Anita

Voto dell'autore: 4/5

VOTA ANCHE TU!

InguardabilePassabilePiacevoleConsigliatoImperdibile (2 votes, average: 4,00 out of 5)

A diciotto anni dalla scomparsa prematura di Anita Mui Yim-Fong, star di Hong Kong, esce in sala un biopic di 140', seguito da una versione estesa in cinque episodi per Disney+, pregiata di circa un'ora di materiali aggiuntivi. Questa recensione fa riferimento alla versione estesa “televisiva”.

Anita Mui, cantante fondante della cultura locale tale da essere ribattezzata “la Madonna di Oriente” (Madonna nell'accezione relativa alla musica, non alla divinità) e attrice indimenticabile con una invidiabile filmografia alle spalle (Rouge di Stanley Kwan, A Better Tomorrow III di Tsui Hark, Mr. Canton and Lady Rose di Jackie Chan, Kawashima Yoshiko di Eddie Fong, Moon Warriors di Sammo Hung, Justice, My Foot di Johnnie To...).

Sbocciata dal nulla, una vita travagliata, il raggiungimento dei traguardi artistici più elevati e la malattia.

Alla regia Longmond Leung Lok-Man, co-regista dell'interessante trilogia noir (trilogia, ad oggi) Cold War che muta registro e direzione adottando una responsabilità macroscopica; narrare un'epopea melodrammatica con al centro una delle figure centrali della cultura locale. 

La scelta può apparire impopolare; non un'agiografia scintillante, tutt'altro. Anita racconta ben poco del percorso cinematografico dell'attrice con un paio di menzioni leggere a Stanley Kwan (citati Rouge e Centre Stage) e Johnnie To (Justice, My Foot!) e una indiretta al film Trouble Couples, salvo poi appoggiare molte foto originali in tema durante i titoli di coda per compensare.

Ma anche la musica, nonostante sia colonna portante del film, non assume un'importanza centrale nel racconto. Certo, vediamo le sue origini canore, il suo entourage, qualche performance live, ma non al livello tale che lo spettatore potrebbe attendersi.

L'intera vicenda, che alterna spesso alle inquadrature dell'attrice del film, immagini di repertorio della star scomparsa, si focalizza totalmente sulla figura umana, sulla vicenda intima, sugli spigoli dolorosi della vita. Nel farlo, parallelamente agli splendidi costumi realizzati dal sarto di fiducia e amico (interpretato magistralmente da Louis Koo), viene proposto un secondo “abito”, più ampio: la città di Hong Kong.

Ci vuole ben poco affinché lo spettatore si renda conto che Anita è in realtà un film sulla città, di cui Mui è esplicita metafora. L'opera non fa che raccontare infatti quaranta anni di storia della città, che spesso è ben più presente e incisiva delle figure che la abitano. Ed è qui che il melodramma emerge più prepotente. Perché i dolori della giovane Mui avanzano paralleli a quelli della Perla d'Oriente che passa attraverso fasi sempre più dolorose, composte di disastri geologici, suicidi di star, crisi, e infine anche la pandemia della SARS. Più la vita di Anita avanza verso la sua dolorosa fine, più Hong Kong diviene città fantasma e grigia, percossa da crisi e disperazione e che solo le note dell'artista e i colori del pubblico estatico riescono ad illuminare.

Il patto artistico tra la Mui e Leslie Cheung siglato sulle sponde dell'harbour, ricorda quello cinematografico realmente avvenuto tra Tsui Hark e John Woo, tradito solo dal presente storico e che conduce solo alla “fine”, nel caso della Mui a una duplice morte a pochi mesi di distanza. E il saluto finale di Anita è il saluto della città che si avvia verso la sua fine storica e verso un presente grigio, lontanissimo da quel periodo d'oro vissuto in quel ventennio magico. Così come il suo cinema, rifondato all'epoca dai due maestri citati.

Gli sceneggiatori (lo stesso regista e Jack Ng Wai-Lun, esperienza nei noir ma anche in Monster Hunt 2) scelgono consapevolmente cosa raccontare e cosa mettere da parte, tenendo solo alcune figure centrali, escludendo anche altre acclarate e travagliate vicende sentimentali dell'attrice, focalizzandosi verso limitati punti focali su cui fare perno per ampliare l'empatia. In questo senso è un film che sarà ben più efficace e gradito ad un pubblico che già conosce l'artista, il cinema locale e la storia di Hong Kong.

Sicuramente dei film usciti negli ultimi anni e di tutti i vari revival storici, Anita è il film che racconta meglio la città e il suo passato in modo molto sentito oltre ad essere uno dei migliori melodrammi hongkonghesi degli ultimi tempi. Certo, non è esente da difetti; specie nella versione “seriale” la scrittura gira spesso a vuoto, allunga il brodo e ha un ritmo talvolta sincopato e dilatato, caratteristica purtroppo comune alla serialità audiovisiva che qui non fa eccezione (e che passa sotto la mano di 4 montatori).

Anche nell'aspetto visivo, seppur interessante, spesso ci si trova di fronte ad un eccesso patinato di colorazione digitale che va a sostituire una legittima e apprezzata “pasta” delle luci reali da set, donando un effetto artificioso che raggiunge il nadir in color correction posticce per evidenziare i flashback. In un contesto “realistico” di rappresentazione di un'epoca “analogica”, queste scelte possono risultare talvolta stonate o indigeste. La fotografia in questo caso è di Anthony Pun Yiu-Ming, talentuoso ma discontinuo.

Louise Wong, modella esordiente, è stata scelta tra 3000 attrici provinate, grazie alla sua capacità di canto, di opera, improvvisando ai casting la colonna sonora di Rouge e portando alle lacrime i presenti intonando la struggente The Song of Sunset (che chiude l'ultimo concerto e il film). Una volta selezionata, ha affrontato sei mesi di studio di recitazione che l'hanno portata ad offrire una performance di alto livello a tratti di un mimetismo quasi perturbante. Certo, nonostante la somiglianza, Louise Wong è forse troppo bella, a fronte del fascino irregolare e poco stereotipato della star “imitata”. Ma, come già avvenuto in passato (pensiamo al trampolino rappresentato dai film di Stephen Chow per le giovani attrici) probabilmente abbiamo appena visto la nascita di una nuova stella.

Anita è un buon prodotto, che sicuramente potrà commuovere i fans dell'attrice e gli amanti della città di Hong Kong di un tempo e potenzialmente potrebbe portare un nuovo pubblico alla scoperta di una grande star e del suo contributo imprescindibile al cinema. Sperando che, come successo per i redattori di Asian Feast, Mui possa essere una guida nell'esplorazione di un'esperienza cinematografica indimenticabile.