Deadly Camp

Voto dell'autore: 3/5
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Solo la Wong Jing’s Workshop Ltd. poteva produrre una sorta di accozzaglia di tanto cinema statunitense torrido del calibro di Non Aprite quella Porta, Le Colline hanno gli Occhi e Venerdi 13 (per citare tre titoli) vent’anni dopo la morte del genere e quasi 10 prima del gran rispolvero dei brutti remake.
E non basta, perché tra sventagliate di macchina da presa alla Raimi e un cattivo prelevato direttamente dal character design del bel Darkman (sempre di Raimi) si è portati fin da subito a pensare al peggio.
E non aiuta nemmeno la pessima regia di Bowie Lau Bo Yin, tiepidissima, a tratti amatoriale a cui ci ha abituato, a fronte di storie solitamente deliranti del calibro di Electrical Girl.
Alcune coppie di ragazzi vanno a passare una vacanza in un’isoletta sperduta, sulla stessa spiaggia in cui si accampa un altro gruppo di antipatici villeggianti. Incontrano un ragazzino demente e “casualmente” gli ustionano un braccio. Il padre del ragazzo coperto di pustole e/o ustioni e fasciato da putride bende inizia a macellarli tutti a colpi di sega elettrica.

 

Solo questa sarebbe la trama di un film del genere citato sopra. In The Deadly Camp non siamo nemmeno a metà film. Perché dopo un attimo i ragazzi iniziano la caccia al predatore che comunque continua a falcidiarli. Subito dopo, il film muta in action con la costruzione di letali trappole atte ad abbattere il villain. Da slasher il film si trasforma in una sorta di “slasher & revenge”.
Già questo suscita sorpresa che da sola, certo, non basta a salvare il film. Ma il tutto è condito da altre piacevoli trovate.
Innanzi tutto il lirismo di alcune scene, dei ralenti sapienti e la classica, bella fotografia da CATIII (anche se qui ci troviamo in zona IIB). Il contrasto è prodotto dagli estremi, non necessariamente espliciti, ma morali. Il personaggio interpretato da Anthony Wong per sfuggire alla cattura pratica un corso di stupro al ragazzino figlio dell’assassino onde iniziarlo all’aggressione sessuale nei confronti della propria donna. E poi un’intera sequenza di tortura e omicidio deprivata di un sonoro disturbante e coperta dalle dolci note esplose da una radiolina portatile.
Il film riesce ad infilare anche una sequenza di paura basata sulla funzione notturna di una videocamera portatile lo stesso anno di The Blair Witch Project ma parecchi prima del finale di [REC].
Infine un colpo di scena finale e uno scontro che copre l’intera partitura di coda del film estremamente intenso (il confronto tra i sopravvissuti e il villain, gestito come in un finale di un noir di Hong Kong) e surreale nel pirotecnico e folle inseguimento che aggiorna quello del film di Hopper.
Un brutto film, ma –come accadeva spesso ad Hong Kong- sferzato da idee narrative e filmiche degne di assoluta nota.

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