Moebius

Voto dell'autore: 4/5
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Trovare un nuovo film di Kim Ki-duk al Festival del Cinema di Venezia ad appena un anno dal Leone d’Oro di Pieta è una sorpresa. Scorgerne i temi trattati che rimandano, in quanto a spigolosità, al film precedente e ai fasti del passato può ragionevolmente fare ipotizzare la via della maniera. D’altronde che fare dopo il periodo d’oro e la période vache, dopo la caduta e la resurrezione? Continuare ad ammiccare ad un pubblico (seppur di nicchia) di un tempo che ha fatto la forza del maestro, buttarsi nel cinema contemplativo più da masse del dittico (Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e Ancora Primavera e Ferro 3 – La Casa Vuota), proseguire nei film del fallimento (L’ArcoTime, Soffio, Dream)? La soluzione può essere ne La Samaritana, film durissimo vecchio stile, che appariva improvviso nel bel mezzo del periodo più rarefatto del cinema del regista. Quindi bissare su certi temi non sembra un peccato così autocompiaciuto. Anche il titolo di una sola parola resta coerente nella sua filmografia (come 11 titoli su 19). E la maniera viene spazzata via quando troviamo invece un Kim Ki-duk che seppur autocitazionista e autoreferenziale scopre un nuovo sé stesso e ci offre un altro titolo innovativo all’interno del proprio corpus filmico; stavolta si spinge in una sponda più grottesca, in cui un’ironia beffarda affiora. Certo, non il riso ma quell’inedito sorriso piegato e a denti stretti che basta a offrire una nuova visione e poetica proprio come ha fatto in tempi recenti Tsukamoto nel suo Kotoko. Tolte quindi le ipotetiche accuse di manierismo si erge un altro interrogativo. Verrebbe quasi da scostare con forza le solite idee di dipendenza dalla figura di Edipo in particolare e dalla cultura classica europea in generale, ma il tutto è così palese e insistito che bisognerebbe forzatamente osservare trasversalmente il film con un’analisi che su quei temi poggi. D’altronde Pieta era di nuovo un retaggio di visioni e temi dell’occidente che il regista ha ormai dimostrato di conoscere (non fosse altro per un posterino del quadro La Ragazza con l’Orecchino di Perla di Jan Vermeer che sputa da un cassetto in questo film).
Breve durata e nessun dialogo, quindi, per un film in cui gli ottimi attori si affrontano e vengono sezionati da primi piani impietosi, con occhi sbarrati e volti paralizzati come dalla sindrome di Moebius in una struttura circolare e sinuosa come il nastro di Moebius.

Un marito tradisce la moglie. Quest’ultima per rappresaglia tenta di evirarlo ma l’atto fallisce. Così la donna taglierà via il pene del figlio fuggendo poi con l’organo come una novella Abe Sada. I sensi di colpa del padre fanno si che questo cerchi metodi alternativi di piacere per il figlio che “ovviamente” passano attraverso la pratica del dolore autoinferto nell’attesa che la scienza possa operare finalmente un trapianto di organi genitali. Quando il momento arriva, il padre offre volentieri sé stesso per riportare suo figlio alla normalità. Ma il ritorno della moglie/madre mostrerà inaspettati effetti collaterali dell’operazione.

Un ottimo nuovo lavoro del regista che offre un film visivamente meno cupo e “fotografato” (anche rispetto al precedente Pieta), più freddo e slavato e in cui si ricongiunge con il suo attore fedele Jo Jae-hyeon con cui aveva già lavorato in Crocodile (1996), Wild Animals (1997), The Isle (2000), Address Unknown (2001) e Bad Guy (2002).

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