Hellbound

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Dopo il successo globale di Squid Game, Netflix torna all’attacco con un altro drama prodotto in Corea del Sud. Parliamo di Hellbound, opera del 2021 e diretta dal regista Yeon Sang-ho. L’attesa era moltissima, e coloro che aspettavano non hanno avuto che un assaggio del cast e della serie stessa grazie alla conferenza svoltasi tra il pubblico e i protagonisti alla 26esima edizione del Busan International Film Festival (2021), dove sono stati anche proiettati i primi 3 episodi. 

Yeon Sang-ho è ormai un cineasta che non ha bisogno di presentazioni. Partito producendo e dirigendo opere d’animazione quali il corto The Window (2012) e i lungometraggi The King of Pigs (2011), The Fake (2013) e Seoul Station (2016), e passando poi al live action con Train to Busan (2016), Psychokinesis (2018) e Peninsula (2020), egli ha sempre avuto un occhio attento a quelli che sono i difetti della società coreana attuale, dal servizio militare (trattato di recente nel drama D.P. del 2021), al bullismo scolastico, fino alle sette, riuscendo talvolta a mostrare dei personaggi con un egoismo estremamente disarmante. Essendo anche un appassionato di fantascienza e fantasy, è stato in grado di regalarci opere accattivanti caratterizzate dalla presenza di zombie, le quali con il loro cast stellare hanno avuto distribuzione mondiale. Questa sua vena artistica dedicata agli aspetti dark fantasy e alla descrizione delle negatività presenti nella Corea odierna, lo ha portato a creare Hellbound, drama a dir poco coinvolgente. Tutto nasce però nel 2019, quando Yeon Sang-ho decide di scrivere una nuova storia per un webtoon, e di affidarla per la stesura al manhwaga (fumettista in coreano) Choi Gyu-seok (o Choi Kyu-sok). Durato circa un anno, e poi uscito in versione cartacea (2 volumi), Hellbound aveva iniziato a far parlare di sé già da prima, tant’è che l’opera rientra tra i maggior webtoon consigliati nient’altro che da Bong Joon-ho.

 

 

 

 

 

 

 

 

Copertina del primo volume di Hellbound in coreano. La scritta in bianco dice: “Il nostro manhwa (in Corea nostro viene inteso come "coreano") di geniale maestria fortemente consigliato dal regista Bong Joon-ho”.

 

 

 

Scritta in rosso: ”Attualmente in fase di produzione come serie originale Netflix”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo drama che, come detto prima, riesce a coniugare critica alla società a elementi fantasy, la trama risulta tanto intrigante quanto semplice. Per farla breve, potremmo solo dire che nella Corea dei giorni nostri, dove i social sono ormai seguitissimi e hanno un potere significativo, in un paese dove la maggior parte della popolazione ha un atteggiamento scettico riguardo la religione, all’improvviso un uomo, che fin dall’inizio sembra spaventato da un qualcosa, viene attaccato da tre creature sovrannaturali che lo feriscono e poi gli infliggono un colpo di grazia riducendolo in cenere, mandandolo così come gli era stato preannunciato, all’inferno. Il tutto viene ripreso e diffuso su internet, e con la paura del popolo che pian piano mostra insicurezza, aumenta il potere e l’influenza di una particolare setta nella società. Pericoloso descrivere oltre, in quanto si potrebbe cadere nella tentazione di raccontare di più, rovinando la sorpresa a chi legge. Sebbene la trama non sia molto complicata, a sorprendere è la sceneggiatura dell’opera, che sebbene per chi scrive non sia esente da difetti (specie in due/tre momenti), presenta colpi di scena e trovate a dir poco inaspettate, le quali creano un’atmosfera unica. 

Come Squid Game il cast di Hellbound è ricco di alcune star coreane d’eccezione. Non possiamo non citare Yoo Ah-in, protagonista di Burning (2018) di Lee Chang-dong e altre numerose opere quali #Alive (2020), Park Jeong-min, bravissimo attore dotato di gran talento, il quale lo rende molto versatile come si è potuto vedere in Dongju: The Portrait of a Poet (2015) e Deliver Us from Evil (2020). Per poi continuare con Kim Hyun-joo, attrice molto attiva nel campo dei drama e Yang Ik-june, attore e regista, creatore dell’interessante Breathless del 2009 e che aveva già collaborato col regista Yeon in occasione di The King of Pigs e The Fake, prestando la propria voce a dei personaggi. Da notare anche la presenza di Won Jin-A, Lee Re (la giovane ragazzina di Peninsula) e Kim Shin-Rok (Beyond Evil, 2021).

