Diario di Viaggio – Hong Kong 2005


Ne son passati di mesi, ma organizzare le idee e pubblicarle non è proprio una questione di pochi giorni. E’ per questo che in occasione di un aggiornamento interamente dedicato al genere fondamentale della cinematografia hongkonghese, abbiamo deciso di pubblicare questo diario di viaggio. Il viaggio, fatto a febbraio 2005, in occasione del capodanno lunare, attraversa tutta Hong Kong, con una breve visita anche alla regione di Macao. Giornate e luoghi affrontati con gli occhi di chi vuole scoprire il più possibile, ma che soprattutto ha una gran voglia di divertirsi! Ecco qui la mini-avventura vissuta dalla sottoscritta e dal suo compagno di viaggio aka Chaoszilla, tra templi, negozi, nebbie e un’immensa quantità di cibo…

5/6 febbraio 2005

Mi rendo conto di essere partita per Hong Kong con un bagaglio culturale nei suoi confronti pari a zero. Prababilmente troppo interessata da sempre ed esclusivamente alla cultura e tradizione nipponica, mai ho affrontato, se non lateralmente, qualsiasi argomento più legato alla tradizione cinese e, di conseguenza, hongkonghese. Fortuna che il mio compagno di viaggio è un monomaniaco cantonese…altrimenti continuo a domandarmi come sarebbe potuto proseguire il viaggio.
Dodici ore di volo, all’incirca, sono la totale distruzione psico fisica di qualsiasi persona ami stare comoda o in movimento. Soprattutto se si aggiunge la presenza nel posto davanti di un pasciuto anglofono con problemi di iperattività e flatulenza molesta. Il sonno misto ad attacchi di svenimento, però, scompare improvvisamente non appena toccato suolo.
Attorno a noi mare e colline, impressione meravigliosa.
Dopo un’improbabile caccia a chi possa spezzarci in valuta minore i 1000 dollari hongkonghesi che avevo a disposizione, riusciamo a prendere un bus che ci porta in centro. Pian piano si iniziano a delineare, come attraverso un sipario fatto di pendii che si aprono di fronte, i maestosi grattacieli di Hong Kong, sempre più vicini. Ci inoltriamo dapprima nella zona costiera di Kowloon, per poi giungere all’isola e a Wanchai, collocazione del nostro albergo.
Wharney hotel, tre stelle a misura di occidentale, collocato in Lockhart rd. Strada fatta di baracchini-ristoranti, pub e night club. Ovunque odore di cibo, che ti si attacca addosso misto all’incredibile umidità che ci sovrasta.
Dopo aver depositato i bagagli, siamo ormai alle sette passate, si opta per un’uscita “occhiata generale e cena”. Nutrirsi, questo elemento improbabile per una vegetariana come me. Non è molto piacevole osservare delle insegne scritte in cantonese sotto dei piatti all’apparenza economici ed invitanti, di cui quindi si ignora il contenuto.
La ricerca di un luogo plausibile e con il menù in inglese, oltre ad una marea di maledizioni nei miei confronti, ci porta almeno a girare praticamente tutta Wanchai e parte del Central District in un paio d’ore circa.
Cena con i noodle istantanei comprati ad un 7eleven, supermercati aperti ventiquattr’ore al giorno.
Maledizioni e minacce prima di dormire. Ma domani posso riuscire a trovare un luogo dove nutrirmi serenamente.

