Tsui Hark


Tsui Hark in VeniceRegista, produttore.

Abbiamo intervistato il maestro Tsui Hark nel 2010 nel corso della Mostra del Cinema di Venezia. Il regista era in loco con un pugno di attori per presentare il suo nuovo film Detective Dee and the Mistery of the Phantom Flame. L’intervista mescolava giornalisti occidentali come asiatici in una vorticosa girandola di lingue e traduzioni. Riportiamo nella sua interezza l’intera discussione includendo anche le domande di alcuni colleghi.


Asian Feast: Come le è venuta l’idea di questo film, dopo aver girato Seven Swords?

Tsui Hark: Detective Dee è frutto di un’idea che mi frulla in testa dagli anni ’70, ed è ancora in un certo senso un’ispirazione attuale, soprattutto perché è ambientata in un periodo molto interessante e particolare, nella storia delle dinastie che hanno retto la Cina. Il particolare che rende la storia interessante ai miei occhi è che fu a quei tempi che governò la Cina la prima (e ultima) imperatrice donna, Wu Zetian, una figura molto controversa. Sin da quando andavo a scuola, di questa figura ne parlavamo coi compagni di classe e i professori, poi, quando sono cresciuto, ho approfondito leggendo diversi libri sull’argomento. L’unione di due personaggi così particolari e intriganti come Di Renjie e Wu Zetian mi è sempre sembrato un soggetto molto stimolante per un film, anche perché mi avrebbe consentito di fondere in un buon equilibrio elementi storici e fantastici nella mia storia. Quando, circa 5 anni fa, Chen Kuofu, lo sceneggiatore del film, venne a mostrarmi una prima stesura dello script fui molto contento e risposi che ci saremmo messi al lavoro per farne un film. Finalmente l’idea che mi ronzava in testa poteva prendere corpo; così, ci siamo messi a lavorare, soprattutto sui personaggi. Io avevo già in testa una mia idea di come doveva essere Wu Zetian, e con Chen abbiamo discusso a lungo e modificato più volte le sceneggiatura, ma alla fine – e ci sono voluti quasi 3 anni – siamo arrivati a una versione soddisfacente per entrambi, ed è quella che avete visto tradotta nel film in concorso qui, a Venezia. Questa è la storia di come è nato Detective Dee and the Mistery of the Phantom Flame.

AF: Seven Swords, il suo precedente film in costume, era tutto bastato su coreografie marziali pesanti, terrene, senza l’uso di cavi o effetti speciali, mentre per Detective Dee sembra aver fatto una scelta molto diversa: qui c’è grande abbondanza di effetti in computer grafica. Da dove proviene questa contrapposizione di stili?

TH: Innanzitutto, la scelta dell’uso della computer grafica è legata alla necessità di rendere la magnificenza e la grandezza della dinastia Tang. La capitale della dinastia era una città grande, cosmopolita, con il 10% degli abitanti di origini non cinesi, provenienti dall’Europa, dall’Impero Romano, dall’India, e anche dall’Africa; in un certo senso, era il cuore culturale di tutta l’Asia. Il dominio della dinastia Tang ha rappresentato, al confronto con molte altre dinastie cinesi, un periodo piuttosto liberale, in cui il libero pensiero e la circolazione di idee e persone erano visti di buon occhio. Anche le donne erano abbastanza ben considerate, tant’è che è a quei tempi che salì al trono Wu Zetian, prima e unica imperatrice. Si potrebbe persino confrontare le idee di quel periodo con quelle di oggi, e in un certo senso, a quei tempi non è scorretto dire che la mentalità fosse più aperta di quella di molte persone al giorno d’oggi. E’ anche per questa modernità e liberalità che la figura di Wu Zeitian e di quel periodo del dominio Tang sono argomenti tuttora controversi della storia cinese.
Così, per rappresentare la scala magnificente della capitale dei Tang, Chang’an, delle sue architetture in particolare, abbiamo dovuto fare una scelta radicale su scenografie e le ambientazioni. La città doveva svilupparsi intorno a un enorme canale centrale, una via d’acqua che le dinastie di quei tempi usavano per scopi commerciali e militari, e la magnificenza di edifici e quartieri era davvero impressionante. Abbiamo cercato se in Cina ci fossero luoghi adatti a riprodurre quel tipo di grandezza e splendore, in particolar modo circondati da tanta acqua, ma ci siamo resi conto alla fine che l’unico modo per ottenere quell’impressione di magnificenza era riprodurlo in post-produzione e in computer grafica.
Le ambientazioni, la loro grandezza, sono cruciali anche per descrivere il personaggio di Wu Zetian, che rappresenta la custode e la personificazione di tutta questa magnificenza, colei che veglia sul suo paese, che lo scruta attraverso gli occhi del Buddha gigante.
 Sebbene all’inizio avevamo delle perplessità su come la computer grafica si sarebbe integrata nel film, c’era anche chiaro che non potevamo farne a meno; così, per realizzare queste ambientazioni abbiamo avuto bisogno di un team di professionisti bravi:  gli effetti sono stati curati dall’AZworks, sudcoreana, sotto il coordinamento di Phil Jones (2012The Fountain, NdR). Inoltre, per caratterizzare meglio il personaggio di Di Renje anche presso il pubblico non cinese, avevamo bisogno dare un tocco fantasy alle ambientazioni, qualcosa che potesse aprire a punti di vista differenti sulle indagini di Di. E’ per questi due motivi che si è arrivati alla scelta di usare la computer grafica in Detective Dee, soprattutto per le scenografie in esterni, molto più di quanto non succedesse in altri miei film.

