Fireball

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Dopo il precedente Opapatika, un ritratto violentissimo delle conseguenze estreme di quella tensione all’immortalità che fagocita la vita degli uomini di potere, Thanakorn Pongsuwan continua con un film ancora buio, brutale e sempre girato al ritmo dell’azione più pura, ma che contemporaneamente sa consegnare al suo pubblico una metafora della situazione politica del suo paese, la Thailandia.

La storia incomincia quando Tai, appena uscito di prigione, scopre che suo fratello Tan è in stato di coma dopo essere stato coinvolto – proprio per raccogliere i soldi che servivano per far scarcerare Tai – nel giro degli incontri clandestini di “fireball”, una variante molto, ma molto per davvero, violenta della pallacanestro. Alla ricerca della verità su suo fratello, Tai riesce ad entrare nell’ambiente del fireball facendosi passare per Tan e ad inserirsi in una delle squadre che partecipano al torneo che sta per incominciare. Di partita in partita, o meglio di scontro in scontro, Tan riuscirà a ricostruire le vicende e le persone che hanno ridotto in fin di vita il fratello, fino al momento in cui, raggiunta la finale, si troverà di fronte proprio Ton, colui che ha mandato in ospedale Tan.

Il fireball è uno sport che fonde la pallacanestro alle botte, nel quale a vincere è la squadra che segna per prima un canestro o che rimane con l’ultimo uomo ancora in piedi sul campo; e dal momento che ogni tipo di contatto sul terreno di gioco è consentito, spesso sono le botte e le arti marziali a decidere gli incontri più che l’abilità al tiro dei giocatori. Dietro tutto, una potente organizzazione di boss malavitosi che lucrano sulle scommesse collegate alle partite, decidendo tramite subdoli giochi di potere gli equilibri e anche i risultati delle sfide.

Non è un caso se il fireball mescola elementi occidentali (la pallacanestro, simbolo internazionale e americano) con quelli autoctoni (il muai thai), come non è un caso se le sue origini vanno indietro nel tempo di 35 anni, quando la Guerra del Vietnam vedeva in Thailandia una forte presenza di soldati statunitensi, alleati nel conflitto che andava comunque esaurendosi, e a Bangkok nasceva quella democrazia autoritaria che guida ancora oggi il paese, tra sovrani idoli e un esercito ingombrante; non è un caso, no, perché il fireball mostra tutti i connotati necessari a farne l’allegoria di una democrazia consegnata al popolo thailandese dall’alto e dall’esterno (le due menti del fireball, che compaiono insieme nel finale, sono un misterioso e potentissimo personaggio locale che controlla anche la malavita e un occidentale, un americano, e non stupirebbe affatto apprendere che i due abbiano alle spalle una gloriosa carriera militare, magari spalla a spalla ai tempi del Vietnam): un giocattolo con le sue regole stravolte e iniettato di violenza, nel quale si mettono sul tavolo i destini della gente che dovrebbe beneficiarne, finendo però per essere poco più che burattini nelle mani di manovratori nemmeno troppo occulti (i boss malavitosi che nel loro machiavellismo somigliano tanto a politici navigati). Così, a fare le spese di questa illusione di sportività che è il fireball sono sempre e solo i suo giocatori, il gradino più basso della gerarchia, il popolo, un popolo che viene ferito, mutilato, e a volte ucciso in un arena, che fa arricchire i pochi alle spese dei sogni di molti. Anche qui, non sembra affatto un caso se, quando i compagni di squadra di Tai si sfidano tra di loro per allenamento in modo più leale e corretto, a vincere tra di loro è quello che ci sa più fare con la palla in mano, quello che fa meno il gioco sporco; come a voler dire che nel fireball, in quello giusto, ad avere la meglio non è chi picchia più duro come nel fireball più brutale (come nel paragone: democrazia vera vs. democrazia fasulla).

La scheggia impazzita nel sistema incancrenito del fireball è nel film la voglia di vendicarsi di Tai, che diventa il motore del riscatto e porta alla battuta chiave del film, che recita appunto: “non pagheranno solo per quello che hanno fatto a mio fratello, ma per quello che hanno fatto a tutti noi”.

L’eroe di Fireball è allora un vero e proprio rivoluzionario, che tra sangue, morte e brutalità cieca, trova i suoi perché e decide da che parte stare, e che per starci da quella parte deve combattere.

Thanakorn Pongsuwan inquadra tutta la storia nel canovaccio di una pellicola d’azione durissima, ad alto ritmo e sporca di sudore, sangue e adrenalina, con una camera mobilissima e vicina allo svolgersi dell’azione, un montaggio veloce che confonde lo spettatore, che gli rende difficile riconoscere i componenti di una squadra da quelli di un’altra, perché quello che conta non è ciò che succede in campo, ma il contorno di corruzione e sfruttamento e le dolorose storie di chi al fireball finisce per soccombere. E così le coreografie che fondono arti marziali miste e da strada col muai thai portano avanti gli incontri-scontri fino al match di finale, che si svolge dove 35 anni prima tutto era cominciato (e si fa fatica a non pensare che oltre al fireball, nel 1973, a Bangkok qualcos’altro fosse cominciato*) dove la camera si allontana dai contendenti e riesce e riprenderne meglio le gesta dei giocatori, che da fantocci più o meno inconsapevoli del sistema diventano protagonisti del proprio destino.

Fireball, coi suoi chiaroscuri, la sua libertà narrativa e registica impressionante e la sua forza politica esplosiva, consapevoli o meno, è stato una delle vette assolute del Far East Film Festival numero11.

*il 14 ottobre 1973 è la data ufficiale del rovesciamento della giunta militare al potere sino allora in Thailandia, e la nascita di un sistema nominalmente più indipendente dall’influenza dell’esercito e dunque democratico, almeno di facciata.


 


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