Takahashi Banmei


Regista

Abbiamo intervistato il regista al Festival di Roma 2010 dove presentava il durissimo film Box: Hakamada Case. Il regista introduce la chiacchierata con queste parole riguardo alla sua opera: “L’incidente in questione è realmente accaduto nel 1965, 41esimo anno dell’era Showa; il colpevole, condannato alla pena di morte si chiamava Hakamada Iwao, all’epoca avevo 17 anni. Poiché avevo solo 17 anni le informazioni sull’episodio erano state trasmesse da tutti i mezzi di comunicazione nazionali di allora e io ero stato informato tramite i giornali che diverse persone, quattro persone, erano state uccise a sangue freddo. Mi sono reso conto che il mondo era diventato un posto estremamente crudele e violento e ciò mi ha colpito molto negativamente. Che la sentenza fosse  la pena di morte in un paese come il Giappone appariva normale. Da lì arriviamo al 2007, quando un giudice che si era occupato del processo, Kumamoto Norimichi, chiarì che il verdetto era stato messo a maggioranza di voti, non all’unanimità e che lui era il giudice non unanime, poiché riteneva, era fermamente convinto, che il condannato fosse innocente e quindi si era opposto ad esso. Sostanzialmente allora credevo ai media e siccome avevo 17 anni le convinzioni erano forti ed ero anch’io dell’idea che Hakamada meritasse la pena di morte. Quindi, con questo film ho voluto -e in realtà è anche successo- che questo caso venisse rivisto. La cosa positiva è che è sorto un comitato per la liberazione di Hakamada, la cui attività è diventata ancora più vivace, grazie anche a questo film e ha cominciato a nascere anche in parlamento un movimento per fermare la pena di morte.

Asian Feast: E’ stato influenzato dai media nel fare il film?

Takahashi Banmei: No, non ho subito alcuna influenza dai media, anzi direi di più. Normalmente mi dedico a delle interviste a tu per tu con le persone interessate alla vicenda, ma questa volta proprio per poter essere sicuro di essere libero di utilizzare il mio punto di vista, di fare proprio come avevo in mente, ho deciso di non dedicarmi neanche a questo e di dedicarmi solo alla mia interpretazione di quest’episodio. Però è vero anche che le persone che hanno avuto a che fare col caso in tribunale si sono alzate e hanno lasciato la sala mentre guardavano il film. Questo è realmente accaduto.

AF: Quanto è difficile fare un film su un fatto realmente accaduto?

TB: In questo film c’è la discolpa da un’accusa ingiusta, la prova che il colpevole non è tale. E ci sono varie circostanze che puntavano all’innocenza del sospettato. Quindi è stato difficile stabilire quali circostanze scegliere tra queste per condensarle nel film. Poi, c’è un altro punto, dato che le persone coinvolte sono ancora vive; è stato un grosso sforzo nei confronti di queste persone, anche per gli attori. Poi, a livello personale, mentre mi documentavo, si è venuta a creare l’immagine di un vero possibile colpevole. Ma non era di questo che volevo trattare nel film, quindi da questo punto di vista mi sono un po’ contenuto.

AF: Dal punto di vista formale quale punto di vista ha voluto adottare nel film?

TB: Di base ho mantenuto il punto di vista di Kumamoto. Ma poi lavorando sulla scena dell’appello mi è venuta l’idea di adottare il punto di vista di entrambi.

AF: Che tipo di persona è il vero Hakamada?

TB: Non ho mai potuto incontrarlo di persona, essendo nel braccio della morte, ma ho incontrato la sorella, che mi ha raccontato la sua storia. Dice che il fratello, il vero Hakamada, è una persona tranquilla, molto affettuosa nei confronti del figlio.

 

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