Tokyo Cyberpunk


Posthumanism in Japanese Visual Culture

Koko ja nai doko ka, ima de nai itsu ka.

Oshii Mamoru

Non bisogna fraintendere questo libro per qualcosa di diverso dalla sua natura, dato che non si tratta di un didascalico raccoglitore di appunti sul cyberpunk giapponese, ma di un fine gioco intellettuale sulla materia. In parte derivato da alcuni articoli dello stesso autore provenienti dall’ottima rivista accademica di commento agli anime Mechademia, il testo si concentra fondamentalmente su appena un palmo di prodotti dell’immaginario techno-orrido giapponese, partendo nell’introduzione dal capostipite Akira di Otomo Katsuhiro. Il primo capitolo è dedicato al sequel di uno dei capolavori di Oshii Mamoru, Ghost in the Shell: Innocence, si passa poi nei territori di Tetsuo di Tsukamoto Shinya, per finire dalle parti dei fantasmi elettrici di Kairo di Kurosawa Kiyoshi e ancora Oshii con il suo live action Avalon, mentre la conclusione è addirittura affidata all’esame di una serie televisiva (Serial Experiments Lain).

Sembrerebbe una scelta alquanto strana, se non fosse che Steven T. Brown, docente di cinema e cultura popolare del Giappone all’Università dell’Oregon, usa programmaticamente la teoria rizomatica di Deleuze e Guattari per mantenere intatta la propria libertà di spaziare in ogni dove dell’espressione artistica, sia essa cinema, letteratura, pittura o scultura. Una libera associazione di idee orizzontale e cartografica  piuttosto che un approfondimento verticale e stratificato dei contenuti, la qual cosa permette un’analisi a 360 gradi di ogni opera.

Un testo che spalanca porte su inconsueti paesaggi per il cinefilo medio, poco avvezzo a ragionare in questa maniera, così come offre nuove angolature sull’analisi di film eviscerati in altra maniera su altri lidi più tradizionali. Nel parlare di Innocence si sprofonda nelle interrelazioni tra l’opera giapponese e le disturbanti bambole d’arte del tedesco Bellmer dalle quali Oshii ha preso grande ispirazione. La re-definizione di Tetsuo come “anti-narrativa allucinatoria” è la premessa dalla quale si parte per poter tracciare una storia intellettuale dell’immaginario tecno-utopico moderno che parte insolitamente, ma neanche troppo dati alla mano, dalla nostra avanguardia futurista. Senza tralasciare l’ovvia potenza dei simbolismi erotici dell’opera di Tsukamoto, ne offre anche una affascinante ed alternativa rilettura figlia del femminismo moderno, che nessun critico aveva mai dato, probabile frutto dell’esperienza dell’autore con la rivista femminista Women & Performance. Al sottotesto omosessuale del capolavoro di Tsukamoto si affianca il ben più deciso e moderno sottotesto omosociale, quindi quella fitta rete di relazioni di potere tra uomini della società moderna, non necessariamente a carattere sessuale, che vedono le donne come semplice pedina di scambio. La terza parte su Kairo, Avalon e Serial Experiments Lain è dedicata alla ridefinizione del corpo in era tecnologica ed è anche la più complessa e meno cinematografica, perché pregna di riflessioni filosofiche che spaziano dal prospettivismo alle moderne teorie di Derrida e ancora Deleuze-Guattari.

Leggere il saggio è quindi scelta abbastanza impegnativa, perché prima di tutto si necessita di un ampio vocabolario inglese, sebbene la buona prosa provi come i saggisti anglosassoni posseggano capacità di comunicazione diretta che dobbiamo invidiare dall’alto di quella forma di barocco linguistico che assume talvolta la nostra lingua. Opera fondamentale per dipanare la matassa di pensieri che il cyberpunk giapponese provoca continuamente nella testa dello spettatore, che vanno spesso al di là della comprensione. Come il saggio suggerisce la linea di demarcazione tra virtuale e reale è meno netta per i creatori orientali rispetto a quelli occidentali. Questa incertezza si declina secondo la sensibilità dei vari autori

Forse l’unica dimenticanza nella rete rizomatica ricostruita da Brown è il nodo relativo al linguaggio rappresentativo. In un angolo ci sarebbe dovuta essere proprio la radice a cui tutto si allaccia, Denki (電気) la parola formata dai due kanji di elettricità (電) e spirito (気) e che i Giapponesi usano per descrivere il passaggio dal fenomeno elettrostatico alla corrente elettrica. Gli impulsi sono proprio alla base di tutta l’architettura, orizzontale o verticale che sia, di questi mondi situati “in qualche posto che non sia qui, in qualche tempo che non sia ora.” per citare Oshii. “Koko ja nai dokoka, ima de nai itsuka” per l’appunto, ma anche 『ここじゃないどこか、今でないいつか』se proprio ci si vuole immergere nell’abisso semantico della lingua.

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