Hanzo the Razor: Sword of Justice

Voto dell'autore: 3/5
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hanzo 1E’ uno strano personaggio Itami Hanzo, noto come Kamisori Hanzo, “Hanzo the Razor”. Samurai appartenente alle forze di polizia di epoca Edo, pecora nera nel suo ambiente, attacca apertamente la corruzione interna al suo gruppo salvo poi possedere un codice d’onore del tutto personale, tendente al giungere ai più onorevoli scopi passando attraverso i più immorali metodi. Amatore superdotato e instancabile è maestro nell’estorcere confessioni a malviventi di sesso femminile, tramite estenuanti rapporti sessuali (con tanto di “soggettiva” del membro virile), salvo quando si rilassa in sauna, percuotendo a colpi di mazza il proprio pene per poi abbandonarsi a pratiche sessuali nei confronti di ceste ripiene di riso. Altra pratica inedita è quella di flagellarsi e torturarsi per raggiungere quello stato di quiete inconscia che solo i criminali torturati estenuantemente possono percepire. Abile nella lotta e nell’utilizzo di ogni arma, salva dal linciaggio piccoli criminali per renderli suoi schiavi fedeli. Il mondo scorre alle spalle di Hanzo e come una roulette, lo blocca in una zona geografica ben definita che di lì a poco diventerà teatro della successiva storia, al ritmo di una seducente e irresistibile colonna sonora funky di Kunihiko Murai. Il film non è sofisticato e preciso come un Red Peony Gambler, nè possiede il respiro epico dei chanbara di Kurosawa o Gosha, il sangue scorre a fiumi come in Lady Snowblood e le follie sessuali sono simili a quelle di un film come Kung Fu Cock Fighter. Il punto di interesse maggiore del film sono i suoi estremi, fisici e sessuali, pura exploitation; Hanzo the Razor, infatti, rappresenta una deriva del genere chanbara, esplosa in un ben determinato periodo storico, film ideale per cogliere le sfumature periferiche di un genere.

Due o tre vicende si susseguono; quella principale è rappresentata dalla caccia ad un pericoloso evaso, mentre una microstoria finale aiuta a definire meglio il carattere del personaggio protagonista. Hanzo salva una ragazza che sta per commettere un patricidio; il gesto della giovane è disperato, suo padre è malato terminale e sta soffrendo, invocando lui stesso la morte. Uccidendolo la ragazza verrebbe però condannata. Hanzo compie il suo dovere e impedisce alla ragazza di compiere l’omicidio, salvo poi impiccare l’anziano, mettendo in scena un falso suicidio.

E’ tutto qui il codice morale di Hanzo ed è tutta in lui la potenza del film, ciò che lo differenzia da tanti altri chanbara spesso troppo uguali. Come diceva Kazuo Koike, l’autore del manga da cui il film è tratto “se si crea un personaggio forte e interessante, la storia che lo vedrà protagonista sarà un successo”. E’ così è. Non fosse per Hanzo il film sarebbe un prodotto di scarto di semplice e pura exploitation visto che non eccelle di certo per grossi meriti artistici e registici. Come appena suggerito il film è tratto da un manga di Kazuo Koike (già autore di Lone Wolf & Cub), pubblicato nel 1970 su Young Comic e disegnato da Takeshi Kanda. La sceneggiatura è stata scritta dallo stesso autore del fumetto (e per questo si presenta in forma disarticolata di storie e blocchi successivi) e interpretata da un grande attore del cinema giapponese, quel Shintaro Katsu, protagonista dei 26 lungometraggi della serie di Zatoichi. Il regista, Kenji Misumi invece ha diretto la serie di Lone Wolf & Cub e alcuni Zatoichi. La trilogia di Hanzo the Razor, prodotta dall’indipendente Katsu Production e distribuita dalla major Toho non fu un successo al pari di Lone Wolf & Cub o Zatoichi ma diede origine a due sequel, mentre il fumetto ebbe esiti ben più fortunati.

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