Original Sin

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Original Sin

Un aneddoto sulla lingua Giapponese, probabilmente artefatto, racconta che il grande letterato Soseki Natsume, durante le sue lezioni da professore di Inglese, chiese ai suoi studenti di tradurre nella loro lingua una semplice frase come «I love you». Dopo l’infruttuoso tentativo di renderla letteralmente, la risposta ai legittimi dubbi degli studenti da parte del maestro fu che per tradurre quella banalità tutta occidentale bisognasse dire qualcosa del tipo «tsuki ga tottemo aoi naa» (月がとっても青いなあ) ovvero «stanotte la luna è così blu». La curiosa perifrasi, che varia a seconda della versione della storiella, serve fondamentalmente a spiegare come non si possa ridurre a semplici parole quel sentimento e al contempo a dar coscienza della perdita di informazioni durante le traduzioni. Effettivamente in epoca Meiji (1868-1912) sentire qualcuno esprimere l’affetto così apertamente era cosa abbastanza sconveniente per la società giapponese. A dirla tutta lo è ancora adesso che esiste un kanji per l’amore (愛), ma difficilmente si sentirà qualcuno dire apertamente «Aishiteru» (愛してる) al di fuori di film e drama particolarmente melodrammatici. D’altra parte tale kanji sembra talmente complicato da scrivere agli occhi di noi occidentali, che ci lascia immaginare un rapporto problematico dell’intera cultura nipponica con gli affetti. Una storia simile e complementare dice di un altro scrittore dell’epoca Meiji come Futabatei Shimei che dovette avere serie difficoltà nel tradurre in Asia di Turgenev quel passaggio, quel «ti amo» in Russo che la protagonista proferisce ad un certo punto. Futabatei usò un’altra strana perifrasi, anch’essa entrata nella curiosa storia di una locuzione talmente banale da esser difficile da esprimere. Non coinvolge la luna come Soseki, ma piuttosto usa il carattere shi (死) che altro non vuol dire che «morte». Decisamente impossibile tradurre alla lettera tale espressione, perché troppo dipendente dal contesto in cui viene usata. Pressapoco Shinde Mo Ii (死んでもいい), che è anche il titolo originale di questa pellicola di Ishii, vuol dire qualcosa di vagamente simile ad «anche morire potrebbe andar bene» e implica la sottesa inevitabilità, la spinta ad annullarsi che una intensa relazione amorosa come quella del film nasconde al suo interno, evocando al riguardo la morte stessa.

Guardando invece il titolo anglofono Original Sin si potrebbe pensare che voglia più immediatamente far riferimento a quella connotazione favolistica e al tempo stesso ontologicamente moralistica del nostro peccato originale. Fu proprio Eva, la prima donna, a convincere Adamo a rivoltarsi contro le regole di Dio e a cogliere il frutto proibito. Nella stessa misura è Tsuchiya Nami a indurre più o meno volontariamente Hirano a far di tutto per sottrarla al marito. Questo però non è certo l’unico peccato secondo la nostra accezione che rende fatalmente fragili i due protagonisti. Oltre alla scontata lussuria che è l’humus della cinematografia del regista Ishii Takashi, c’è l’accidia sottintesa all’intera vicenda. La noia esistenziale, nella sua declinazione estrema del cupio dissolvi, è già parte integrante di quel titolo originale e decisamente più rispondente al dissidio interno dei protagonisti. Piano li fa scivolare lungo la pendenza di una spirale discendente dove ad aspettarli c’è il delitto del consorte, che permetterebbe loro di vivere soli e fuori della clandestinità.

