24° Far East Film Festival


(22 aprile - 30  aprile 2022)

Dopo un'edizione virtuale (on line) e una ibrida, il Far East Film Festival torna alla sua forma originaria nella sede originaria, il Teatro Nuovo Giovanni da Udine. Certo, le ultime due affermazione celebrative sono parziali. In realtà il Festival resta ibrido, offrendo agli spettatori a casa una selezione dei film in palinsesto (28 su 72) da visionare tramite la piattaforma MYmovies. E alla storica sede affianca delle proiezioni nella comodissima cornice del cinema Visionario.

La straordinaria edizione del 2021, una delle migliori in assoluto, aveva totalmente mutato forma, la qualità media si era alzata vertiginosamente in virtù della macro presenza di cinema d'autore e di contenuti medi dei film più maturi e perturbanti. Avvertivamo non potesse trattarsi della normalità e di un format ripetibile. Il Festival torna quindi alla sua forma originaria, quella votata al cinema più popolare riportando in auge una pletora continua di commedie, commedie sentimentali e drammi sentimentali. Ovviamente la qualità media dei titoli si è sensibilmente abbassata ma il Festival ha saputo restituire numerose sorprese; 40 mila spettatori, 70 ospiti, e un numero sempre maggiore di premi consegnati.

Come evidenziavamo negli anni precedenti, ad ogni edizione si palesa sempre uno o più fili che legano molti titoli in palinsesto e quest'anno non ha fatto eccezione. Uno era più evidente del solito: la maggior parte dei film, e parliamo virtualmente di almeno un 90%, aveva come soggetto, conflitto e motore propulsore la ricerca spasmodica di denaro; che siano ricchi che bramano ancora più soldi o poveri che cercano di sopravvivere cercando la svolta della vita, i film evidenziano come il capitalismo sia il peggiore dei mali, anche in Asia, evidentemente.

Il Gelso d'Oro alla carriera è stato consegnato al maestro Giapponese Takeshi Kitano. Doveva essere presente sul palco e la notizia della sua assenza ha scatenato per alcune ore panico e isteria collettiva. L'ha poi ritirato virtualmente in videoconferenza, restituendo comunque una vistosa emozione al pubblico in sala, prima della proiezione del film del regista, Sonatine.

I premi. Il pubblico ha decretato la vittoria della Corea del Sud, premiando con il Gelso d’Oro Miracle: Letters to the President di Lee Jang-hoon, un dolce inno al potere dei sogni. Al secondo e terzo posto del podio si è invece piazzata la Cina con la struggente "ballata d’amore" Return to Dust di Li Ruijun e l’esilarante To Cool to Kill di Xing Wenxiong. Anche gli accreditati Black Dragon hanno incoronato Return to Dust, mentre i lettori di MYmovies hanno scelto il sudcoreano Kingmaker di Byun Sung-hyun. I giurati della sezione opere prime (i Manetti Bros. e Vanja Kaludjercic, direttrice del Festival di Rotterdam) hanno poi confermato l’entusiasmo generale per Too Cool to Kill, assegnandogli il Gelso Bianco, mentre il Gelso per la Miglior Sceneggiatura – novità di quest’anno – è andato all’irresistibile commedia romantica Love Nonetheless di Jojo Hideo (a decidere, alcuni dei giurati del Premio “Sergio Amidei” di Gorizia: Massimo Gaudioso, Doriana Leondeff, Francesco Munzi e Silvia D’Amico). Come negli ultimi anni, inoltre, l'intera città è stata “invasa” da eventi a tema che hanno coinvolto il pubblico più disparato.

E accenniamo allora ai film.

