Victoria Yuki


Attrice

Victoria Yuki (aka Yukiko, Yukikon, Yuki, Yukiko Kuriyama) è una giovanissima ragazza italiana che seguendo un consapevole percorso è giunta in Giappone iniziando una fortunata carriera nel cinema a luci rosse (ad oggi è stata protagonista di tre film). L’abbiamo intervistata e riportiamo la nostra lunga chiacchierata spontanea e molto libera, assolutamente informale, in cui Yuki risponde con una straordinaria limpidezza ad ogni nostro quesito, anche i più ostici in un contesto tipicamente italiano.
Asian Feast: Yuki, chi sei, perché sei partita per il Giappone e come si è evoluta la tua storia personale?

Victoria Yuki: “Diversa”, forse la parola “diversa” mi identifica abbastanza, perché tutto quello che faccio è frutto di una concatenazione di eventi che hanno portato lì. All’inizio mi piaceva la lingua giapponese anche se purtroppo non ho potuto studiarla adeguatamente né all’università né in privato.
Quella però è la prima cosa che il Giappone mi ha dato. Successivamente c’è stata la musica che ha segnato un bel periodo della mia vita, come le Morning Musume e l’universo idol in generale. Da piccolina avrei voluto entrare nelle Morning Musume anche se ammetto che è una cosa un po’ impossibile. Mi piacevano le prime formazioni, ultimamente le seguo meno.
Ma cosa ha fatto scoppiare questa scintilla in me? Probabilmente capire che la linea che separa cantante da pornostar è molto più sottile in Giappone; io sono semplicemente incappata in una foto di Mihiro e a vederla così carina, sorridente e naturale, mi sono chiesta cosa facesse nella vita. E quando ho scoperto che faceva la pornostar sono rimasta allibita perché io mi immaginavo comunque il mondo del porno come una cosa piuttosto bestiale, abbastanza violenta e invece il Giappone mi ha fatto ricredere, quindi diciamo che la mia connessione col Giappone principalmente è questa. E questa riflessione mi ha portato a volere andare in Giappone seguendo una serie di step, non è stata una cosa improvvisata, non mi sono buttata improvvisamente.
La lingua non sono riuscita a studiarla bene, ad un certo punto mi ero intrippata con i film ad esempio, mi piaceva proprio l’effetto fonetico della lingua giapponese. Ero tipo in terza media, alle superiori ho fatto il liceo linguistico ma ovviamente il giapponese non c’era e poi quando ho capito che volevo indirizzare la mia vita in questo percorso ho anche capito che l’università non mi sarebbe servita. Quindi ho studiato sei mesi il giapponese ma a un livello base tipo bambino delle elementari. Sto cercando di studiare e migliorare, infatti l’unica cosa di cui mi pento dei film fatti è che spesso sparo delle cavolate enormi a causa del livello basso del mio giapponese. Però ci metto il cuore quindi prima o poi…
Questo è solo l’inizio.

AF: Hai fretta?

VY: E’ brutto da dire ma per questo genere di cose, più sei giovane e meglio è. Mi sarebbe piaciuto iniziare a vent’anni, ma non avevo le possibilità né ero pronta mentalmente, ho provato a cambiare città ma sono tornata dopo tre giorni perché mi mancava troppo mio fratello. Quindi il Giappone allora sarebbe stato traumatico. Mio fratello mi conosce da sempre, io non sono mai cambiata, sono sempre stata la stessa persona, infatti penso che se qualcuno inizia a giudicarmi per quello che faccio e non per quello che sono vuol dire che non mi ha mai apprezzata davvero, perché quello che faccio non pesa in alcun modo nella famiglia né nelle amicizie. Certo, se saltasse fuori questo discorso io non me ne vergognerei, quindi ne parlo tranquillamente ma non è una scusa per mettermi in mostra, quindi credo che mio fratello capisca che le persone non vadano giudicate necessariamente male per le scelte che fanno.
Anche mia mamma ogni tanto mi chiede perché non faccia film non porno o altri lavori ma non mi ci trovo proprio. Ho fatto la cameriera e non era proprio per me, non ho nulla contro le cameriere, assolutamente, ma mi sono sentita proprio in un mondo estraneo dal mio, non sapevo come rapportarmi con la gente.
Poi io non pretendo che gli altri lo accettino, mi basta il rispetto.

AF: Anche se immaginiamo che tu abbia incontrato persone di ogni tipo…

VY: Ma guarda, a dirti la verità, in realtà incontrate no. In realtà il Giappone non è un’oasi felice visto che quello loro è un rispetto superficiale e di facciata; comunque la loro carineria e gentilezza è centomila volte meglio della maleducazione, quindi preferisco che siano rispettosi, educati e gentili che cafoni come qui in Italia. Loro le regole le rispettano; tipo quando fai i servizi fotografici, quelli in cui un cliente ha 45 minuti a disposizione per scattare foto anche di nudo. Non ti possono toccare, tu non vedi uno che ti sfiori, ti dicono in che posa metterti, chiacchierano, vedi che sono felici di stare con te, però non ce n’è uno che fa il furbo, che ci prova. In Italia saresti stuprata in tre secondi se fai una cosa del genere, è brutta da dire ma la penso così.

AF: Una cosa curiosa è che quando una ragazza occidentale si fa strada nel mondo del cinema hard giapponese, una persona è portata a pensare che fisicamente questa ragazza si distingua particolarmente da quelle nipponiche e che possa avere come elemento bonus un aspetto mediterraneo abbastanza aggressivo. Al contrario tu, biondo escluso, hai una fisicità abbastanza contenuta e più vicina ai canoni locali. Che ne pensi?

VY: No, non credo, io mi vedo molto occidentale, anche lì sul set, i Giapponesi non è che li inganni, magari mi trucco un po’ come le giapponesi, quello si, magari ho guardato spesso foto di ragazze giapponesi per ispirarmi, non tanto nel look ma nei canoni di bellezza. Il trucco ci può stare, comunque io non sono “giapponese”, il mio viso è assolutamente occidentale e i giapponesi lo notano. Sicuramente il fatto che sei straniera attira, a me ad esempio hanno fatto aggiungere il nome Victoria perché mi hanno spiegato che se ho un nome straniero attira di più. Però piaccio solo a quelli a cui piacciono le straniere, per cui è una cosa, non dico di nicchia, ma -è brutto da dire- i giapponesi sono razzisti e quindi tu sarai sempre “lo straniero”; se a uno non piace la ragazza straniera comunque tenderà sempre, non dico a evitarti, ma comunque a non provare interesse. Che è anche giusto, ognuno ha i propri gusti.

AF: E da occidentale questa cosa del “razzismo” la senti molto?

VY: Si, moltissimo. Ma non tanto nella vita quotidiana quanto nelle grandi e piccole cose. Quando non ti vogliono, cioè è triste, ma se c’è un giapponese che può fare quello che fai tu, faranno di tutto per favorirlo. Io non voglio spaventare nessuno, ognuno ha diritto di provare e fare ciò che vuole, sicuramente la mia strada è anche diversa, e sotto questo punto di vista anche più difficile, ma non è facile farsi accettare dai giapponesi. Non dagli amici o dalle persone con cui lavori, ma dalla società.

AF: Una domanda tecnica. Com’è organizzato un set di cinema hard in Giappone? Tecnici, macchine e produzione.

VY: Allora, lo staff è formato da una decina di persone, c’è il regista, tre o quattro assistenti, la truccatrice, gli attori principali, anche quelli che fanno soltanto una scena, l’attrice e le attrici se è un film con più attrici, e si sviluppa tutto in modo molto pratico. C’è uno studio, dall’altra parte c’è il regista e gli aiutanti che tengono le luci. Tutti ti guardano, non so, qua in Italia presto girerò un nuovo lavoro e forse potrò fare una comparazione, però devo dire che in Giappone questa cosa è molto visibile, tutti ti guardano, tutto lo staff. Però allo stesso tempo non ti senti a disagio perché ti osservano sotto un punto di vista tecnico, nel senso che valutano la riuscita della scena, non è che guardano me con desiderio, poi figuriamoci, con tutto quello che devono avere visto… non è la situazione del maniaco che ti vuole fare il filmino per palparti, non è così.

AF: Tempi di riprese?

VY:  Un giorno, un giorno e mezzo o due. Oltre i due giorni non penso che li facciano, io ho fatto fino ad un giorno e mezzo nel secondo film.

AF: Cose tecniche che ti impongono per la riuscita della scena, come posizioni da mantenere per evitare ombre o cose di questo genere?

VY: Ah, si, una cosa da dire è che mi coprono i tatuaggi. Io non pretendo di cambiare la mente dei giapponesi e questo compromesso mi è sembrato accettabile; loro hanno questa idea che chi ha i tatuaggi comunque sia parte della malavita. Ovviamente guardando i miei tatuaggi uno ci mette poco a capire che non sono un boss della yakuza, ma a quanto pare non basta. Quindi mi coprono e fanno in modo che i tatuaggi siano il meno possibile visibili. Sotto questo punto di vista mi hanno abbastanza guidata, c’era l’attore che mi “spostava”, e mi copriva se si vedeva un po’ il tatuaggio.

AF: Tu hai fatto un film in esterni, in luoghi apparentemente pubblici. Come lavora la troupe in questi casi?

VY: Non credo richiedano dei permessi specifici . Per gli interni, ad esempio nel film c’è una scena ambientata in un bowling, hanno affittato l’intero edificio. Per gli esterni non credo servano permessi per ambienti non affollati. Credo che se qualcuno viene a controllare può notare che comunque c’è una troupe professionale e una casa di produzione dietro, quindi è una cosa legale. Certo, ci sono anche film in cui vedi le attrici nei conbini (piccoli supermercasti giapponesi), in quel caso o affittano il conbini o ricostruiscono il tutto in studio perché poi anche la scena del treno era girata in studio ma io li ho visti fatti anche in treni veri quindi non so se affittano anche treni veri. Credo sia una cosa legislativa, ma non so bene.