AF:  Detective Dee è sicuramente molto asiatico dal punto di vista visivo e dell’atmosfera, ma narrativamente fa anche pensare a un racconto di stile occidentale; penso in particolare alle indagini di Sherlock Holmes. Come nasce questo modo di raccontare, che lei ha scelto per Detective Dee?

TH: Prima di tutto, bisogna dire che l’intento in fase di scrittura del film era di offrire un racconto bilanciato che mostrasse facciate diverse. Abbiamo quindi pensato allo stile di altri famosi “detective” e a come rendere il personaggio di Di con un fascino e delle sfumature sue particolari. Un primo aspetto da tenere in conto era il metodo d’indagine logico-scientifico; i cinesi hanno un approccio molto filosofico, e spesso molto lontano da quello logico-scientifico, e poteva essere in un certo modo straniante dare al personaggio di Di questi tratti, troppo marcati. Abbiamo deciso che a svolgere il lavoro d’indagine con metodi prettamente scientifici fosse dunque un altro personaggio, quello dell’investigatore albino, Pei (Deng Chao), mentre l’approccio di Di Renjie è molto più filosofico, poetico, è più un “sentire” il caso, piuttosto che analizzarlo. Di cerca la soluzione del caso usando soprattutto quel che conosce per esperienza diretta, per quel che ha vissuto in passato anche, ed è questo il suo modo peculiare di risolvere il caso. Ecco ciò lo rende differente dagli altri detective già visti al cinema e nei libri. Di ha un approccio molto sperimentale, se volete, piuttosto che analitico.

AF:  Di Renjie tuttavia ha un badge, un cartellino identificativo, quasi alla stregua di un detective dell’FBI…

TH: Questo, al principio, ha lasciato perplesso un po’ anche me; mi sembrava troppo moderno per l’epoca. Le ricerche storiche sul periodo del VII secolo DC in Cina hanno rivelato che in quel periodo l’impero era molto influenzato da usi e costumi occidentali, provenienti soprattutto dall’Impero Romano. Ad esempio, potete vedere che i costumi in Detective Dee hanno le cinture con fibbia, nel palazzo si usano oggetti e suppellettili di vetro, e dai libri di storia sappiamo pure anche che i Tang bevevano vino rosso (ride). Costumi e arredi dell’epoca Tang, come si possono vedere anche nei musei, erano proprio così. Quel che vedete in Detective Dee è molto diverso da quel che si vede in altri film cinesi in costume, ad esempio ne La Tigre e il Dragone, in cui gli ambienti sono molto più “cinesi”. Nell’epoca Tang, come nel film, la cultura e la vita di tutti i giorni vedevano una mescolanza di oriente e occidente, e questo vale anche per i sigilli, che possono ricordare un badge dell’FBI (sorride).

AF:  Parliamo della scena in cui Shangguan seduce Di. In quella scena si nota che lui la guarda, che guarda il suo corpo. Questo non è affatto comune per un film cinese di questo genere. A dire il vero, è piuttosto rivoluzionario. Da dove viene la scelta di far guardare a un dignitario di corte di epoca Tang la donna che ha di fronte, in modo diretto?

