Loved Gun

Voto dell'autore: 4/5
Voto degli utenti InguardabileSufficienteConsigliatoOttimoImperdibile [4,50/5: 2 voti]

La macchina da presa inquadra l’asfalto di un lunghissimo rettilineo, ci scivola sopra lenta, fino al bordo oltre il quale vediamo il mare. Poi torna indietro e arriva dalla parte opposta dove c’è una collinetta verde. Poi riparte verso la direzione precedente ma salendo con una gru. Fa per tornare ancora indietro quando entra in campo a tutta velocità un furgoncino bianco che si schianta all’orizzonte contro un distributore di bibite posto sul bordo strada. Dal furgone scende un uomo ferito. Così viene presentato il protagonista o almeno uno dei tanti. La macchina da presa sale verso il cielo dove è “stampato” il titolo del film, Loved Gun. Altro titolo di quel nuovo filone postmoderno di noir sofisticati nipponici (tipo Pornostar), tecnicamente sullo stile dei nuovi prodotti surreali alla Survive Style 5+, spesso più vicini all’estetica pulp inglese di quanto sembri. Evidentemente figli di Kitano e della sua incomunicabilità morale e stilistica certo, ma anche della lezione lisergica e sperimentale dei film di Seijun Suzuki con cui il regista ha già collaborato in passato. Ma non solo. Watanabe Kensaku bara continuamente sfidando la prevedibilità percettiva della posizione spaziale dei personaggi come facevano continuamente quei geniacci furiosi della new wave hongkonghese della fine degli anni ‘70/ inizio anni ’80. Utilizza in modo costruttivo e al meglio il macro e le micro camere come ha fatto magistralmente il nostro Soavi. Detta così sembra di trovarsi davanti a nulla di nuovo ma è la somma delle parti e la loro giustapposizione a presentare un’ottimo film che più di una volta sfiora le vette del sublime. Logicamente è un oggetto freddo e asettico, in cui nessuno è “buono” e ognuno possiede un crogiolo del male dentro di sé secondo le rigide leggi di una morale comune. Non ci sono abbandoni morali se non nel finale e la recitazione è sempre sotto le righe, una sorta di bondage espressivo e recitativo.
Un killer vomita pallottole e in possesso di “Akira”, nome proprio di una pistola Magnum rossa, corre contro il tempo come il coniglio di Alice nel Paese delle Meraviglie per compiere una fantomatica missione. Ha ucciso un boss che ha a sua volta ucciso sua madre ed è inseguito per essere giustiziato da suo zio (alcolizzato e malato, assistito da un cadetto yakuza goffo) che lo ha allevato dopo avergli ucciso il padre.
Il killer ha come abitudine di parlare con una grossa tartaruga, incontra una ragazza con problemi a carico e la aiuta a liberarsi da un aggressore feticista delle dita (di mani e piedi) e dai molti problemi che la affliggono. I proiettili assumono il colore dell’animo di chi li spara e le persone sognano di reincarnarsi in qualcosa di meglio dopo essere stati uccisi dalle persone che si amano o si odiano. E la “tomba dell’onore” una volta tanto viene tenuta in ordine dalle nuove leve (com)mosse dal valore degli anziani.
A saltare subito agli occhi e alle orecchie sono due elementi:
-La partitura audio; non solo le splendide musiche ma tutto l’audio (o la sua assenza) sono una volta tanto giostrati in modalità capace e creativa con ottimi risultati.
-La regia, in stato di grazia, che alterna lunghi piani sequenza a costruzioni narrative geniali e continuamente sorprendenti. Nessun furore compositivo, ma una continua eleganza e pulizia formale, solo raramente supportata dalla presenza di discreti tocchi digitali.
Ottimo cinema dal Giappone assolutamente da osservare con cura.

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