Idol is Dead

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Idol is DeadPunk is dead diceva la voce unanime che si sollevò dal Regno Unito una volta chiuso quel primo sanguinoso ciclo di rivoluzione culturale. Rivoluzione, che prima di essere culturale, fu per di più popolare. Nel senso più fugace, più volubile della parola. D’altra parte il punk, al principio, che ne voglia lo spirito più adolescenziale, quello di prima scoperta degli accoliti del genere, non fu altro che moda, disegnata da Vivienne Westwood, e più alla larga progetto, architettato da Malcolm McLaren. Questo almeno in prima battuta, almeno in quell’Inghilterra, poco prima del sangue di cui si diceva, versato tra gli altri da Nancy Spungen e Sid Vicious. Dopo quegli avvenimenti il punk sarebbe mutato. Dopo sarebbe divenuto qualcosa sfuggito ai primi fautori, qualcosa che ancora oggi vive, risorto dalle sue stesse ceneri, nello spirito più che nella primigenia esteriorità.

Idol is Dead con tutta la sua spavalderia prova a tracciare un solco netto e similare. Il paragone è improponibile. Certo. Le Idol hanno storia quarantennale; scendono e salgono di popolarità. Nello show business giapponese, a seconda dello spirito dei tempi, cambiano e si adattano freneticamente come fossero un qualsiasi prodotto industriale studiato in fase di marketing. Eppure il management dietro le Brand-new Idol Society, BiS per farla più breve, ha intuito certe affinità. Se quell’esteriorità la si tritura con spirito iconoclasta, se si apre quella ferita, quella vulnerabilità adolescenziale della società giapponese, ben incarnata da queste ragazzine in cerca di fama, allora la si può ben invocare la morte della relativa subcultura.

Nel 2010 la band si forma con quattro elementi, tra cui la leader Pour Lui e Hirano Nozomi sopravvissute indomitamente a tutti i cambi di lineup fino alla fine, e si esibisce nel primo concerto. Come tante formazioni indipendenti di idol la cronologia è frenetica, fatta di singoli digitali e un album tirato fuori in fretta e furia in cui finiranno alcuni dei loro pezzi forti come My Ixxx. E similarmente ad altri gruppi più o meno amatoriali di ragazze, questo fruttò loro il contratto col colosso Avex per il futuro secondo disco. Al solito è difficile capire quanto ci sia delle singole personalità delle ragazze nel gruppo. La storia del genere insegna che nonostante la grossa sovraesposizione di dettagli personali e della propria intimità per queste giovani intrattenitrici, pronte a rivelare di tutto al proprio pubblico per ingraziarsene il favore oltre che per stabilire un rapporto che cerchi di mutuare in tutti i modi l’affetto familiare seppur con la dovuta distanza, la gran parte di ciò risulta spesso una fabbricazione, un prodotto puramente artificiale orchestrato ad arte dalle agenzie (jimusho).

In ogni caso le BiS, seppur palesemente ispirate dalla nuova ondata di idol che scimmiottano il metallo pesante, di cui l’esempio più celebre sono tuttora le precocissime Babymetal con il loro repertorio di canzoni su argomenti giovanili quali il bullismo, viaggiavano comunque su coordinate più estreme. Anche testi e tematiche nel loro caso si fanno più estremi e adulti andando spesso ad esplorare quelle zone d’ombra in cui le idol delle precedenti generazioni avevano talvolta indugiato. Idol is Dead, film prodotto per essere allegato a una delle tre edizioni del loro primo disco su major, prova con tanta ironia a raccontare la fantasiosa origine del gruppo. Pour Lui (Rui) lavora assieme alla sua collega come hostess in un club dove tra un cliente bavoso e l’altro finiscono spesso le serate in stato di semiubriachezza. Una notte, sulla via del ritorno a casa, incrociano tre teppiste, col grande progetto di diventare idol nel cassetto, che accidentalmente uccidono. Con l’aiuto dell’amica hikikomori Non-chan, interpretata dall’altra BiS Nozomi Hirano, riescono a sostituirsi alle defunte. Sullo sfondo intanto si muove un folle scienziato che riuscirà a riportare in vita una delle aspiranti idol morte, la più cattiva, che tornerà per vendicarsi dotata di un look con più di qualche debito verso Tetsuo, il capolavoro di Tsukamoto Shinya, proprio mentre le BiS si stanno esibendo su uno stage mortale che garantirà in caso di successo l’imperitura fama o in caso contrario l’oblio più totale. Nell’ora scarsa di questo piccolo prodotto parzialmente indipendente, verificatosi anche grazie al supporto di entità esterne al mondo del cinema, ma sempre più intraprendenti, come King Records o Spotted, c’è anche tempo di scherzare con il morboso rapporto dei fan con le loro beniamine, in quella che è una piccola gemma di ipertestualità, costruito su un mucchio di autoreferenzialità che non poteva che essere sviluppato da altri se non i diretti attori di questa realtà.

Dopo Idol is Dead le BiS sarebbero durate lo spazio di un altro clamoroso disco (Who Killed Idol?), una collaborazione con le leggende del noise nipponico Hijokaidan, un secondo film (Non-chan’s Revenge) e tanti altri fragorosi concerti. Oggi si sono dissolte in più progetti paralleli (Lui Frontic, Billie Idle, Pla2Me poi diventate PoP), progetti solisti (Tentenko e Yufu Terashima) e sono state succedute dalle quasi omonime BiSh (Brand-new Idol Shit) ovvero un gruppo similare amministrato dallo stesso management. Forse il gioco sta mostrando un po’ la corda, ma certo queste ragazze si lasciano dietro un valido testamento che ha stabilito una precisa iconografia tramite canzoni, mise eccessive, videoclip estremi, servizi fotografici pruriginosi e questi due sorprendenti film allegati ali loro dischi. Decisamente impossibile lamentarsi di tutta questa grazia.

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