TH: Il modo di guardare una donna, in Cina, è stato storicamente influenzato dalla cultura dei dignitari e dei funzionari, la quale prescriveva una certa “educazione” nello sguardo: si poteva guardare una donna, ma mai farlo in maniera diretta e fissa. Ed è questo che si vede solitamente fare dai personaggi di corte dei film in costume cinesi. Ma per Detective Dee è diverso: lui cerca indizi per risolvere il suo caso, ovunque e in ogni situazione. Perché dovrebbe tirarsi indietro davanti al corpo di una donna? Durante la fase di sceneggiatura, discutevamo quel che poteva e non poteva fare il personaggio, e sono stato io stesso a suggerire che Di guardasse direttamente il corpo nudo di Shangguan. Voglio dire, può anche essere che ne sia attratto, ma in primo luogo il suo sguardo diretto è dovuto alla volontà di risolvere il caso, senza lasciar nulla di intentato. Chissà, se non fossero stati attaccati magari avrebbero anche fatto l’amore (sorride ammiccando).

AF:  Nella scena dopo il rientro dalla città fantasma, vediamo Donkey Wang trasformare il proprio volto da quello di Richard Ng a quello di Teddy Robin Kwan. I due sono stati gli eroi della stagione delle commedie alla Cinema City, negli anni ’80. La loro scelta è forse una sorta di tributo a quel periodo e quel genere di film?

TH: Non direi esattamente che sia un tributo. Volevamo inserire un po’ del sapore e dello humour che hanno fatto la storia dei film anche fantastici e in costume del cinema di Hong Kong, e fonderlo con il tema della trasfigurazione e del cambio di volto che sono anch’essi patrimonio del cinema cantonese e cinese in generale. Loro due (Richard Ng e Teddy Robin) avevano il fisico e la presenza adatta per le due cose. Il tema della trasfigurazione viene trattato in Detective Dee attraverso una specie di analogia con i metodi di agopuntura; come quando magari si prende una botta o si ha un incidente ci ritroviamo col viso gonfio e tumefatto, in un certo senso trasformato, e con l’agopuntura possiamo mettervi rimedio, nel film i metodi di agopuntura possono permettere ai personaggi di controllare i muscoli facciali, tanto da cambiare volto.
Inoltre, la scelta di dare spazio ai toni e ai personaggi comici viene dal fatto che ci è sembrato che l’elemento comico potesse stemperare la tensione e la serietà del tono generale di Detective Dee.

AF:  La cerimonia di premiazione del Leone alla Carriera a John Woo l’ha vista porgere il premio, in un momento che è diventato quasi una celebrazione/consacrazione del cinema di Hong Kong tutto. Cosa pensa del cinema di Hong Kong di oggi e, in vesti di produttore, c’è qualche giovane talento che vorrebbe produrre?

TH: Certo, ci sono molti giovani di talento che si affacciano sulla scena oggi e che potrebbero diventare registi molto importanti, come ci sono attori e creativi in generale, a Hong Kong. Attualmente, il cinema di Hong Kong è sempre più connesso al mercato cinese continentale, sia per questioni distributive che di scelta delle storie e dei contenuti da rappresentare, e i registi a Hong Kong, anche e soprattutto quelli giovani, devono fare i conti con questo. Hong Kong e la Cina sono sempre più legati.

AF:  La considera una cosa positiva o negativa?

TH: Entrambe le cose. Da una parte, c’è maggiore attenzione a come può rispondere il pubblico cinese a una storia, ma non si può trascurare di puntare sulla creatività che il cinema di Hong Kong ha come tratto storico, e di trovare nuovi modi di inserire idee creative nelle nostre storie. In ogni caso, ci sono ancora registi che lavorano a Hong Kong su storie e materiali locali, e che continuano fa fare bei film.

AF:  Ha dichiarato in precedenza che per lei il personaggio di Detective Dee è come una scimmia. Perché?