Cina. Ci siamo sempre lamentati di quanto la selezione fosse inusuale e per nulla rappresentativa del presente del paese. Magari ci hanno ascoltati perché quest'anno è invece perfetta. Piacciano o meno, belli o brutti, la presenza di tutti i titoli aveva un senso ed era fortemente rappresentativa delle varie anime del cinema cinese del presente, dalla nuova animazione locale con il bellissimo I Am what I am, al cinema d'autore di Manchurian Tiger e Return to Dust, fino al maggior campione di incassi della storia per un film diretto da una donna (Hi, Mom) a grandi commedie popolari come Too Cool to Kill e Nice View. In apertura di Festival, la co-produzione The Italian Recipe. Probabilmente la migliore selezione cinese di sempre, tant'è che il pubblico ha finalmente gradito, premiando i film e consegnando loro la metà dei "trofei" totali.

Discorso inverso per Hong Kong che a fronte di 9 titoli (più della Cina), ne offre uno dignitoso e frizzante (Table for Six) e tutti gli altri che si muovono a livelli dal sufficiente all'incomprensibile. La selezione è anche oculata e i titoli attesi ci sono, ma la qualità media è bassissima, il più delle volte per motivi inaccettabili (scarsa originalità e -soprattutto- incapacità di scrittura).

Giappone. Solita storia come negli ultimi dieci anni. Il cinema giapponese è in un perenne stato di crisi creativa, ma continua a produrre piccoli film di ottima caratura, grazie a quanto scritto sopra, ovvero alla capacità di scrittura e un polso personale nella messa in scena. Vanno quindi menzionati quelli su cui riponevamo speranze (non deluse) come Missing e le sorprese di Noise e Love Nonetheless. Intorno, qualche scartina e leggermente deludenti i due attesi Popran (del regista di Zombie contro Zombie) e il verbosissimo What to Do with the Dead Kaiju? di Miki Satoshi.

Corea del Sud. La Corea continua ad avere il maggior numero di film in palinsesto e il loro cinema in ogni caso ha sempre un'invidiabile produzione che restituisce film dall'impatto visivo fortemente competitivo e dalla resa patinata molto “americana”, elemento che lo rende estremamente appetibile anche ad un pubblico occidentale. Il problema è che quando i film sono buoni, sono mediamente molto buoni, ma quando non lo sono, sono proprio brutti.

I migliori, Perhaps Love, storie di amori non corrisposti, scritto magnificamente e con grandi personaggi e Hostage: Missing Celebrity, delizioso remake di un film cinese. E' un buon prodotto anche il vincitore Miracle: Letters to the President, e se la cava Kingmaker, mentre Special Delivery, quando mette da parte le ottime sequenze d'azione si dimentica di essere un film. 

La Corea ha anche grossi problemi con i continui remake che mette in produzione; in effetti -come detto- ne esce bene con il remake del cinese Saving Mr. Wu (Hostage: Missing Celebrity) ma quando adotta le mirabolanti sceneggiature spagnole è una catastrofe, basti citare The Vanished, Hard Hit o il qui presente Confession.

Due titoli per Taiwan, due per la Thailandia e due per la Malesia. Taiwan ne esce meno bene del solito; i film selezionati sono uno dignitoso (Mama Boy) e uno no, ma curioso anche se fuori tempo massimo (Incantation). Meglio la Thailandia che al pittoresco horror medio Cracked affianca l'ottimo One for the Run, nuovo film del regista di Bad Genius, prodotto da Wong Kar-wai.

La Malesia presenta l'horror The Devil's Deception, e il caso delirante dell'anno, l'action comico involontario The Assistant, fusione tra The Raid e Fight Club con livelli di insostenibile delirio. 

Le Filippine hanno tre titoli in concorso. Stavolta non ci regalano uno dei migliori film dell'anno, come avvenuto nelle scorse edizioni, ma l'interessante oscuro Reroute, il buffo esile horror pandemico di Erik Matti, Rabid e lo sfilacciato e sconclusionato Leonor Will Never Die. Al di fuori del concorso però le Filippine avevano una selezione di classici a tema Manila (nel senso di ambientazione geografica), che annoveravano grandi titoli particolarmente interessanti con nomi del calibro di Bernal, Brocka e Mendoza.

