Goodman Town

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Goodman TownRock and roll! Ecco cos’è Goodman Town, puro, semplice, scoppiettante ed irresistibile rock and roll, una piccola scheggia impazzita postmoderna e demenziale di un cinema che non può e non deve rimanere sepolto e sconosciuto. Gli ingredienti? Un’ambientazione postatomica in pieno stile Mad Max, fucili e pistole a volontà, gruppi di killer e di criminali a pagamento ognuno con la sua caratteristica che lo rende ultra-cool (o ultra-queer, in un caso specifico) e così via. Esplosioni e sparatorie convergono in una lunga sequenza finale che unisce le atmosfere tipiche del western a quelle degli action-movie di seconda categoria che fioccavano nel cinema americano degli anni 80, in un tripudio di fuoco, fiamme, bombe e proiettili. E poi c’è il rock, sottoforma di un’invadentissima colonna sonora a base di chitarre elettriche che accompagnano lo spettatore con una serie di riff che difficilmente ci si riesce a scordare. Goodman Town è quanto di più vicino ad ogni singolo motivo per cui il cinema thai meriti di essere scoperto e riconosciuto come fenomeno del tutto particolare e unico nel suo genere.

La città del titolo è uno degli ultimi avamposti della società civilizzata in un mondo ormai caduto in rovina in seguito ad una quarta guerra mondiale: la bomba atomica ha reso il pianeta un oceano di sabbia nel quale l’acqua è merce rara ed i soldi sono stati sostituiti dai proiettili. Tiger Yai è lo spietato boss di Goodman Town nonché acerrimo nemico del gruppo terroristico Dark Commune, che da anni cerca di bombardare il centro abitato scavando un tunnel sotterraneo che parte dalla loro base fino ad arrivare alle fondamenta della città. In questo scenario postapocalittico si muove Yod, soprannominato “Mr. Climax”: dopo uno scontro con quattro pericolosi banditi il leggendario criminale ha perso la memoria e si ritrova così a navigare senza meta nel deserto, lontano dalla sua amata che ora si procura da vivere rivendendo merce di contrabbando agli uomini di Tiger Yai. Di carne al fuoco, insomma, ce n’è a volontà: la vicenda si sviluppa con dei toni sempre più grotteschi nel momento in cui il boss decide di sposarsi e di affidare la ricerca della donna della sua vita ai suoi sgherri.

Goodman Town è un continuo tentativo di stupire a suon di eccessi, pratica ben conosciuta da chi ha sviluppato una certa affinità con il cinema thai. Ma al contrario di alcune sciocchezze vuote e ben poco divertenti come il recente The Tiger Blade (2006), l’opera prima – ed unica, per ora – di Sakchai Seebunnak è del tutto sincera e non risulta mai gratuita: il regista strizza l’occhio a mille altre cinematografie (al già citato Mad Max in primis, ma anche all’estetica dell’action hongkonghese ed alle atmosfere western che la fanno da padrone, tra villaggi semideserti e strade polverose) rimodellandole a suo piacimento ed il risultato è una miscela così azzardata, ingenua e baracconesca che si trascorre la visione del film con un unico, perenne sorriso stampato sul volto. Certe sequenze sono fantastiche, su tutte basterebbe citare quella in cui Tiger Yai visiona le videocassette con i filmati dei killer più temibili: c’è l’assassino così veloce con le lame da non accorgersi di essersi ucciso da solo, quello esperto di esplosivi che si fa saltare in aria, quello iperforzuto che alza un’auto a mani nude ma vi resta schiacciato sotto perchè spaventato da un geco. Per non parlare dei caratteri assolutamente sopra le righe di certi personaggi, uno su tutti il killer travestito che parla e strilla in falsetto per tutta la durata del film. La comicità è così greve e follemente demenziale che a volte risulta quasi difficile credere a ciò che si vede e si sente, eppure il film funziona benissimo e le scene d’azione – specialmente negli ultimi venti minuti - sanno essere oltremodo esaltanti, in un continuo tripudio di esplosioni e di rocamboleschi inseguimenti a bordo di grossi fuoristrada. I pregi di Goodman Town, però, non si fermano alla sua essenza di miscuglio cinematografico esagerato e postmoderno. Sakchai Seebunnak dimostra di essere un regista del tutto consapevole dei propri mezzi e tutt’altro che impreparato: stupisce difatti l’inventiva di certe inquadrature così come lasciano sorpresi alcune trovate e certi movimenti di macchina, un uso sconsiderato del dolly ed un montaggio non comune. Senza scordarsi dei titoli di testa, genialmente realizzati in stop-motion. Una particolare nota di merito per l’incipit, davvero da antologia per com’è stato girato, montato e musicato.

Goodman Town è senza dubbio un film che può risultare difficile da accettare per via della sua natura di baracconata ipercinetica e grottesca, ma il cinema thai si basa su questa filosofia ed è per questo che sta emergendo sempre di più nel panorama cinematografico del sud-est asiatico. In questi lidi si respira l’azzardo e l’atmosfera di un cinema ancora puro ed incontaminato che solo nella Hong Kong di qualche anno fa si sarebbe potuto trovare. Si potrebbe forse obiettare precisando il fatto che il cinema thai manchi di una sua personalità ben precisa rispetto a quello più vitale ed autonomo dell’ex-colonia, ma se i risultati dell’impersonalità sono questi, ben vengano. Per ora, solo un consiglio: prendetene e godetene tutti.

 

Le locandine dedicate ai vari personaggi: