The Yakuza Papers – Battle without Honor and Humanity

news pubblicata il 15/11, 03:45

Battle without Honor and HumanityViene davvero da chiedersi perché questa saga sia diventata quello che è. Come Fukasaku abbia trasformato una “classica” storia di yakuza in classico e paradigma stesso delle classiche storie di yakuza, dai vari Tokyo Mafia agli Agitator di Takashi Miike. The Yakuza Papers (nome con cui è nota la serie) è stereotipo di quelle saghe corali, sviluppate nel tempo, spesso contestualizzate storicamente, in cui una folla bestiale di personaggi cercano di farsi largo nel mondo della malavita, nuotando tra i vari livelli delle scale gerarchiche, sempre in bilico tra tradizione e ambizione spietata, riflesso della contemporaneità. Sono storie con una sceneggiatura non ondivaga nè composta di atti e climax, ma lineare, in cui l’interesse narrativo è diametralmente opposto rispetto al corrispettivo di un film occidentale. Si tratta di un (sotto)genere unico al mondo con regole interne proprie, un genere autoctono di difficile accesso per uno spettatore non giapponese ma di estremo successo in patria (anche gli Outrage di Kitano appartengono a questa onda). La camera si incolla ai personaggi, ma anche questa dichiarazione è parzialmente semplicistica. La storia si rivela spesso un groviglio indistricabile di storie, eventi, esperienze, aneddoti, tant’è che all’interno del bel box della Home Vision Enterteinment che ha recentemente ristampato i film in DVD è contenuta una mappa che sviluppa i parametri temporali segnalando i personaggi, le loro relazioni, i gradi gerarchici e i sopravvissuti. Alla fine dov’è la differenza tra altre saghe “simili”? Logicamente è tutta nel nome del regista, un Kinji Fukasaku magistrale sempre più alla ricerca del perfezionamento di un sistema narrativo del tutto personale. La differenza sostanziale è paradossalmente nell’umanità dei propri personaggi. Se il contesto è reale, ma meno lo è la messa in scena (basti fare caso agli eccessi gore) i personaggi sono veri, perennemente in preda alla propria umanità e alle proprie paure, a quegli sbalzi di adrenalina che fa perdere loro il controllo dei riflessi motori durante gli agguati. Spesso il regista rinuncia volontariamente alla plasticità delle pose da arma da fuoco e lascia il personaggio in preda al gesto inconsulto e incontrollato. Succede non raramente che mentre un personaggio spara, il suo compagno si copra le orecchie per attutire il rumore del colpo, gesto tutt’altro che eroico in un film d’azione “classico”. Basti vedere la maturità con cui si evolve il protagonista Hirono (Bunta Sugawara) nel primo film, dai primi agguati in cui spara ma al contempo il suo corpo cade, rotola a terra, le sue gambe sembrano crollare di fronte ad un assassinio compiuto. Hirono è ancora un puro e mentre la vittima è a terra continua a saltare oltre il corpo, a muoversi avanti e indietro, sembra non possedere un baricentro, come in preda ad un’ebrezza, privo di ogni parvenza di eroismo. Bisognerà attendere il finale e la conseguente maturazione del personaggio per vederlo sparare con freddezza e precisione in totale consapevolezza dei colpi rimasti in canna. I personaggi di Fukasaku di questo periodo sono animaleschi, bestie urlanti ed esagitate, perennemente in preda ad istinti primordiali, un’umanità deforme (cicatrici, tatuaggi, volti scavati e scolpiti) continuamente in movimento pronta a saturare l’inquadratura. E’ da questa esperienza che ben trent’anni dopo il regista dirigerà i demoni psicopatici del videogioco Clock Tower II, facendo anche esperienza della regia frenetica e “colma”.
La macchina da presa si muove rapida, con moto continuo, spesso perde l’asse, mentre davanti a lei un groviglio di corpi urlanti pulsa e si ferisce. Quando lo sciame si dissolve, perennemente dei cadaveri restano a terrà in una piscina di sangue di innaturale quanto efficace tonalità. Ma non è il gioco di un ragazzino alla prima esperienza o di un’incapace della regia che muove la macchina per simulare frenesia ed ovviare alle proprie incapacità registiche. Nei suoi film, Fukasaku mette la macchina sempre nel posto giusto e non sbaglia un’inquadratura né un raccordo di montaggio.