Ma il Far East Film Festival non finiva qui. Fuori dal concorso, il palinsesto era adorno di altre categorie e grandi film. Il meglio era contenuto ovviamente nei restauri; vedere su grande schermo Audition, Battle Royale, Pale Flower, Heroic Trio è stata una grande emozione.

Odd Couples, quattro film occidentali a tema Asia e poi Best of the Best, sette film recenti di alterno interesse e “forma”. In questo format c'era il nuovo film di animazione di Yuasa, Inu-Oh, Escape from Mogadishu (già visto al Florence Korea Film Festival), On the Job: The Missing 8 di Erik Matti, già passato a Venezia e proiettato colpevolmente alle 15 del pomeriggio del primo giorno quando il pubblico del Festival era ancora in viaggio per giungere a Udine e il bel cambogiano White Building prodotto da Jia Zhangke.

Infine cinque documentari di alterna fattura a interesse, inclusi due particolarmente stimolanti su Kitano e Satoshi Kon.

Seppur (forse?) con un pubblico meno numeroso, il Far East Film Festival è tornato alla sua forma originaria: nove giorni di cinema, arte, intrattenimento e felicità informale per i pervenuti. E' leggermente ostile verso i completisti (tipo noi) visto che l'assenza di un programma di repliche (come magistralmente fatto l'anno precedente) impone scelte di visioni dolorose e ovvie perdite di film.

I nostri preferiti. Due sono i titoli a cui abbiamo pregiato il "bonus emotività", ovvero quell'aura vitale, quella capacità aggiuntiva di toccare corde profonde e di essere di complessa e potente resa qualitativa, proiettata in una moltitudine di direzioni diverse. Film che raccontano storie, luoghi, culture, che sanno emozionare, che sono ben scritti e innovativi nella forma.

E sono I Am what I Am e One for the Road.

Abbiamo poi estremamente gradito: Noise, Perhaps Love, Hostege: Missing Celebrity, Table for Six, Love Nonetheless, Missing, Return to Dust, e in misura leggermente minore Reroute, Too Cool to Kill, Nice View, White Building. Tralasciando ovviamente classici, restauri e film fuori categoria (tutta la zona Manila, estremamente interessante).

 

 

Infine, cosa inedita, pubblichiamo un breve contributo, una top9, di un nostro caro amico, Graziano Montanini, direttore del Festival di Reggio Emilia "EstAsia - Cinema d'Oriente".

Si è appena conclusa la 24° edizione del Far East film Festival, tornato al Teatro Nuovo Giovanni da Udine dopo un anno interamente in streaming e un anno ibrido tra streaming e sala. Ad affiancare la sede principale c'erano la sala Eden del cinema Visionario, riservata ad alcune proiezioni collaterali, e una serie di luoghi della città che ospitavano iniziative di vario tipo come il mercatino asiatico di via Mercatovecchio.

Non siamo forse ancora tornati ai fasti pre-covid ma quasi, con proiezioni affollatissime (alcune anche sold-out).

All'ingresso del Teatro c'era un enorme tabellone con tutti i vincitori delle passate edizioni: guardandolo abbiamo ripensato ai FEFF passati e ci siamo accorti di come di film che ci erano sembrati bellissimi non ci ricordiamo assolutamente nulla e invece ci siano rimaste in testa pellicole che all'epoca ci erano parse assolutamente ininfluenti  

Ci siamo quindi chiesti: cosa rimarrà di questo FEFF24?

Ecco le cose (in ordine sparso) che credo ci ricorderemo anche in futuro di questa edizione.

1) La sezione "Best of the best". 7 film che rappresentano il meglio del cinema d'autore asiatico dell'ultimo anno. Proiettati quasi tutti al Visionario, in spettacoli spesso sold-out, sono film molto diversi dal "cinema popolare asiatico" che rappresenta il territorio prediletto del FEFF. Speriamo che il successo di questa sezione parallela spinga gli organizzatori ad ampliarla nelle prossime edizioni: poter vedere film come White Building, Streetwise e Terrorizers a fianco dei campioni di incassi del cinema asiatico rende il festival molto più vario e appetibile.