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7 febbraio 2005

Il mistero dell’acqua. Non è il titolo per un ipotetico film, ma lo scoprire che ad Hong Kong non esiste l’acqua di sorgente come da noi, ma solo una famigerata “acqua distillata” che finisce per costare di più di qualsivoglia altra bevanda. E non si darebbe a vedere, ma anche se è inverno a camminare sotto il sole viene una sete allucinante.
Il secondo mistero della giornata è il ritmo di vita degli hongkonghesi. Prima delle dieci della mattina sembra tutto morto: negozi chiusi, poca gente in giro e gli impiegati che se ne vanno con calma al lavoro. È il contrario di quello che avevamo supposto la sera precedente, visto che fino a tardi c’era un caos incredibile: avrei pensato fosse sempre così.
Sembra invece che la giornata tipo inizi con calma, moooolta calma, e vada a velocizzarsi man mano.
Iniziamo quindi con le visite turistiche, prima tappa, più casualmente che per altro, il tempio di Man Mo. Tempio taoista incredibilmente atipico per un occhio occidentale: gente che parla al telefono, gente che mangia, gente che gioca a carte e il resto dei fedeli assorti in preghiera e offerte alle divinità. L’incenso distrugge decisamente gli occhi, ma il fumo che gioca con la luce delle candele mescolata alla luce solare che filtra dall’alto è uno spettacolo: i colori caldi del tempio avvolgono i sensi confondendoli ancora di più. Non è l’idea mistica che mi ero fatta di un tempio taoista, ma sicuramente non è affatto una delusione.
Non deludono nemmeno i mercati sparsi a destra e sinistra, che si vedono tutto il giorno nelle viuzze più nascoste. Dopo una capatina al mercatino delle pulci di Cat Street, dove si possono trovare dalle antiche monete ai giocattoli usati (non ci esimiamo, infatti dal contrattare un ultraman e un godzilla super deformed per pochi dollari), torniamo verso la zona più centrale in cerca di un luogo dove mangiare.
Ed è qui che inizia l’incubo!
Giravano voci che “nei ristoranti ad Hong Kong ci si deve lavare piatti e chopstick da soli”. Dopo esserci accomodati in un tavolo con due donne che erano quasi alla fine del pasto ci vengono presentate due teiere. Istinto vuole che ci si versi il contenuto nella tazza, ma ciò causa un improvviso stupore nelle dirimpettaie che per fortuna ci spiegano che in una delle due teiere c’è l’acqua per lavare le tazze. Nella più totale goffaggine, opero la pulizia e poi passiamo all’ordine. Non era difficile: funghi e verdure per me, maiale fritto per Chaoszilla.
Eppure cominciano a giungere sul nostro tavolo (oltre a due nuovi clienti) pietanze dall’aspetto misterioso. Chiedo ai signori, che avevano ordinato a loro volta, se i piatti erano loro, ma la signora mi dice di no. Anzi, mi fa stupita “ah, mi sembrava strano che ordinaste le branchie (non ho capito di quale pesce…) sono buone, ma probabilmente non vi piacerebbero”. Grazie al buon cuore della coppia che ci fa da intermediario succede un immenso casino, ma in pochi minuti ci vengono depennate dallo “scontrino” tutte quelle pietanze da noi non ordinate e ci viene consegnato ciò che avevamo chiesto.
Errore di comprensione, o misteriosa e universale tecnica del “infinocchiamo lo straniero”? Ai posteri l’ardua sentenza.
In ogni caso, pancia piena e portafogli (grazie al cielo) ancora pieno, continuamo a girare e osservare tutto. La nostra meta però, è una misterisa “fiera di capodanno” che la signora-salvatrice del ristorante aveva nominato come cosa da vedere assolutamente.
Giunti verso sera al Victoria Park di Causeway Bay, il luogo dove si tiene la fiera, nella mente sorge un’unica inflazionata frase “ho visto cose che voi umani…”
Ciò che ci si para davanti agli occhi può essere definito come un’atmosfera da mercato dei Quartieri Spagnoli misto da un spaventoso gusto pop incredibilmente nipponico, dove però si vendono chincaglierie di qualsiasi genere, dai gadgets morbidosi alle girandole tipiche del capodanno cinese.
Il tutto immerso in una miriade di persone.
È tutto incredibilmente bello, allegro, vitale. Sembra quasi una condensa dell’aria che si respira ovunque ad Hong Kong, o almeno da come l’ho percepita io: voglia di stare bene e capacità di farlo.
Concludiamo la visita, prima di allontanarci attraverso il mercato dei fiori, gustandoci il mitico gelato fritto, avendo quindi la conferma che non è un’invenzione solo per gli italiani!

