Squid Game

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Spesso capita che inaspettatamente alcuni prodotti multimediali quali film o serie TV, acquistino una grandissima popolarità, a dispetto di una campagna marketing non così poi tanto incisiva. Uno di questi casi è proprio Squid Game, serie distribuita su Netflix a settembre 2021, e che ha raggiunto il primo posto nelle classifiche di innumerevoli paesi del mondo come serie televisiva più guardata.

Prodotto di stampo coreano, diretto e ideato dal regista Hwang Dong-hyuk, Squid Game, nonostante sia stato pubblicato solo nel periodo accennato sopra, era già nato nel 2008 e fu completato nel 2009. Era un’epoca in cui i drama coreani non trattavano ancora argomenti così svariati e soprattutto violenti, ed è per questo che chi lo aveva scritto si è visto sbattere la porta in faccia molto spesso. Come afferma lo stesso regista, era per lui un periodo molto duro, caratterizzato da giornate passate alle manhwabang (luoghi in cui si possono leggere manga, manhwa, ecc... pagando una tariffa oraria), dove leggeva opere come Liar Game, Gambling Apocalypse: Kaiji e Battle Royale, che sono poi diventate chiare ispirazioni del nostro cosiddetto "gioco del calamaro".

Si potrebbe, volendo, paragonare l’opera anche a un altra serie pubblicata da Netflix, ovvero la nipponica Alice in Borderland, sebbene le due abbiamo numerose differenze, e prima su tutte il provenire da due paesi sì simili, ma anche molto diversi come la Corea del Sud e il Giappone. Infine non possiamo non citare la pellicola di Takashi Miike, As the Gods Will, opera che secondo alcuni ha fortemente influenzato il primo gioco presente nello Squid Game. Le analogie sono chiare, tuttavia c’è da fare una precisazione. Il manga di As the Gods Will è uscito nel 2011, mentre il film di Miike nel 2014, ovvero qualche anno dopo le prime stesure della sceneggiatura della serie coreana in questione. Ispirazione chiara o no, entrambi i prodotti presentano un gioco con le medesime caratteristiche, adattandolo però alla propria cultura.

Prima di andare avanti, chi scrive trova necessario spiegare brevemente la trama. Il nostro protagonista Gi-hun, reietto della società che vive subdolamente alle spese dell’anziana madre, è senza lavoro ed è indebitato fino al collo. Nonostante tutto, continua a perdere soldi alle scommesse, si fa malmenare dagli strozzini, e non riesce a fare correttamente il suo dovere di padre. All’improvviso, una sera, mentre triste attende la metropolitana, gli si avvicina un signore che gli propone un gioco particolare, dove se si vince si guadagna qualcosa, se si perde, si può pagare subendo violenza fisica. Contento del bel gruzzoletto ottenuto, Gi-hun viene invitato dall’elegante e misterioso signore, a provare un gioco diverso, dove in palio ci sarà una ricompensa molto più alta. Gi-hun, chiamando un numero speciale presente su un curioso biglietto da visita, accetta la sfida, e viene deportato a sua insaputa in un luogo misterioso. Da quel momento inizieranno i vari giochi, dove se si vince si passa al prossimo turno, ma se si perde, ci si lascia le penne. 

Come abbiamo visto dalla trama, Squid Game è un drama coreano che non propone niente di troppo originale, ma che allo stesso tempo presenta una mirata critica sociale all’odierna Corea del Sud. Il primo elemento che viene in mente è la descrizione di una società dove i facoltosi continuano a diventare più ricchi, e i poveri continuano a rimanere nei bassifondi. Come vediamo, Gi-hun, è un uomo di mezza età che ha perso il lavoro a causa dell’azienda fallita (verremo a sapere che vide un amico morirgli davanti a causa dei colpi subiti dalla polizia. Questo evento tra l’altro, è stato ispirato a un vero sciopero che degli operai fecero proprio nel 2009, contro l’azienda Ssangyong). Sua madre inoltre, nonostante l’età e i problemi di salute (che non può permettersi di curare a causa dei prezzi elevati dei servizi medici), è costretta a lavorare per portare qualche soldo a casa. In questi elementi vediamo un chiaro riferimento alla Corea odierna, dove molti anziani sono costretti a svolgere un’occupazione pur di sopravvivere, e molte persone di mezza età non riescano a trovare facilmente lavoro, perché le aziende preferiscono sempre i più giovani.