2) Table for Six e Too Cool to Kill. Due commedie molto diverse ma accomunate dal ritmo senza soste e dalla capacità di far ridere e riflettere allo stesso tempo. Table for Six è una commedia romantica di impostazione teatrale dove sei personaggi (tre fratelli e le loro rispettive compagne) ci accompagnano attraverso una serie di colpi di scena a riflettere sull'amore e la famiglia. Too Cool to Kill invece è un'opera prima che omaggia il mondo del cinema e porta alla ribalta l'espressività di un attore (Wei Xiang) che proprio da qui potrebbe partire per diventare una grande star.

3) Hostage: Missing Celebrity. Remake coreano del film cinese Saving Mr. Wu, Hostage è un action movie adrenalinico ad altissimo tasso di violenza, con una regia che fa sembrare lo spettatore al centro dell'azione. Alla fine dei 90 minuti di film ci si sente sfiancati, come se lo si fosse vissuto in prima persona.

4) The Italian Recipe. Un po' Vacanze Romane, un po' Prima dell'Alba. Non tra i film migliori del festival ma forse tra quelli che ci ricorderemo di più per le inedite location italiane.

5) Manchurian Tiger e Return to Dust. Due dei film più autoriali del concorso, tutti e due ambientati in una Cina diversa da quella moderna e ultratecnologica delle produzioni più popolari. Manchurian Tiger è la continuazione del percorso poetico di Geng Jun, fatto di umorismo mischiato a critica sociale. Si ride e ci si amareggia allo stesso momento. Return to Dust è quanto di più antinarrativo si sia visto quest'anno: storia di due personaggi nella Cina rurale scandita dal ritmo delle stagioni, è un film che in realtà potrebbe durare all'infinito, regalandoci squarci di vita quotidiana.

6) Missing. Dopo il bellissimo Siblings of the Cape attendevamo al varco Shinzô Katayama con questa sua opera seconda, e non ci ha deluso. Il film parte con una trama da thriller abbastanza classico ma poi tira fuori tutto quello che di Katayama ci piace: cattiveria e critica sociale. Bellissimo il finale con la partita a ping pong.

7) Incantation. Il genere found-footage horror ha fin dall'inizio diviso pubblico e critica tra detrattori e appassionati, anche per via della sua ripetitività. Incantation ha avuto lo stesso effetto polarizzante anche se non è nemmeno un vero found-footage ma più un mockumentary visto che le scene che ci vengono mostrate sono girate dai protagonisti ma non vengono "ritrovate". La trama è un mix tra The Blair Witch Project, Paranormal Activity e The Ring, con però una trovata originale e indovinata: il pubblico viene coinvolto nel racconto. Ma il pregio principale di Incantation è che fa paura, che per un horror dovrebbe essere il metro principale di giudizio.

8) The Assistant. Un film può essere ricordato per tanti motivi: The Assistant non ce lo dimenticheremo mai, per i motivi sbagliati. La trama si regge su un colpo di scena copiato di peso da un film famosissimo (e che si intuisce dopo pochi minuti), uno dei protagonisti è in costante overacting stile Nicolas Cage quando fa il matto e la scena finale è una roba talmente assurda che sarà oggetto di meme per anni. The Assistant è lo Sharknado del FEFF. E ricordatevi: "io sono Jasmine".

9) Le mascherine FFP2. 9-10 ore al giorno in sala con le mascherine FFP2 mettono alla prova anche il cinefilo più incallito. Riempire una sala in queste condizioni è un miracolo e FEFF24 sarà ricordato anche per questo.

 

 

Un'altra novità. Non vi basta? Potete ascoltare il podcast di Cineh, dove il nostro direttore, Michele Senesi, parla con Alessio Vacchi del Far East Film Festival di quest'anno. Lo trovate QUI.

 

[foto di Marco Tregambi e Camilla Cassano]