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8 febbraio 2005

La giornata comincia con una ricerca di collocazione per i giorni non coperti dalla prenotazione all’albergo. Fortuna vuole che semplicemente al secondo tentativo (comunque dopo aver attraversato, ormai abituati, tutta l’isola per andare da Wanchai all’ufficio informazioni a Central e poi spostarsi a Causeway Bay) riusciamo a trovare un’economicissima, comoda e bellina stanza nei pressi della zona dei Grandi Magazzini Giapponesi.
Su questi elementi, a parte qualche perla in fatto di giocattoli (tipo qualcuno che è tornato a casa con le bambolette delle Mini Moni, noto ex-gruppo j-pop) e di manga di importazione, calo però un velo pietoso…forse mi aspettavo troppo…
Essere ritornati in zona Victoria Park ci fa venire la curiosità di vedere com’è la fiera di giorno, quando non c’è nessuno.
Nessuno?
La situazione non sembra cambiata dalla sera prima. Stessa calca, stesse urla, stesso divertimento. L’unica differenza, alla fine, è che è giorno.
Dopo un pasto a base di take away seduti in una panca nel parco, andiamo in cerca del tempio di Tin Hau 1 e del tempio di Tin Hau 2. Come città di mare Tin Hau risulta essere la dea principale di Hong Kong (o almeno quella con più templi dedicati). Non ho contato quanti siano, sta di sicuro che ogni paio di chilometri quadrati ne trovi uno. Questi due templi (numerati solo in funzione dell’ordine visitato, non che abbiano delle denominazioni proprie!) finalmente rispecchiano più il senso di tempio della mia immaginazione. L’aspetto e la bellezza è pari al tempio di Man Mo, con le stesse meravigliose spirali di incenso che bruciano appese al soffitto, ma i fedeli sono molto più composti e ordinati. Nel secondo, persino, vi è il divieto di fare foto, anche se dal luogo in cui è collocato (una strada di autofficine) non avrei immaginato tanto contegno.
Dopo aver cercato invano il luogo dove secondo una guida sui luoghi del cinema, John Woo avrebbe girato A Better Tomorrow, proseguiamo le nostre visite ai grandi magazzini, scoprendo una cosa inquietante: è più difficile trovare una libreria che qualsiasi altro negozio. Sicuramente è anche colpa delle feste che portano a chiudere prima i negozi, però pare non ci sia una quantità di librerie come siamo abituati a vedere da noi.
In compenso ci appare agli occhi la terribile conferma del fatto che Andy Lau è ormai prossimo alla divinizzazione. Nel grande magazzino, infatti, si trova un pozzo dei desideri dove un cartonato dell’attore annuncia che esaudirà i desideri…Insomma, per il prossimo viaggio ad Hong Kong c’è da attendersi i templi di Andy Lau, ad accompagnare quelli di Tin Hau…
Vagando per la città, verso le cinque del pomeriggio, ci infiliamo in una strana struttura, attirati da un mega giornalaio che espone manga e vari giochi per la playstation. A me sembra un palazzo, un qualcosa di privato, non essendomi ancora abituata all’idea che i negozi di Hong Kong si sviluppano in verticale e non in orizzontale come da noi. Dopo un’iniziale titubanza seguo Chaoszilla di sopra e mi trovo nel regno delle meraviglie. Sfortunatamente per la maggior parte già chiusi, visto il giorno di festa, l’edificio è una specie di torre a tre piani dove si cammina su corridoi circolari, circondati lato per lato da negozi di abbigliamento per ragazzi, negozi di dvd e giochi per la playstation, negozi di musica, di manga, ma soprattutto di giocattoli. Se si esclude la zona losca dei CAT III e i pornazzi veri e propri, dove un inquietante rotolo di carta igienica su un tavolo non lasciava adito a molte supposizioni, ci segnamo il luogo come posto da visitare nei giorni a seguire, e dove fare spese.
Notte dell’ultimo dell’anno. La festa in realtà è il primo dell’anno e non la mezzanotte come da noi. In giro la gente continua a comprare nei negozi aperti, continua a mangiare, continua a chiacchierare e passeggiare. Io mi butto, in una totale crisi glucosica, su delle crepes giapponesi, un po’ legnose, ma ideali per la fame nervosa.
I sentori dell’anno nuovo, l’anno del gallo, oltre all’invasione di pollastri in qualsiasi forma e misura che già si manifestava da prima del nostro arrivo, li recepiamo però attraverso i primi tg alla televisione.
Migliaia di persone che si tuffano per infilare l’incenso agli altari dei templi si vedono infatti in alternanza con programmi tv che ricordano molto i nostri riempitivi da veglione. Soprattutto, allucinante una specie di gara di resistenza con tanto di gara di rutti femminili presentata da Erik Tsang munito di orecchie di peluche e ricoperto di palloncini colorati…
La stanchezza però è molta e il nostro obiettivo è la parata di inizio anno, del giorno a venire.

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(Foto di Senesi Michele e Martina Leithe Colorio)

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