Passiamo poi alla visione che Gi-hun ha del suo migliore amico Sang-woo, colui che si è laureato all’università più rinomata del paese, la Seoul National University. Gi-hun lo elogia in continuazione non perché il suo amico d’infanzia sia semplicemente laureato, ma appunto perché abbia studiato nella sopra accennata istituzione accademica. In Corea del Sud (come anche in altri paesi dell’Asia), il nome dell’università da cui si esce è fondamentale per entrare nel mondo del lavoro, e può rendere la vita di un coreano più semplice o più difficile. In Corea infatti, è presente il seguente acronimo, SKY, la cui S sta per Seoul National University, la K per Korea University e la Y per Yonsei University. Entrare in una di queste tre vuol dire avercela fatta, tant’è che come si capisce dallo stesso acronimo, il loro prestigio è talmente alto da “raggiungere il cielo”.

Il problema, è di nuovo quello di prima, ovvero affrontare il ‘suneung’ (esame estremamente difficile per accedere all’università) con delle credenziali migliori. Per le famiglie facoltose, non è poi cosi difficile mandare i propri figli nelle scuole elementari, medie, superiori più importanti (c’è chi addirittura si trasferisce per rientrare nella zona residenziale collegata a un scuola di buon nome), o alle scuola private, i cosiddetti ‘hagwon’ più rinomati. Per costoro, entrare poi in un’università più importante diviene più semplice. Ed è proprio per questo che Gi-hun elogia Sang-woo, il quale di classe sociale bassa come lui, è riuscito a compiere questa grande impresa.

A tale proposito risulta abbastanza utile citare anche il famoso drama SKY Castle, prodotto televisivo coreano che mostra in maniera esplicita, anche se romanzata, le pazzie che i genitori delle classi abbienti sono disposti a fare pur di far accedere i loro figli alle istituzioni sopracitate. Continuando il nostro viaggio nella critica sociale, arriviamo a confrontarci con l’aspetto dell’immigrazione illegale, rappresentata sia dal pakistano Ali che dalla nord coreana Saebyeok.

Se il primo è da collegare allo sfruttamento di lavoratori provenienti dal sud est asiatico o da paesi quali Sri Lanka o Pakistan appunto, problema abbastanza presente in Corea, la seconda va connessa con la difficile vita che i profughi nord coreani devono affrontare. Non solo per quanto riguarda le loro imprese di fuga da uno dei paesi più blindati al mondo, ma anche per il modo in cui vengono accolti al sud. Il governo della Corea del Sud spende ingenti somme di denaro per accogliere i profughi del nord, li aiuta a fare dei corsi per integrarsi nella nuova società in cui vivranno, ma i veri problemi arrivano dopo. Capita infatti che i nord coreani al sud possano essere vittime di razzismo o che vengano sfruttati, come Saebyeok viene sfruttata per denaro nel drama.

C’è però anche chi se la cava meglio. Alcuni nord coreani infatti, vengono selezionati da programmi televisivi per raccontare le loro esperienze passate, talvolta ricevendo gli stessi trattamenti che si riservano alle star. Una contraddizione purtroppo che possiamo ancora trovare in questo paese. Infine non manca anche una leggera critica ai poliziotti, che se non fosse per uno dei personaggi secondari, Jun-ho, agente che crea una sottotrama molto intrigante, avrebbero la solita immagine di nullafacenti e inetti che sanno poco del loro lavoro. Critica questa, presente in molti drama o film, quali ad esempio Memories of Murder di Bong Joon-ho, e che rappresenta un po’ un sistema dove in certe occasioni, qualcuno presente ai piani alti, pensa più ad ottenere una promozione che ad acchiappare il vero criminale.

