The Millennial Rapture

Voto dell'autore: 2/5
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The Millenial Rapture di Wakamatsu KojiThe Millennial Rapture è il terzo film nel giro di un anno per il veterano Wakamatsu ed è stato presentato nella sezione Orizzonti della 69esima Mostra del Cinema di Venezia. L’attesa spasmodica che si è avvertita in coda al Lido purtroppo viene delusa al termine della proiezione. Le due ore di The Millennial Rapture risultano pesanti come un macigno per la resistenza dello spettatore medio. Il ritmo della narrazazione è pericolosamente calmo. La storia della maledizione che condanna la famiglia Nakamoto procede a passi cadenzati, senza colpi di scena. La scansione degli eventi è pacifica, quasi meccanica. L’azione misurata e praticamente priva di eccessi non stupisce, così come le contenute scene di sesso. L’accompagnamento musicale è di una monotonia soporifera. I dialoghi rasentano la banalità più disarmante. Insomma, che succede? Non si voleva la furia del Wakamatsu che fu, ma si sente distintamente che qualcosa non va in The Millennial Rapture. Ciò che colpisce maggiormente è l’innegabile bellezza paesaggistica. Le montagne e lo specchio d’acqua dove si adagiano il vicolo e tutto il villaggio tolgono il respiro. La nebbia che avvolge le pareti rocciose aggiunge il tocco mistico necessario a rendere ancora più misteriosa la maledizione dei Nakamoto. La fotografia si può tranquillamente dire esente da critiche. Più volte la macchina da presa si sofferma su alberi, nuvole, sfondi naturali che effettivamente non hanno bisogno di altro commento da parte della regia per fare il loro lavoro. Qualcosa di simile a quanto già fatto da Wakamatsu in Cycle Chronicles. Nel film si sente la forte mancanza di attori incisivi e personaggi memorabili. Spicca giusto Terajima Shinobu, ma perché circondata da una media facilmente superabile. Le parti maschili, sia che vestano i panni dei dandy donnaioli che di quelle da truffatori da strapazzo o quelli degli operai mostrano una staticità fastidiosamente innocua. Tutto scivola addosso allo spettatore, con immagini rigide che non riescono a comunicare il contenuto. Anche quando scorre sangue, anche laddove il sesso è protagonista. Sesso che, anche solo nelle chiacchiere, è onnipresente. Lo desiderano i personaggi, lo vogliono fino a infischiarsene di differenze di età, limiti di rapporti interpersonali, tradimenti, finanche decenza. Ma è solo teoria, di pratica ce n’è ben poca. Se Wakamatsu cercava un effetto contenuto, si può ben dire che l’ha trovato. Ma quanto può funzionare questo fuori campo delicato, questo trattenersi in una messa in scena che in diversi momenti abbisogna disperatamente di una scossa? Poteva funzionare a fronte di un ritmo più sostenuto nel resto delle scene, ma così risulta essere poco meno di un ostacolo. La stessa maledizione dei Nakamoto, così fondamentale, non è mai approfondita. Si sa che c’è, si sa che arriverà perché i flashback anticipano tutto, ma non ci vengono dati altri dettagli per farci interessare alla sua natura. Rimane sfocata quando invece poteva essere l’elemento più interessante del film. Perché concentrarsi sull’animazione della foto in bianco e nero di un defunto invece di andare più a fondo nel mistero? Domande che rimangono irrisolte.
The Millennial Rapture non riesce a restituire il romanzo da cui è tratto, o quantomeno a rendergli giustizia. Nel lavoro di Wakamatsu si nota uno sforzo di trasporre le parole di Nakagami Kenji che va a vuoto. Non dubitiamo dell’ispirazione che il cineasta giapponese possa aver trovato fra le pagine di Sennen no yuraku. Qualcosa però gli deve essere sfuggito di mano, altrimenti non ci si riesce a spiegare un passo falso così vistoso per un regista che ha sempre saputo trovare un modo unico per dialogare con il suo pubblico.

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