagisa Oshima, il quale mi disse: “Non recitare un ruolo… sii vero!”. A quel punto ho capito che esistono vari stili, vari modi di fare l’attore e che si ha sempre qualcosa da imparare. Attualmente, come attore, mi piace misurarmi con cose particolari e diverse, in modo da accumulare nuove esperienze e combinarle tra loro per creare qualcosa di nuovo.

AF: Nella scena del festival studentesco, i teppisti prendono l’inno della scuola e lo stravolgono, un po’ come i Sex Pistols che stravolgono God Save the Queen. Visti i suoi trascorsi punk, quella scena è una sua invenzione o era già in sceneggiatura?

TT: La scena c’era già, ma devo ammettere di averci messo molto di mio nel modo in cui è stata realizzata. (ride)

AF: Parlando di cultura punk, girano diverse leggende metropolitane circa questo gruppo teatrale di cui lei faceva parte insieme a Tsukamoto e Sho Ishikawa. In giro si sentono diverse storie su vostre performance live completamente folli, ma spesso esistono versioni diverse di una stessa storia. Vuole raccontarci com’è andata veramente?

TT: Di vero c’è che Tsukamoto aveva un gruppo teatrale che si chiamava Kaijyu Theater. Io ho partecipato ad alcune performance, ma, nel momento in cui Tsukamoto ha cominciato a far cinema, il gruppo si è sciolto. Tutto il resto è solo leggenda (ride).

AF: Per noi occidentali, una volta, il cinema giapponese era quello di Yasujiro Ozu, Akira Kurosawa e Nagisa Oshima, che era considerato l’outsider, il trasgressivo. Poi è arrivato Tetsuo, che ha messo in luce fermenti del cinema giapponese dei quali non si sapeva nulla e intorno ai quali si è creato un forte interesse, tanto che Tetsuo, in Italia, è stato trasmesso anche in tv. Lei è conscio di essere un’icona del cinema giapponese? Come vive questa cosa?

TT: Un’icona? Io? Ma no… (ride) Sono sempre rimasto sbalordito quando, da giovane, mi invitavano ai festival e vedevo quanto successo avesse Tetsuo in occidente; in Giappone non è un film molto conosciuto ed è inconcepibile solo pensare di poterlo mandare in tv. A volte, qui in Europa, gli amici mi presentano come “quello di Tetsuo” e mi ritrovo circondato da folle adoranti, ma poi torno in Giappone, dove di Tetsuo si ricorda solo qualche ragazzino ogni tanto.

AF: Alcuni parlano di crisi del cinema giapponese, lei ha lavorato con tutti i maggiori registi giapponesi, cosa ne pensa?

TT: Attualmente in Giappone esistono due estremi: da una parte i prodotti creati per la televisione e dall’altra i prodotti indipendenti creati in video. Il mio film è riuscito a piazzarsi in mezzo a queste due cose, però questa distanza si sta allargando sempre di più e non è per niente positivo.

Le foto sono di Flavia Madonia ©AsianFeast.org

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