TH: Durante la stesura dello script, mi è capitato di discutere con i collaboratori di psicologia, e alcuni amici psichiatri mi dicevano che secondo certe teorie ogni persona ha dentro di se un’essenza scimmiesca. La scimmia è in un certo senso una forma primitiva di uomo, che esiste in parallelo nella psiche umana a fianco della triade Io-Superio-Es descritta da Freud. Nella psiche umana, quest’essenza scimmiesca è quella che ci spinge a fare cose di cui non ci spieghiamo diversamente l’origine; la nostra parte più primitiva e istintuale, forse. Come detective, Di ha bisogno di riconoscere la scimmia nelle altre persone per capire come si comportano, perché non sempre le azioni di una persona vengono da moventi consapevoli; a volte ad agire è la scimmia che è in noi. E Detective Dee deve capire anche quello, per fare il suo lavoro. Capire la scimmia nelle persone è parte dell’approccio istintivo ed empatico di Di, e per farlo bene deve essere anche lui un po’ una scimmia.

AF:  Tornando per un momento alla questione delle trasmutazioni, che sono un aspetto ricorrente di certo cinema HKese e cinese e anche dei suoi film, non si può non pensare anche e soprattutto ai personaggi di Brigitte Lin. In alcuni momenti del film, ci è parso di vedere qualcosa di Brigitte Lin nel personaggio di Li Bingbing. E’ qualcosa di intenzionale? Magari una specie di proposta di Li Bingbing come una nuova Brigitte Lin?

TH: (ride) Quando ho letto in rete dei paralleli tra Li e Brigitte Lin sono rimasto sorpreso; non capivo perché altri trovassero che i loro personaggi fossero così simili. Per me, i loro due personaggi sono diversi. Quando ho creato i personaggi di Brigitte Lin e quando ho creato quello di Li Bingbing in Detective Dee l’ho fatto partendo da idee completamente differenti e da direzioni diverse. È vero che durante il film, ci sono certi momenti in cui le loro espressioni, il modo di recitare, assumono tratti simili. Non so da dove vengano queste somiglianze: forse vengono da me, forse vengono da loro due, che magari hanno un modo simile di reagire alle cose, ma faccio fatica a capire chi dice che si assomigliano, perché per me hanno più differenze che punti in comune. Comunque, io mi auguro che la carriera di Li Bingbing le porti molte soddisfazioni. Per parte mia, vorrei che lei avesse anche l’occasione di recitare e mettersi alla prova in ruoli anche più controversi, per crescere ancora come attrice.

AF: Nonostante la sua grandissima carriera, ci sono dei progetti a cui si è pentito di aver partecipato, in passato?

TH: Beh, ce n’è più d’uno. Da buon perfezionista, faccio e rifaccio le cose molte volte. Difficilmente mi accontento. È anche per questo che quelli che lavorano con me temono sempre i miei suggerimenti e mi trovano un po’ incontentabile (ride di gusto). Nonostante questo, devo anche dire che ogni mio progetto nasceva con uno scopo preciso e un’urgenza mia di raccontare una storia. Posso essere insoddisfatto di come mi siano venute alcune cose, ma mai di averle fatte.

AF:  Come si è evoluta la sua idea di cinema nel tempo, dopo 30 anni di carriera? Cos’è diverso oggi da quando ha incominciato?

TH: In un certo senso, come regista soffro di uno sdoppiamento della personalità e di una contraddizione interna. Vivo il cinema prima di tutto come spettatore. Mi piace il cinema, mi piace andare al cinema, mi piace guardare i film, e quando faccio un mio film, la prima persona che deve soddisfare, forse la più esigente, è lo spettatore che c’è in me. La mia idea di cinema nasce da qui: come pubblico, mi piace vedere film diversi, con stili di racconto e storie diverse. I film mi devono attrarre. Quando un film va in in certo senso oltre le regole fissate, allora si può dire che per me siamo davanti a un film d’autore, a qualcosa che vale la pensa di vedere. Così, a volte gioco secondo le regole, altre contro le regole, ma l’unica regola che non rompo è che un film deve affascinare prima di tutto me stesso, il suo primo pubblico. E dopo questo, voglio condividere l’esperienza con altri.

AF:  Dopo aver visto il film, possiamo dire che non ha molto in comune con Sherlock Holmes di Guy Ritchie, ma è anche vero che il trailer è montato e strutturato in maniera molto simile (si pensi agli interni del Buddha e della torre di Londra, ad esempio). Cosa pensa del fatto che Detective Dee sia stato promosso in questo modo, che fa presupporre al pubblico un parallelo tra il suo film e Sherlock Holmes?

