Miike Takashi


Miike TakashiRegista.

 

Miike Takashi è uno dei più vitali registi mondiali e il nome più interessante proposto dal nuovo cinema giapponese nell’ultimo decennio. E’ noto ormai a livello internazionale per titoli del calibro di Audition, The Call, Ichi the Killer, Imprint, Izo, Gozu, Fudoh. Asian Feast da parte sua ha fondato nel lontano 2004 con una certa lungimiranza uno dei primi e uno dei pochi siti al mondo monografici sul regista, dinaMiike, ora inglobato nel sito principale. Questa prima intervista è stata raccolta nel corso della 62° Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, dove era presentato il colossal per ragazzi Yokai Daisenso.

Asia Feast: Nel suo film (Yokai Daisenso) recita un attore straordinario come Bunta Sugawara (Battle without Honour & Humanity); è stato imposto dalla produzione o è stata una sua scelta? Come è stato lavorare con un attore del genere?

Miike Takashi: Quando ho iniziato a lavorare a Yokai Daisenso ho pensato che Bunta Sugawara fosse perfetto per il ruolo del nonno, e così ho chiesto alla produzione e mi hanno dato carta bianca. Quindi si, è stata una mia scelta. La cosa interessante è che – come ben sapete – Bunta Sugawara ha spesso interpretato il ruolo dell’eroe yakuza, tutto macho e cool, e vederlo nei panni del vecchietto un po’ “toccato” era per lui una sorta di sfida. Tutto è andato per il meglio: Bunta si è divertito a partecipare al film e io sono davvero soddisfatto per come siano andate le cose.

AF: Ora una domanda sulla censura giapponese: ha avuto dei problemi per Yokai Daisenso? Per gli standard occidentali infatti, i suoi film sono considerati piuttosto violenti.

MT: Fortunatamente Yokai Daisenso è uscito in Giappone senza divieti, probabilmente perché – pur contenendo elementi di violenza – il film tratta di creature fantastiche, che non esistono nella realtà. Se al posto loro ci fossero stati personaggi umani, quasi sicuramente il film sarebbe uscito con qualche limitazione, ma in questo caso, dobbiamo ringraziare proprio loro, gli Yokai, che hanno permesso che il film uscisse senza divieti.

AF: Abbiamo visto i vecchi film di yokai della nota trilogia e soprattutto il primo era molto suggestivo e intenso. Si sentiva delle responsabilità nell’adattare il suo film, ha cercato di rispettare i vecchi film o ha lavorato ex novo?

MT: Certamente, ho cercato di attenermi per quanto possibile alla tradizione, visto che gli Yokai hanno una lunghissima storia nell’industria cinematografica giapponese, e non solo. Fanno parte del folklore da tempo immemore, nessuno sa se esistano o meno, dal momento che solitamente si incarnano negli oggetti di uso quotidiano, sono invisibili all’uomo e si manifestano solo in determinate circostanze. Nel mio film mi sono basato sulle leggende popolari, cercando di mantenere il loro aspetto tradizionale, in modo che gli spettatori giapponesi li riconoscessero subito, piuttosto che trasformarli in qualcosa di totalmente nuovo.

AF: Passiamo ai lavori del passato. Blues Harp è probabilmente il suo film con la colonna sonora più varia e interessante, ma tutti i suoi film hanno sempre un’ottimo commento sonoro. Quanto sceglie lei le musiche e quanto sono importanti nel suo cinema? Vengono scelte prima di girare il film, o successivamente?

MT: Come nella maggior parte dei film che ho girato, anche in Yokai Daisenso le musiche sono di Koji Endo, con cui continuo ad intrattenere un proficuo rapporto di collaborazione. Solitamente succede che prima ancora di cominciare a girare, Koji Endo ha già una sua idea del tipo di musiche da inserire nel film, e leggendo lo script assieme scambiamo opinioni e idee su come dovrebbero essere, quali strumenti usare e così via. Dopo avere finito le riprese, Koji Endo mi fa ascoltare quello che ha creato, e io – senza alcuna forzatura – arrivo magari a suggerire alcune piccole modifiche qua e là, senza comunque apportare nessun cambiamento sostanziale.

AF: In tutti i suoi film, anche nei più commerciali, utilizza spesso lunghe inquadrature fisse su personaggi immobili che parlano (ad esempio nella sequenza del ristorante cinese di Dead or Alive, o nella scena attorno al fuoco di Zebraman). Come mai? Non teme queste scene? Non abbassano la soglia di attenzione del pubblico?

MT: Si, lo so, è una questione di ritmo, come mi viene fatto notare ogni tanto da qualche produttore quando, durante la fase di montaggio, alcune inquadrature non sono necessarie ai fini della storia, non sono elementi fondamentali, e spezzano il ritmo del film. Quando si gira un film ci sono moltissime scene che non vengono incluse nel montaggio finale, e un film può funzionare anche se ridotto all’osso, anzi, il pubblico apprezza ugualmente, ma io come filmaker sento il bisogno di utilizzare anche momenti di dialoghi statici, che a mio avviso rafforzano ulteriormente – per contrasto – i momenti di azione.

AF: Lei ha sempre un ottimo montaggio creativo. Di solito interagisce nella fase di editing o lascia tutto in mano al montatore?

MT: Il montaggio è la parte più importante nel fare film, il montaggio stesso è un’arte. Io amo la fase del montaggio, e spesso collaboro con il mio montatore su tutto il film, dall’inizio alla fine, senza comunque forzarlo e lasciandolo libero nelle sue scelte. Data la sua rilevanza, è importante che tra il regista e il montatore ci sia un affiatamento particolare, bisogna conoscersi bene: per questo motivo io collaboro quasi esclusivamente col mio montatore di fiducia (Yasushi Shimamura).

AF: E’ vero che lei girerà un film negli USA?

MT: Non esattamente: in realtà girerò Imprint, il tredicesimo episodio dei Masters of Horror, progetto in cui sono coinvolti diversi registi statunitensi; girerò qui in Giappone con attori e gente giapponese, e qualche americano, tra cui l’interprete del film (Billy Drago).

AF: Come si rapporta con le figure del “buono”, ma soprattutto del “cattivo”, presenti nei suoi film?

MT: Le figure del buono e del cattivo sono complementari e necessarie l’una all’altra. Se c’è un buono ci deve essere anche il cattivo, e viceversa. Nei miei film non ci sono mai personaggi totalmente buoni o totalmente cattivi, ma ci sono buoni che compiono azioni, diciamo cattive e cattivi che compiono buone azioni  per le motivazioni più disparate: questa è una cosa che mi affascina, vedere personaggi che rivestono un determinato ruolo all’interno del film, che per i loro motivi si ritrovano a compiere delle scelte in opposizione a quanto ci si aspetti. Generalmente, io ho una preferenza per i cattivi che compiono azioni buone.

AF: Come si rapporta alle sequenze action? Utilizza coreografi, le idea lei e come le giostra negli spazi?

MT: A me non piace pianificare a tavolino quello che succederà davanti alla mdp; di solito mi vengono le idee quando sono sul set, sono molto istintivo. Certo, durante le riprese comunico con i cameraman ma con poco o niente di prestabilito e senza chiedere continuamente opinioni e consigli a loro. Sono un filmmaker decisamente autonomo, si.

Foto di Senesi Michele e Samuele Bianchi:

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