Always – Sunset on Third Street

Voto dell'autore: 3/5
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Always - Sunset on Third StreetQuesto Always ci ha fatto tornare in mente il Titanic di James Cameron; è un paragone più di testa che altro, basato su una serie di analogie e sensazioni: entrambi i registi vengono dalla fantascienza, entrambi hanno usato la CG per abbattere i costi di produzione, entrambi hanno studiato a tavolino suggestioni e situazioni per toccare certe corde del pubblico. La grande differenza tra Cameron e Yamazaki è che il primo ha fatto un film idiota e leccatissimo, il secondo è riuscito a non farsi prendere la mano, salvo un paio di momenti perdonabilissimi.
Ispirato ad un manga di Saigan Ryohei, già trasposto in animazione, Always narra piccole storie di vita quotidiana ambientate in un quartiere popolare nella Tokyo del secondo dopoguerra; i toni sono quelli agrodolci e leggeri del neorealismo rosa (Pane, Amore e Fantasia), gags visive e verbali si alternano con momenti più intimi in maniera molto equilibrata, facendo scorrere fluidamente i 133 minuti della pellicola.
La storia di una ragazza arrivata dalla provincia in cerca di lavoro s’intreccia con quella di un meccanico e della sua famiglia; un aspirante poeta sbarca il lunario scrivendo racconti per bambini e gestendo una drogheria, un bambino trova in lui la figura paterna che non aveva mai avuto; il tutto sotto lo sguardo della Tokyo Tower che, all’inizio del film, è ancora in costruzione e che tornerà, completata, alla fine del film, simbolo dell’ottimismo e della voglia di andare avanti di un popolo orgoglioso e deciso a far rimarginare ferite ancora fresche.
L’atmosfera del film porta alla mente le opere meno favolistiche dello Studio Ghibli; in un ideale affresco composito della storia giapponese del 900, Always potrebbe essere utile per colmare il vuoto tra due film di Takahata Isao La Tomba delle Lucciole (ambientato durante e subito dopo la seconda guerra mondiale) e Omohide Poro Poro (ambientato negli anni 60).
L’uso della CG da parte di Yamazaki è incredibilmente discreto e poco invasivo, impiegato prevalentemente per la ricostruzione di scenografie appartenenti alla Tokyo degli anni 50 (ancora in bilico tra casette in legno e grattacieli in cemento ed acciaio) e per le comparse nelle scene di massa, riuscendo così a comunicare il fermento di una metropoli che sta provando con tutte le sue forze a voltare pagina.
Nel complesso si tratta di un film godibilissimo, che ha catalizzato l’attenzione internazionale sul suo regista, sicuramente un professionista capace e padrone del mezzo cinematografico e che fa ben sperare nel futuro del cinema nipponico.

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