Dopo questa piccola analisi, possiamo allora addentrarci all’interno del mondo delle interpretazioni. Cosa rappresenta questa massa di persone che pur di ottenere una somma ingente di denaro è disposta a tutto? Sicuramente la società coreana contemporanea, che va sempre di più verso la disumanizzazione collettiva. Se fino a qualche anno fa si era in buoni rapporti, o per lo meno si intratteneva una minima interazione con i vicina di casa, al giorno d’oggi non è più tanto così. Allo stesso modo, la grande competitività che affiora nel drama, è decisamente paragonabile alla competitività della vita quotidiana in Corea. Come detto prima, sin da piccoli i coreani cercano di far entrare i loro figli nelle scuole migliori (dove a fine semestre viene stilata una classifica degli alunni in base al voto) e negli istituti privati migliori. Gli studenti universitari molto spesso, non si concentrano completamente sui loro studi, pur di prendere tantissime altre certificazioni legate a lingue straniere o all’informatica, che dovrebbero dare loro più possibilità di un lavoro migliore. Un sistema dunque, dove sin da bambini si viene immersi in un mondo altamente competitivo. Un’altra interpretazione interessante, la troviamo in coloro che guardano i giochi per divertimento. Come si vede nel drama, sono tutti anglofoni, quasi sicuramente americani, tranne uno di loro che si rivela essere di nazionalità cinese (colui che dice un certo proverbio sulla pioggia). Questo aspetto , può essere collegato alla politica e alla diplomazia coreana contemporanea. Americani e cinesi, che con gusto, vedono una massa di coreani lottare tra di loro, ricordano un po’ gli Stati Uniti e la Cina, paesi che molto spesso tendono a dettar legge sulla penisola coreana. Le due Coree, molto poco padrone del loro destino (ricordiamo che nell’armistizio del ’53 la Corea del Sud non ha apposto la propria firma, sostituita dall’America), si trovano molto spesso a dover decidere se dover collaborare con uno o con l’altro paese (soprattutto il Sud), entrando così al centro di numerosi dibattiti diplomatici.

Qualche parola non può non essere spesa sui giochi presenti nel drama. Abbiamo quello con cui i giocatori vengono reclutati, il Ttakji. Poi la versione coreana di ‘un, due, tre stella’ che in lingua originale diventa “mugunghwa kkochi piosseubnida” che significa “l’ibisco è fiorito”, il rimuovere una formina da un biscotto chiamato Dalgona (fatto con zucchero e bicarbonato), il tiro alla fune ‘juldarigi’, quello relativo alle biglie ‘kuseul chigi’, il salto nel buio sui vetri, e infine proprio il gioco del calamaro che dà il titolo all’opera. Sono tutti giochi legati alla cultura coreana (tranne quello dei vetri) soprattutto ‘l’un, due, tre stella’, dove l’ibisco non è casuale, in quanto è il fiore nazionale, e il tiro alla corda, uno dei giochi più diffusi durante una festa chiamata Daeboreum, ovvero il primo giorno di luna piena del nuovo anno. 

Non possiamo non citare anche il cast, il quale risulta essere di altissimo livello. Partiamo dal nostro protagonista Gi-hun, il quale viene interpretato dal bravissimo Lee Jung-jae, famoso per opere quali New World (2013), The Face Reader (2013), Assassination (2015), e il recente Deliver Us From Evil (2020).

Abbiamo poi il frontman, interpretato dall’altrettanto famoso Lee Byung-hun, presente in opere quali Joint Security Area (2000), A Bitterweet Life (2005), Il Buono, Il Matto, Il Cattivo (2008), I Saw the Devil (2010), Inside Men (2015), The Man Standing Next (2020) e il drama Mr. Sunshine (2018).

L’intelligente e subdolo Sang-woo, è interpretato da Park Hae-soo, antagonista nel recente Time to Hunt (2020) e protagonista nel drama Prison Playbook (2017). Infine citiamo Saebyeok, interpretata dalla modella Jung Ho-yeon, entrata a far parte del cast in quanto la sua fisionomia pare essere piaciuta sin da subito al regista, e ovviamente colui che seleziona i giocatori, Gong Yoo, famosissimo per essere il protagonista di Train to Busan (2016) e del drama Goblin (Guardian: The Lonely and Great God, conosciuto anche come Dokkaebi, del 2016). La sola presenza di queste personalità, dimostra come il budget sia stato tutt’altro che basso. 

Per concludere possiamo citare due scene dell’opera che hanno colpito chi scrive in particolare. Una è quella che presenta con un montaggio alternato il ritorno ai giochi dei vari protagonisti, mostrando come la loro vita sia ormai talmente misera che non possono far altro che tornare ai giochi pur di raccimolare denaro. L’altra è quella che si sussegue subito dopo la fine del gioco del salto sui vetri. Dopo che i tre vincitori arrivano dall’altra parte del pericoloso ponte vetrato, i vetri in questione, appunto, saltano in aria. Segue una scena in slow motion, che con un leggera e morbida carrellata all’indietro, mostra i protagonisti che si riparano dalle schegge mentre alcune parti del loro volto vengono ferite. Il tutto è accompagnato ad un dinamico assolo di batteria, che insieme al resto della simpatica colonna sonora, dimostra come questo drama sia stato girato in maniera tutt’altro che approssimativa.