TH: In realtà, non lo so. Voglio dire, quando faccio un film sono così assorbito nel lavoro che tendo a delegare ad altri le cose di contorno, quelle non direttamente legate con le riprese e la produzione. Diciamo che spero sia il film stesso a convincere il pubblico che si tratta di una storia di detective diversa dal solito. Anche se ci sono dei punti di contatto, alla fine del film ci si rende conto che sono due storie completamente differenti.

AF:  Ci parli del suo prossimo progetto. Sarà un film in 3D, giusto?

TH: A esser sinceri, anche Detective Dee avrebbe dovuto essere un film in 3D. 5 anni fa, all’inizio delle discussioni sulla sceneggiatura, ero in Francia e sentivo che molte persone stavano cominciano a fare film in 3D. Così, l’idea iniziale era di fare Detective Dee in 3D, ma allora non riuscimmo a trovare nessuno con l’esperienza necessaria nella produzione di un film in 3D, e si incontravano difficoltà persino nel recuperare l’equipaggiamento, le camere, per questo tipo di film. Così, Detective Dee alla fine è stato realizzato in 2D. Ma alla fine delle riprese e della produzione per questo film, mi sono messo a raccogliere di nuovo informazioni sul 3D. E sì, confermo che il mio prossimo film sarà in stereoscopia (il film in questione è basato sulla storia che fu di Dragon Gate Inn, già prodotto da Tsui. Il titolo dovrebbe essere Flying Swords of the Dragon Gate. NdR).

AF:  Sempre a proposito del 3D, una delle prime cose che mi sono passate per la testa mentre guardavo Detective Dee è che si tratta di un film in 3D girato in 2D, e questo soprattutto per la grande profondità di campo delle immagini, che offrono diversi piani di prospettiva e punti di vista. Penso che sarebbe stato un gran bel film anche in 3D.

TH: (Tsui ride sotto i baffi, un po’ sornione) è divertente, perché mentre facevamo la post produzione di Detective Dee, e io stavo già lavorando sul 3D per preparare il prossimo film, ci capitava anche di fare degli esercizi di 3D. Vedevo un’immagine e mi dicevo: “Ehi, questa dovremmo renderla in 3D!” 
In ogni caso, credo che questa febbre della stereoscopia sia a volte un po’ un’illusione, e che spesso siamo imbrogliati dalle nostre impressioni sul 3D al cinema.
Per fare un film, il 3D è semplicemente uno strumento. Uno strumento per sottolineare e per aumentare il realismo delle immagini, ma talvolta è anche vero che non serve ad aggiungere nulla, e magari è persino controproducente. Il 3D ha pro e contro, e come tante cose, dipende molto da come lo si usa. Ora come ora, al cinema capita di vedere film realizzati completamente in 3D, e basta. Ma io penso che per usare il 3D deve esserci la reale necessità, che il 3D deve essere un qualcosa di più del film, altrimenti se devo girare un film in 3D solo per il gusto di farlo, non cambia nulla dal farlo in 2D.

AF: …si riferisce anche al fatto di pensare un film in 3D prima di realizzarlo in 3D?

TH: È un po’ come voler girare un film in un certo modo, diciamo fantastico, soprannaturale; anche se lo giri in 3D, la tridimensionalità da sola non basta certo a rendere l’idea del soprannaturale. Il 3D deve essere necessario per raccontare la tua storia, sennò è inutile.

AF:  Ha visto Avatar? Le è piaciuto?

TH: Certo. Mi è piaciuto molto. E penso che abbia aperto un sacco di possibilità per il 3D al cinema. Prima di Avatar c’erano difficoltà sia tecniche che produttive per fare un film in 3D. Avatar ha aperto la strada e ha reso un po’ più semplici le cose (sorride).

Tsui Hark si alza ed è il turno dell’intervista ai due protagonisti di Detective dee and the Mistery of the Phantom Flame: Andy Lau, che da brava superstar si presenta in un vestito nero un po’ bizzarro, scarpe di vernice, niente cravatta e niente calzini, ma tanta coolness, e Li Bingbing che invece sfavilla in un tubino di taglio cinese, ma corto al ginocchio, elegante ma non eccessivo.

 

 

Tsui Hark e Detective Dee al Festival del Cinema di Venezia

[nggallery id=910]

Detective Dee

[nggallery id=911]

CONDIVIDI: