Sword Master

Voto dell'autore: 4/5
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E’ complesso intuire cosa Tsui Hark volesse fare con questo suo nuovo Sword Master. Sicuro è che il film si palesi come un vistoso progetto partorito dalla mano e dal cervello proprio di Tsui e che quindi lui sia intervenuto ben oltre la semplice sceneggiatura e produzione, come da credits. Certo, ogni sua produzione si è il più delle volte rivelata un oggetto in cui l’interventismo furioso ha preso il sopravvento sul lavoro dei vari registi (alcuni intervistati ci rivelano come Tsui imponesse le proprie idee anche in film in cui partecipava solo come attore).

Ma almeno a livello di regia certi slanci, visioni, temi e invenzioni non fanno assolutamente parte della poetica di Derek Yee né ha eguali all’interno della sua filmografia da regista. Discorso inverso se si va a guardare invece quella da attore, visto che recitava già come protagonista proprio in Death Duel (1977) di Chor Yuen ovvero il film di cui questo Sword Master è remake diretto e dichiarato, nonostante il primo film sia tratto comunque da un romanzo di Gu Long.

Tsui doveva avere comunque le idee ben chiare visto che già nel primo teaser-poster interamente disegnato, diffuso diversi anni prima dell’uscita del film, si rivelava l’impronta visiva assolutamente personale e riconoscibile che avrebbe dato allo stesso. Sembra quasi il classico film tester di Tsui, un po’ come Hong Kong Colpo su Colpo fu le prove generali per sperimentare alla buona tutte le invenzioni che avrebbe poi sfruttato e ottimizzato su Time & Tide. Un film di Tsui Hark in libera uscita, quindi, probabilmente meno rigoroso e personale ma che a fronte di tanto delirio e leggerezza riesce ad offrire un numero spropositato di sequenze straordinarie.

Il limite maggiore, che è anche quello di molti dei suoi ultimi film, è la sovrabbondanza di effetti digitali dati in pasto al grande spettacolo del 3D in sala. Anche se forse la debolezza più oggettiva è proprio nella sceneggiatura inutilmente confusa a fronte di quella del film originale che era cristallina, lineare e sempre comprensibile. Ma è anche vero che con l’aiuto di due coreografi decisamente collaudati (Dion Lam di The East Is Red e Yuen Bun di The Blade, tra gli altri titoli), riesce a restituire un film la cui strategia propositiva sembra quella di prendere il wuxiapian nudo e crudo degli anni ’90 di Hong Kong e riproporlo senza compromessi all’interno del nuovo grande cinema cinese mandarino. E il fatto è che strutturalmente sembra proprio di assistere a un wuxia di Ching Siu-tung, quasi un nuovo capitolo della saga di Swordsman. Infatti senza soluzione di continuità vengono avvicendati dramma, melodramma, duelli di incredibile resa, grandi operazioni di finezza, commedia e sequenze estremamente violente. Se all’epoca eravamo abituati a tale commistione di generi, ritrovarli oggi all’interno di un cinema patinato come quello cinese ad alto budget lascia un po’ allibiti e impreparati; e deve aver lasciato allibito anche il pubblico locale che ha decretato per il film un medio flop (ha incassato meno di 14 milioni di euro posizionandosi all’ottantasettesimo posto negli incassi dell’anno in Cina).
In realtà l’operazione è ben più complessa e forse colta per un pubblico di massa o poco attento. L’atteggiamento di Tsui nel trattare la materia ha un parallelismo diretto con quello di The Taking of Tiger Mountain. Se lì girava un film moderno utilizzando una antitetica iconografia anacronistica da opera cinese, in questo caso l’operazione è ancora più ardita. Viene preso un film degli anni ’70 degli Shaw Brothers, filtrato attraverso le rivoluzioni stilistiche degli anni ’80 e ’90 ma riprodotto visivamente dalle tecnologie del secondo decennio del nuovo millennio.
Il film gode di una partitura visiva incredibilmente riuscita, abbastanza demolita dal più della critica. Mentre il più delle volte sembra di trovarsi in una sorta di ideale via di mezzo tra un set in studio della Shaw Brothers e una pittura classica cinese.
D’altronde l’impianto scenografico del capostipite era già così, come in media quello dei vari film della Shaw Brothers del periodo, titoli girati in studio con una costruzione artificiosa e “mentale” degli ambienti e delle luci sempre creative nell’illuminazione, tra alberi multicolor e tramonti saturi in controluce. Tsui sembra voler adottare questo approccio e senso del visivo 40 anni dopo, palesando l’artificiosità e finzione del tutto proprio come il trucco estetico da opera dei personaggi di The Taking of the Tiger Mountain.

Con questo remake si parte da lì e del decennio successivo non si prende solo il metodo creativo di messa in scena ma una rappresentanza anche di quel furore fotografico che raggiunse uno dei climax nella follia cromatica del Green Snake proprio di Tsui Hark. Anche qui vengono utilizzati un numero totalmente inedito di filtri cromatici, non più ottici come in passato ma digitali. E il tutto infine viene fasciato dalla perfezione realizzativa della color correction digitale del 2016. Visivamente infatti il film è straordinario anche se la preminenza di sequenze girate su blue screen che dona al film una sorta di patina abbastanza artificiosa sospendendolo in un limbo visivo etereo e sognante (unito alla sovraesposizione atta a valorizzare il 3D) può lasciare spaesato un pubblico poco preparato.

È anche vero che si è stranamente voluta la costruzione di un universo di location prettamente cinesi e perfettamente riconoscibili ma rendendo la loro visione totalmente ideale, piena di nebbia messa al punto giusto, di montagne, templi, fiori ed alberi, colori pastello, come fossero dei quadri animati, come se tutti gli elementi fossero dipinti sulla stessa “pellicola”. Sembra che Tsui non si accontenti più di raccontare la realtà, potendo -come molti colleghi magistralmente fanno- usufruire di impressionanti location naturali. Tsui tenta di restituirne una visione idealizzata, trasfigurata, poetica in cui lui possa avere il dominio e il comando di ogni singolo elemento, essere vivente, intervento meteorologico, proprio come nel cinema d’animazione che in passato aveva adottato proprio perché il cinema “live” non era ancora giunto ad un livello di controllo totale di ogni singolo elemento e movimento di macchina. Forse che ora lo sia diventato? Che la ricerca del regista si stia avvicinando al punto da lui auspicato decenni fa, momento in cui sarà possibile “dipingere” interamente il film e le sue dinamiche interne ma con l’utilizzo comunque predominante di elementi reali?

A motivare le nostre teorie sull’intervento macroscopico della mano del regista Tsui Hark nel film è il continuo palesarsi di suoi temi, visioni ed estetiche e anche qualche sequenza sia visiva che stilistica “proveniente” da film precedenti.
Il character design dei personaggi, i costumi, il florilegio di armi pittoresche, l’anti-classicità dei duelli, i gesti, i fondali, tutto sembra provenire dalla mano autoriale del regista di Seven Swords e si inserisce stilisticamente alla perfezione tra Detective Dee e Flying Swords of Dragon Gate essendone però una versione visivamente estremizzata.
Se la storia ripercorre mediamente l’originale, questo remake tende ad esasperare i costumi dei vari guerrieri, le loro armi e poteri e si evidenzia un lavoro particolarmente vistoso e creativo nel riformulare il personaggio dello spadaccino Yen (allora interpretato da Ling Yun, oggi da Peter Ho Yun-Tung), qui tatuato, alcolizzato, crepuscolare, più presente e sfaccettato nella vistosa volontà di costruire un nuovo personaggio iconico all’interno di una carriera cinematografica. Anche lui sembra uscire dal gruppo di combattenti di Vento di Fuoco del film Seven Swords.
Si tratta quindi di una sorta di divertissement di Tsui che nonostante tutto, da film medio qual è, riesce comunque a restituire dei colpi di classe estremamente preziosi e delle sequenze visivamente gratificanti. Un piccolo film in cui comunque traspare la mano magistrale del Maestro e che a confronto di tanti blockbuster contemporanei cinesi iper effettati riesce ad emergere in maniera totalmente macroscopica e autoriale.

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