Sheep Without a Shepherd

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Prendete un regista sino indiano, mettetelo alla regia di un film cinese che è remake di un film indiano, ambientato in Tailandia, che cita apertamente film coreani ed è prodotto dal regista della saga campione di incassi Detective Chinatown; avrete Sheep Without a Shepherd, uno dei film più inusuali che ci è capitato di vedere nel 2020.

Tocca ripeterci di recensione in recensione, ma di nuovo, il cinema cinese si rivela giorno dopo giorno come il centro del cinema mondiale del presente. Anche non con film magari perfetti o di alta rilevanza artistica continua però a produrre visioni inedite, immaginari innovativi, guizzi di verginità stilistica e prodotti medi curati e rilevanti. Come questo Sheep Without a Shepherd che ha anche un secondo grandissimo pregio in questi tempi oscuri (e si, ci tocca ripeterci anche in questo): è un film “scritto” (bene). In un presente in cui la drammaturgia cinematografica è ai minimi storici e la sceneggiatura articolata ormai non ha più un valore, un film come questo è opera refrigerante.

Drishyam di Jeethu Joseph è un film indiano in lingua malayalam del 2013, discreto successo, che ha dato origine in una manciata di anni ad almeno quattro remake indiani in 4 diverse lingue e di cui è uscito anche un sequel. Sheep Without a Shepherd è il primo film indiano ad essere rifatto in Cina con un discreto successo, 192 milioni di dollari, nono incasso dell'anno in patria.

E' particolarmente stimolante la strana alchimia nel vedere volti noti cinesi in un contesto thailandese ma con una regia dotata del piglio epico, ai limiti del caciarone, indiano.

Il film mette a confronto una comunità di cinesi proletari e un ricchissimo politico locale in aria di elezioni, sposato con il capo della polizia cittadina. La coppia ha un figlio ricco e viziato che durante un campo scuola stupra la figlia di un uomo della comunità e tenta poi di ricattarla tramite revenge porn. Durante un rissa con il ragazzo violento, la vittima e sua madre ne provocano involontariamente la morte. Il padre, appassionato di film thriller, cerca di organizzare il delitto perfetto. Ma la donna a capo della polizia locale è invece una straordinaria professionista dotata di crudeltà, intuito e occhio fotografico. Mentre il politico cerca di tamponare eventuali scandali che possano comprometterne la carriera.

C'è una tonnellata di carne al fuoco in questo film ma magicamente quasi tutti gli elementi sono gestiti con equilibrio e il merito è sempre quello di una sceneggiatura articolata e competente (scritta da sei autori).

I film citati apertamente sono molti in un continuo gioco cinefilo al rialzo ma ad emergere maggiormente sono probabilmente l'ottimo coreano Montage di Jung Geun-sub (di cui magicamente è uscito un remake indiano nel 2016, Te3n e uno cinese nel 2019, The Guilty Ones, quasi a chiudere il cerchio) e lo stupendo Bad Genius di Nattawut Poonpiriya da cui sembra arrivare l'ottima costruzione della tensione. Ma è da Hitchcock che provengono molti trucchi classici inclusa una sequenza con l'inabissamento di un'auto in un fiume che ricalca quella simile di Psycho.

A lasciare spaesati sono anche gli equilibri interni del film, che parte come commedia, muta in un dramma e diventa un thriller epico e tesissimo. Uno dei meriti va al cast che riesce a reggere la struttura e la tensione ondivaga per l'intera durata; Xiao Yang, uno del duo dei Chopsticks Brothers, è sempre più bravo sia nelle note comiche che in quelle drammatiche, Tan Zhuo convince nel ruolo della madre disperata, forniscono un buon contorno i volti dei veterani di Hong Kong Philip Keung Ho-Man e Paul Chun mentre sono gli occhi di Joan Chen a scolpire il personaggio spietato e rigidissimo della poliziotta (e madre) disposta a tutto.

Il finale lievemente catartico e morale stona un po' con l'opera precedente ma il geniale doppio finale grottesco riporta gli equilibri e l'intera opera nei binari. Doppio finale non presente nell'originale, titolo più asciutto ed esteticamente meno patinato che da un parte rimaneva più pudico (lo snodo centrale non era la ripresa di uno stupro ma semplicemente di nudi appena evocati) ma offriva un finale più grottesco verso le forze di polizia, attenuato nella versione cinese più sensibile al tema ma che dalla sua offre invece una svolta più traumatica. E' sempre interessante notare come di paese e paese e cultura in cultura mutino temi e rappresentabilità nei confronti del pubblico. Questa versione cinese ha maggior sunto e più dinamica nella narrazione, è più epico e patinato, spettacolarizzato, mentre il vistoso budget ridotto del pioniere gli donava quella carica anche esteticamente più perturbante.

Una delle sorprese dell'anno.