Eye in the Sky

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Eye in the Sky“Eye in the Sky” è un concetto metafisico cinese. “Eye in the sky” sono delle telecamere “globulari” utilizzate in zone urbane strategiche. “Eye in the sky” è anche una squadra di super agenti privi di super poteri, ma dotati solo di uno sguardo lucido, acuto, e così allenato da possedere al contempo sia un colpo d’occhio fotografico che una sconfinata memoria per racchiudere tutti i dati immagazzinati durante la “caccia visiva”. Eye in the Sky è inoltre un gran film proiettato durante la nona edizione del  Far East Film Festival e stroncato dai più per il semplice fatto di non averne compreso e decifrato né la struttura interna, né l’intenso finale (in parte spiegato in questa intervista) perfettamente in linea con i grandi finali della Milkyway (la casa di produzione che fa capo a Johnnie To). Eye in the Sky è l’opportunità di passare alla regia donata dalla Milkyway ad uno dei suoi più talentuosi sceneggiatori.
Tolta di mezzo la mano di To, troviamo uno stile più sobrio e meno cupo del solito, perpetuamente fasciato da un utilizzo quasi nauseante di movimenti di camera bruschi e azzardati e continui zoom. Ma non si tratta di epilessia parkinsoniana come in un film di Tony Scott giusto per cercare di dare moto all’immoto, bensì di una intrigante riflessione sul potere dello sguardo e sulla purezza/potenza dello stesso, elemento che in parte accomuna il film al continuo studio sullo sguardo “(in)consapevole e allenato” dei fratelli Pang. C’è un poliziotto che tramite radiomicrofoni celati racconta storielle che poi vengono ascoltate da tutta la polizia di Hong Kong, in diretta, storielle che non fanno ridere ma che creano un legame morale tra decine di persone in luoghi diversi. Sul finale la storia cambierà, diventerà melodrammatica e poi favolistica, evocando un miracolo. E, improbabile e impossibile come tutti i miracoli, si avvererà, così come improbabili sono le strade del destino e del “karma in corsa” raccontate negli anni dalla Milkyway, decine di storie che –come con i personaggi del film- hanno fatto sognare persone sparse in tutto il globo. Un’opera minore, ma assolutamente fresca, financo benvenuta in un cinema –quello di To- che si stava avvicinando pericolosamente all’autoreferenzialità.

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