AF: Com’è l’ambiente, i rapporti con i colleghi e le colleghe al lavoro e fuori dal lavoro?

VY: Il rapporto sul lavoro è molto professionale, poi la comunicazione a volte è un po’ un problema perché per il primo film c’era un interprete poi non l’hanno più chiamato. Le ragazze sono tutte molto carine e gentili, le tipiche giapponesi però io sono un po’ maschiaccio quindi non mi ci ritrovo molto. Fuori invece non frequento praticamente nessuno dell’ambiente, giusto sporadicamente il manager, ha una band, a volte vado ai suoi concerti.

AF: Sfatiamo miti?

VY: Vorrei un po’ sfatare il mito che se una è una pornostar è automaticamente una “zoccola” pazzesca, perché non è vero, anzi. Penso siano molto meno “pericolose” le persone che fanno questo lavoro che comunque ne hanno abbastanza in ogni senso… Mi piacerebbe che le ragazze si sentissero meno minacciate da questa cosa, certo, se ti trovi davanti una come Cicciolina, magari rimani un attimo spaesata perché esprime esplicitamente quello che fa, e ho citato Cicciolina così, come primo nome che mi è venuto in mente. Io non credo di apparire troppo, per strada nessuno mi ha mai fermata perché sono una pornostar.

AF: Tempo fa parlai con un noto pornodivo italiano e tra le altre cose mi disse che sul set non provava piacere perché lo stress, i take, tutte le pause tecniche e la concentrazione inibivano una particolare suggestione sessuale. E quindi tornato a casa era costretto ad utilizzare le visioni della giornata lavorativa come coadiuvante all’eccitazione sessuale privata. La tua posizione in merito? Condividi?

VY: Innanzi tutto, questa è una cosa che non sapevo, ma in Giappone praticamente non ci sono gli stop, si gira tutta la scena, poi i tagli li fanno loro, non vieni interrotto. Forse per una femmina… mhà, per me è una cosa mentale, non è che provi piacere fisico come nella vita privata, è un piacere diverso ma definiamolo più mentale. Per un maschio deve essere molto più dura, quindi probabilmente ha ragione.

AF: domanda banale quanto d’obbligo. Due parole sulla morale, specie italiana.

VY: Vorrei che la gente capisse tante cose, ma… non ce la fa proprio. Di cosa ci preoccupiamo? Abbiamo una sola vita e la passiamo a guardare cosa fanno gli altri a farci imporre regole che non esistono e non possono esistere. Secondo me uno deve lottare davvero per essere la persona che vuole essere e non farsi imporre nessun pensiero né morale né religioso. Io rispetto chi crede in Dio ma secondo me andrebbero educati i ragazzini fin da piccoli ad avere una mentalità loro, ad esprimersi, ad affrontare determinate esperienze con la propria testa non con quella della massa e della società… è un discorso che mi piacerebbe approfondire…
Vengono su queste nuove generazioni uguali a quelle vecchie, non cambia mai niente, non è possibile, cioè, lottava Moana Pozzi e lottiamo ancora oggi, cos’è andato storto? Sono passati quindici, vent’anni, eh! Io non dico che devono esserci i cartelloni coi pornazzi per strada, assolutamente, però la gente deve viversela un pochettino più tranquilla. Siamo addirittura peggiorati forse rispetto a 20 anni fa. Si vuol parlare di certe cose per mostrare che siamo una comunità aperta, ma in realtà sotto sotto abbiamo una rabbia dentro tutti… che ci distrugge. Sono tutti gelosi e invidiosi degli altri, se uno fa qualcosa di diverso ti dicono di andare a lavorare o di andare a zappare la terra…

AF: Il tuo futuro. Conti di restare in Giappone o come vorresti indirizzare la tua carriera?

VY: Io programmo abbastanza le cose e cerco di fare tutto perché vadano nei piani. I miei piani sono già ben costruiti. Mi piacerebbe avere una buona carriera longeva in Giappone finché il corpo me lo permette, fino a circa i trenta, trentadue anni. Successivamente mi piacerebbe andare a vivere con mio fratello ad Amsterdam ma questo ovviamente non dipenderà solo da me, quindi questa è la cosa più ipotetica di tutte e mi piacerebbe comprare una casa a Bali o a Bangkok per rilassarmi lì successivamente.

AF: Il salto da un film hard ad un film normale non sarebbe però così traumatico.

VY: Eh, però la recitazione è tosta e io non voglio, o meglio, non vorrei visto che figure di merda le ho fatte pure nei film. Ero lì da sette mesi, il mio giapponese era, ed è ancora penoso. Provassi a fare l’attrice perché ho fatto dei corsi di recitazione, saprei di avere le capacità per esprimere qualcosa attraverso la recitazione, ma io non ce le ho. Per adesso no. Non mi butterei in qualcosa del genere.

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