Con la chiusura della prima serie, si ha un’interruzione parziale della storia, che i più curiosi potranno approfondire leggendo il webtoon, e che lascia sulle spine gli spettatori. Nel mentre però, si può provare ad andare più a fondo su ciò di cui Hellbound parla, vedendo quali sono i riferimenti alla Corea del Sud, e anche alla Corea del Nord. Innanzitutto il regista, come aveva fatto in The Fake, prende di mira il potere e l’autorità che le sette possono avere sul popolo meno istruito e non solo, mostrando come i più deboli e facilmente influenzabili della società, quando cadono nell’oscurità più totale, si vedono costretti alla ricerca di un leader o di una guida, verso cui sono disposti a fare qualsiasi cosa.

La società coreana non è nuova alla sette. Basti pensare a Moon Sun-myung, creatore della cosiddetta Chiesa dell’Unificazione, o a Lee Man-hee (omonimo del famoso regista), fondatore della Shincheonji Chiesa di Gesù, la quale è stata una delle cause principali della diffusione del COVID-19 nella città di Daegu e in tutto il paese. Nel febbraio del 2020 infatti, una signora conosciuta come "Paziente N.31" e che faceva parte della suddetta setta, si recò in ospedale a causa di un piccolo incidente stradale e il giorno dopo lamentò un mal di gola. Nonostante tutto, decise di partecipare ugualmente all’evento della Shincheonji, dove presero parte migliaia di persone. Da quel momento la città di Daegu si trovò ad affrontare una grande impennata di casi, a cui però, nonostante le efficienti contromisure, si oppose il silenzio di moltissimi membri della setta, che conoscendo il putiferio che si sarebbe scatenato su di loro per essersi riuniti in numero così grande durante una pandemia, decisero di tacere e rimanere nell’ombra. C’è da aggiungere inoltre che molto spesso i membri di queste sette, giovani o anziani che siano, tengono segreta la loro affiliazione a queste associazioni, timorosi del giudizio della famiglia o di chi è loro intorno. Questo fu un altro motivo dei silenzi che non aiutarono la polizia a trovare i possibili infetti. Preso di mira da tutta la nazione, come è solito fare in Corea, il fondatore Lee Man-hee, dope un primo periodo di resistenza, si vide costretto alle scuse pubbliche in conferenza, dove commise tra l’altro un ennesimo errore. In Corea è consuetudine inchinarsi profondamente dove aver annunciato le proprie scuse. Lee Man-hee però mandò tutto all’aria inchinandosi due volte, atto che in questo paese si fa solo di fronte ai defunti durante un funerale.

Evidentemente ispirati dalla realtà, anche nei film coreani l’argomento setta viene spesso trattato. Oltre che al sopracitato The Fake da cui è stato prodotto anche un drama chiamato Save me 2 (2019), il quale narra lo sviluppo di una setta in un villaggio di campagna, non si può non nominare Svaha: The Sixth Finger (2019), film che ha come protagonista l’ormai famoso in tutto il mondo Lee Jung-jae (attore principale di Squid Game), e che lo vede nei panni di un pastore protestante che da la caccia a un gruppo di persone affiliate a un tipo di buddhismo fuori dall’ordinario.

Interessante anche come il regista abbia voluto paragonare la figura leader della setta, interpretata da Yoo Ah-in, a quella del primo leader supremo nordcoreano, ovvero Kim Il-sung. Questo accostamento ha preso forma tramite un’opera d’arte presente nel drama, la quale mostra il leader come una figura eterea, mettendola a contatto con dei bambini gioiosi e felici. Lo stesso aveva fatto il governo del Nord, affiancando la figura del nonno dell’attuale leader a dei bambini contenti e onorati di essergli vicino. Non manca inoltre, la critica allo sviluppo smisurato dei social, che molto spesso danno spazio a chi di spazio non ne dovrebbe proprio avere.

                   

 

A sinistra uno screenshot del drama con una raffigurazione di Yoo Ah-in, a destra un poster di propaganda nordcoreana con al centro Kim Il-sung.

 

 

Raccontando l’ipocrisia e la realtà delle sette, e descrivendo i difetti della Corea contemporanea, Yeon Sang-ho ha creato un’ottima opera che conquista lo spettatore dall’inizio e che come chi scrive, lo lascia in attesa per quello che si prevede un interessantissimo seguito, dato il magistrale colpo di scena finale.