Anna in Kungfu-Land

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Anna in Kung-Fu LandC’è una specie di sottofilone del cinema di Hong Kong verso il quale ci avviciniamo sempre con un certo timore. Sono quelle commediole sentimentali senza troppe pretese che mettono in scena amori impossibili, spesso ostacolati da differenze sociali (un po’ come in molti film indiani), sempre poggiate su una coppia di attori sulla cresta dell’onda. Se l’algoritmo del genere sono Andy Lau e Sammi Cheng, protagonisti di alcuni prodotti in tema (tipo Yesterday Once More), altre volte cambia il duo ma non la formula, come nell’orribile Driving Miss Wealthy (con Lau Ching-wan e Gigi Leung), nel carino Dry Wood, Fiece Fire (Miriam Yeung e Louis Koo) e in questo Anna in Kung-Fu Land interpretato da Miriam Yeung e Ekin Cheng, ultimo film uscito nell’anno 2003, la vigilia di Natale.

Il capo di un’azienda impone a Kin (Ekin Cheng), appassionato di narrativa di arti marziali, di trovare un modo per risollevare i bilanci dell’azienda. Di fronte ad un inatteso sponsor il ragazzo decide di organizzare un campionato mondiale di arti marziali, chiamando atleti da tutto il mondo. Se ne parte alla volta del Giappone per convincere un maestro ( lo straordinario veterano Yasuaki Kurata), ex discepolo di un tempio Shaolin, scappato in Giappone dopo una fuga d’amore, ma questo manderà come rappresentante sua figlia Anna (Miriam Yeung) che logicamente perderà la testa per il ragazzo a sua volta impegnato sentimentalmente con un’agguerrita poliziotta. Questo triangolo porterà alla classica moltiplicazione di fraintendimenti e siparietti amorosi. Al contempo, la spezia speciale che dona un sapore personale ad un film altrimenti simile a troppi altri è l’universo (esile per carità) cartoonistico delle arti marziali, rivisitato con un approccio postmoderno e di derivazione apertamente videoludica, grazie all’intervento di piccoli getti di digitale ad opera della Menfond (Legend of Zu, 2001). Ogni regola sembra permessa negli scontri, tra lottatori mascherati, gemelline monoverbali che lottano in coppia, un trio di ragazzini Shaolin, un americano stupido e gradasso, e altri casi umani che fanno coppia speculare con i lottatori di Osaka Wrestling Restaurant (Law Wai-tak, 2004). Nel corso del film c’è anche tempo e modo di criticare pesantemente Hollywood tramite la presenza in scena di un produttore americano che fa casting indistintamente a uomini e donne sempre all’interno del proprio letto e esplosioni di orgoglio nazionalista quando le arti marziali locali vengono glorificate come le più forti del mondo, ricordando il Shaolin VS Ninja di Liu Chia-liang senza possederne le qualità, ma al contempo senza averne nemmeno le ambizioni. E così, tra una battuta, follie surreali, delle belle coreografie di Stephen Tung e il talento degli attori, il film scorre e diverte, senza pretese e con leggera sincerità espositiva, candore e calore umano pacato. Il regista, con alle spalle una discreta carriera abbastanza varia, ha iniziato lavorando con Stephen Chow (Sixty Million Dollar Man, 1995) mentre Miriam Yeung sfiora ormai la genialità, come già detto, ci si deve aspettare sempre di più da lei visti i continui progressi dell’attrice.

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