Higuchi Shinji


Regista

E' il regista del colossal L'Attacco dei Giganti. Ma è anche un veterano degli effetti speciali del cinema e dell’animazione giapponese, con al suo attivo ben due partecipazioni al festival udinese Far East Film Festival con Lorelei: the Witch of the Pacific Ocean e Sinking of Japan. Ci ha parlato del suo passato, della sua esperienza di curatore di serie animate di fantascienza (anche Evangelion) e dell’occasione che lo ha portato all’esposizione delle creazioni della fantascienza giapponese del passato e del suo corto Giant God Warrior Appears in Tokyo (tit. orig. Kyoshinhei tokyo ni arawaru) presentato al Museo dello Studio Ghibli dove la creatura del filone kaiju creata da Miyazaki Hayao si anima mettendo la metropoli nipponica a ferro e fuoco.

Asian Feast: Ci potrebbe raccontare com’è nata l’idea di realizzare la mostra di tokusatsu nel 2012 durante la quale è stato anche proiettato il corto Giant God Warrior appears in Tokyo?

Higuchi Shinji: In Giappone nel dopoguerra sono state realizzate molte serie televisive. In generale si girava usando manufatti diversi da quelli già usati di volta in volta. Naturalmente poi la computer-graphic ha soppiantato i manufatti artigianali, che sono rimasti inutilizzati. Anche se si sprecava denaro, si è cominciato a eliminarli. Era uno spreco, nella nostra cultura non bisogna gettare via niente. Il governo giapponese ha cominciato ad interessarsene, ma non li ha voluti tenere, perché non avevano un valore culturale. Così ci siamo arrabbiati e abbiamo consultato lo Studio Ghibli per vedere se non fosse possibile farne una mostra al loro Museo. Inizialmente Suzuki Toshio e Anno Hideaki, i responsabili, ci hanno risposto che sarebbe stato difficile. Però in estate ogni anno si tiene una mostra di personaggi d’animazione dello Studio Ghibli, come Arietty e altri, al Museo di Arte Moderna di Tokyo, e ci è venuta l’idea che due anni dopo, si sarebbe potuta realizzare un’esposizione al Museo dello Studio Ghibli.

AF: Il mercato dei tokusatsu e le serie sono in continua espansione, si moltiplicano i film e i rifacimenti di Ultraman, Kamen Rider e dei Super Sentai. Secondo lei quale sarà il futuro per le serie tokusatsu? C’è la possibilità che si diffondano a livello mondiale?

HS: I giocattoli ultimamente vendono sempre meno e i giocattoli esistono per vendere i personaggi. Dato che i giocattoli hanno man mano smesso di vendere, sarà difficile anche con le serie, il mercato si è molto ridotto.

AF: Parliamo adesso del Gamera di Kaneko Shusuke, di cui lei ha curato gli effetti speciali. È una serie molto cupa, oscura, i mostri sono dark e veramente paurosi. Qual è il motivo per cui questo approccio, che, se adottato, porterebbe secondo noi anche a diffondere maggiormente queste serie in tutto il mondo, viene così poco utilizzato?

HS: In America quest’estate i film in uscita di grandi mostri, robot e umani, che combattono sono molti. Gli Americani prendono i contenuti giapponesi elaborati tanto tempo prima e li rifanno con budget molto più elevati.

AF: Qual è l’influenza dei grandi creatori del passato come Tsuburaya Eiji (Godzilla e Ultraman) e Ishinomiya Shotarō (Kamen Rider) negli anime e nei tokusatsu?

HS: Quando io sono nato i bambini erano tanti e questo business è nato per loro. Kamen Rider, Mazinga Zeta, siamo tutti stati influenzati da questi anime, in particolare da Kamen Rider.

AF: Più precisamente vorremmo chiederle se è in programma un reboot di Evangelion e se ci può fornire qualche anticipazione.

HS: É deciso che si farà. Non dico altro.

AF: Com’è stato lavorare con delle “Idol” (ci stiamo riferendo al film delle Minimoni, The Great Cake Adventure)?

HS: Diciamo che mi piaceva l’idea della bellezza così diversa dai mostri, dalle fiamme e dal fumo. Le “idol” sono semplicemente belle.

AF: Tecnicamente è molto originale il fatto che abbia usato molto spesso il grandangolo per riprenderle, deformandone i volti. Perché lo ha fatto?

HS: Ho usato le macchine da presa che erano state utilizzate per i programmi in cui erano già apparse. Sono state quelle macchine a produrre quell’effetto, era come se qualcuno stesse spiando dal buco della serratura. Per noi l’uso di quelle lenti doveva farle sembrare più carine, e questo ci interessava.

AF: Un’ultima domanda sul film di Inudo Isshin, The Floating Castle, di cui ha curato gli effetti speciali. Il contrasto tra la scena in cui il protagonista distrae i nemici con una danza tradizionale e i numerosi attacchi e combattimenti è molto interessante, com’è riuscito a ottenerlo?

HS: Era scritto nella sceneggiatura. In realtà noi non abbiamo messo delle nostre idee, il film era già tutto nella sceneggiatura (che era stata selezionata come la migliore per essere realizzata in un premio per esordienti). Lo scrittore non era un professionista, non potevamo permetterci di collaborare con uno di loro, era troppo costoso, Era un giornalista che scriveva di tessuti, per una rivista d’arte, assolutamente non uno sceneggiatore professionista. Dopo aver smesso di lavorare per la rivista, ha deciso di scrivere una sceneggiatura.