buntaNon è del tutto azzardato un paragone tra il cinema pornografico e gli yakuza movie di Kinji Fukasaku. Entrambi sono film fatti di corpi e di umori. Se rapportiamo le sequenze contenenti rapporti sessuali del cinema porno e quelle dei duelli dei film del regista le somiglianze sono quasi incredibili: in entrambi vi sono corpi sudati, secernenti umori, in continuo moto febbrile, rapido, furioso, spesso meccanico e in entrambi la posizione spaziale della macchina da presa si muove sempre nel punto giusto aiutata dalla professionalità degli attori che non devono coprire determinati dettagli e devono essere sempre a favore di macchina. Una gang bang non è così diversa da un duello di massa del regista giapponese, in entrambi entra in gioco una sapiente competenza della gestione degli spazi, della direzioni dei corpi degli attori e della posizione della macchina da presa.

Purtroppo questa saga non è di facile fruizione e non può facilmente essere consigliata ad uno spettatore soprattutto occidentale che già in un film con tre personaggi non ne distingue uno dall’altro perché “tanto i giapponesi (o cinesi, o coreani…) sono tutti uguali”. I cinque film sono colmi di centinaia di personaggi, decine di famiglie, un continuo e perenne vortice di attori, visi e corpi che si susseguono senza sosta. A complicare la visione interviene la scelta di far interpretare più personaggi agli stessi attori con il risultato che un attore che interpretava un personaggio nel primo film lo troviamo poi nel terzo nel ruolo di un altro personaggio, mentre a volte lo stesso personaggio è interpretato da due attori diversi come nel caso di Katsutoshi Otomo (recitato prima da Sonny Chiba e poi da Jo Shishido) o Hideo Hayakawa (recitato da Hideo Murata e Junkichi Orimoto). E così Hiroshi Matsukata interpreta ben tre personaggi e tutti e tre periscono nel corso della serie (con lo strano sentimento di vedere ricomparire un personaggio morto interpretato dallo stesso attore che in realtà interpreta un altro personaggio) mentre due ne interpreta Tatsuo Umemiya, due Hiroshi Nawa e due Kinya Kitaoji. Come se non bastasse, per il pubblico che non conosce la lingua e si debba affidare ai sottotitoli, lo attende un altro tour de force, rappresentato dai sottotitoli dei dialoghi e della voce off, quelli delle didascalie e delle date, nomi e luoghi, spesso in sovrimpressione contemporaneamente per frazioni di secondo. Altro elemento che può scoraggiare uno spettatore casuale  è la struttura stessa dei cinque film, diametralmente opposta a quella di un prodotto simile occidentale. Non c’è somiglianza nella geometria della sceneggiatura, nella costruzione del ritmo, nella creazione in crescendo degli eventi. Qualcuno potrebbe rimanere turbato dall’assenza di un “finale” o dalla non presenza di un climax emotivo o di una scena d’azione più grande della precedente, ma è probabilmente questo che caratterizza il film. La realtà dei fatti non è mai soggiogata alle esigenze narrative con il risultato di avere personaggi che nel corso dei cinque film aumentano o si alleggeriscono di importanza, di conflitti interni che si sfaldano e di risoluzioni attese che vengono disattese.
E’ innegabile ed evidente l’importanza di questa saga e la sua influenza sul genere negli anni a venire, compresi i nuovi yakuza eiga contemplativi di fine/inizio secolo.
Ultima nota per la riuscita colonna sonora di Toshiaki Tsushima che nei decenni successivi diventerà un classico paradigma del genere, saccheggiata da Tarantino, o pronta a sbucare da anime, film o live di gruppi musicali.

I 5 FILM DELLA SERIE:

BATTLE WITHOUT HONOR & HUMANITY (1973)

BATTLE WITHOUT HONOR AND HUMANITY: DEADLY FIGHT IN HIROSHIMA (1973)

BATTLE WITHOUT HONOR AND HUMANITY: PROXY WAR (1974)

BATTLE WITHOUT HONOR AND HUMANITY: POLICE TACTICS (1974)

BATTLE WITHOUT HONOR AND HUMANITY: FINAL EPISODE (1974)

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Seconda serie:

-New Battles Without Honor and Humanity (1974)

-New Battles Without Honor and Humanity: The Boss’s Head (1975)

-New Battles Without Honor and Humanity: The Boss’s Last Days (1976)

 

Foto di scena
Il regista Kinji Fukasaku sul set
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