A parte questo bisognerebbe però reperire la novella di Bo Nishimura che ispira il film per poter capire quanto Ishii sia stato fedele al soggetto originario col suo adattamento. La questione non è banale perché il film presenta più di un punto di contatto con Il Postino Suona Sempre Due Volte. Il celebre film americano, già remake di un film noir del ’46 e interpretato da Jack Nicholson e Jessica Lange, non poteva certo essere un oggetto sconosciuto per il noto cinefilo Ishii Takashi. Ad onor del vero il film giapponese sviluppa durante le sue quasi due ore di durata, solo la prima metà delle vicende narrate nella pellicola di Bob Rafelson, quella che porta all’omicidio dell’uomo di troppo, mentre ignora bellamente l’ora abbondante dedicata al processo e alla vita della coppia dopo l’assoluzione. Per questo l’impressione è che il regista abbia scherzato affettuosamente con il film di Rafelson innestando giusto alcuni dei suoi elementi sulla storia di Nishimura che partiva da una similare premessa.

Hirano è un giovane viaggiatore che al pari del personaggio di Nicholson viene preso sotto l’ala protettiva dal suo nuovo datore di lavoro. A spingerlo nella sua agenzia immobiliare e a trattenerlo è l’attrazione per la moglie di costui, che nell’omologo giapponese ha il volto di Ohtake Shinobu. Non si tratta di una bellezza stordente come Jessica Lange, ma indubbiamente la pluripremiata attrice è notevole nell’interpretare una donna poco più matura dell’americana e in fuga dalla propria insoddisfazione. I prestiti evidenti dalla pellicola americana sono diversi. A cominciare dai baffi sfoggiati dal padrone di casa, fino alle ubriacature in compagnia dell’impiegato. L’assalto nei confronti della Ohtake non ricorda quello alla Lange che è ben più lasciva e cede a Nicholson, ma certamente l’agguato sotto la doccia e la gestione stessa della scena in cui Hirano deve dare delle botte a Nami per simulare l’incidente sono accostabili. Indipendentemente da queste minuzie il film fu giustamente premiato da critica e pubblico visto le copiose iniezioni di autorialità del regista in questo anomalo episodio della carriera. Per nulla navigato all’epoca, visto che aveva alle spalle la sola regia di Angel Guts: Red Vertigo e dello straight-to-video Gekka no Ran, Ishii decide di girare per la prima volta un soggetto non suo. Forse non è un caso che nella vicenda si affacci Tsuchiya Nami, ma non la classica controparte maschile Muraki Tetsuro che l’accompagna nella quasi totalità delle sue sceneggiature e regie. Hirano vagamente assomiglia al Muraki caratterizzato da tutte quelle pellicole. Se ne discosta in quanto malvivente capace di stuprare, sedurre e assassinare, mentre vi si avvicina per la totale devozione a Nami. In questo caso la donna non lo confonde e getta nella disperazione, piuttosto aumenta la sua determinazione. Questi ruoli fondamentalmente sono ribaltati rispetto all’omologo americano e i personaggi sono talmente distanti da far comprendere l’abissale distanza tra le due culture.

Rimane questo film un unicum nella carriera del regista che dimostra per una volta di poter fare a meno dell’estrema violenza. Suggestiva la scena in cui i due si ritrovano, si confessano e si raccontano col sole, che frontale alla macchina irrompe nella lente generando flares, mentre la sequenza evolve in uno dei caratteristici piani sequenza del regista. Sole che serve al solito a far da contrasto alla pioggia incessante dei suoi film. Chi conosce il suo cinema sa quanto gli agenti atmosferici siano parte integrante dello svolgimento della scena nella narrazione e non servano solo per aggiustarne l’atmosfera, ma piuttosto si rivelano funzionali al dialogo con lo spettatore. Basti al proposito la superba gestione delle inquadrature per la presentazione del titolo: dettagli e rallenti dopo lo scontro fortuito nella stazione tra i due sconosciuti viaggiatori, ma futuri amanti. Piove a dirotto, si guardano, un ombrello rosso a dividerli mentre Nami corre via sotto la pioggia. In un mondo migliore certe inquadrature sarebbero esposte in una galleria.

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