Buddha’s Palm

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Buddha's Palm Quanto conti il singolo film nell’economia del cinema asiatico è spesso una semplice supposizione per il critico occidentale. Ad esempio questo Buddha’s Palm che viene spesso liquidato nella categoria weird o fantasy, quasi in senso spregiativo, trova poco posto nei classici elenchi di fondamentali. Prodotto in un periodo in cui la Shaw Brothers aveva già aperto le porte all’exploitation per cercare di sopravvivere ad una crisi ormai accertata che la stava facendo inesorabilmente spegnere nella piena esplosione della New Wave del cinema dell’ex-colonia, questo film andava però in contro tendenza, mettendo da parte le contemporanee sozzerie e concentrandosi sul lato più fantasioso e disimpegnato del fantasy cinese, che il buon Tsui Hark avrebbe l’anno dopo rivoluzionato col suo Zu: Warriors from the Magic Mountain con abbondanza di wirework e chroma key per la gioia degli appassionati di effetti speciali d’epoca.

In casa Shaw invece l’approccio era ben diverso, ma non per questo meno folle. Lungi dal voler replicare le coreografie di un Ching Siu Tung oppure inserire sottotesti politico-polemici, da queste parti si preferiva rimanere nella tradizione quando ci si muoveva lontano dai prodotti horror, erotici o egualmente combinati. L’atteggiamento era quello di rileggere questa tradizione con il fattore novità affidato quasi esclusivamente ai nuovi interpreti e al rinnovamento del compartimento tecnico. E di fatto Buddha’s Palm è la rilettura di un’omonima saga del cinema fantasy cinese sceneggiata in quattro episodi nel 1964 da Sze To On e già ricca all’epoca di effetti visuali sovrimpressi e di fantastiche creature impersonate da attori in improbabili costumi. Il protagonista era Walter Tso Tat-Wah che in questo film ha il grande onore di comparire per primo come Rulai Tianzun, il creatore della tecnica del palmo di Buddha, riparato dopo esser stato ferito lontano dal mondo in una grotta e vanamente soccorso dal suo irascibile allievo Alex Man Chi-Leung. Preso dall’ira questi indosserà il manto rosso fuoco che il maestro gli dona in fin di vita diventando il «diavolo della nuvola di fuoco». La sua terribile vendetta nel mondo delle arti marziali sarà arrestata solo dopo il terribile scontro con altri quattro maestri di arti marziali che lo porterà cieco a rifugiarsi come il maestro nella pratica della tecnica. Tutto ciò in realtà non è propriamente il film, ma solo quanto viene raccontato nel prologo e nei titoli di testa, che la vicenda ha ancora da venire e vedrà protagonista Derek Yee Tung-Sing, nel ruolo che nel ’64 aveva incarnato Walter Tso, passare da sfortunato reietto ad allievo del demone.

C’è sicuramente da perdersi nei meandri della trama e sarebbe tempo perso provare a spiegarla. Bisognerebbe prendere appunti per tenere conto di tutti i personaggi e di tutte le sottotrame, che per quanto ne sappiamo potrebbero essere quelle dei quattro film precedenti condensate in questo reboot/remake. Sfila gran parte della squadra attoriale di casa alla Shaw in quei tempi. Candice Yu On-On e Kara Hui Ying-Hung son due sorelle al servizio della maestra della tecnica degli anelli volanti Siu Yam-Yam risentita con Man Chi-Leung per essere stata sfigurata. Un’altra maestra è l’ex amante del diavolo Chan Si-Gaai con la sua tecnica delle campane volanti e una figlia smarrita da ritrovare. Lo Lieh pure fa parte dei quattro maestri, anche se più che un rivale è una scheggia impazzita che va e viene dallo schermo. Si annuncia urlando il suo nome e il suo titolo, recita la parte dello svampito sempre in ritardo ai combattimenti, potentissimo sì, ma buono e pacifico con amici e persino nemici. Decisamente uno dei ruoli più divertenti della sua carriera per il grande attore a giudicare da quanto ci mette del suo nel caratterizzarlo. A completare il quadro il solito gran cattivo Sek Kin, demone capace di aumentare a dismisura la dimensione del suo piede destro, nonché responsabile di un po’ tutte le nefandezze del film per cui tutti hanno conti da regolarci.

Nonostante la fanciullesca assurdità della tecnica, il piedone di Sek Kin in realtà fa gran quantità di vittime e le morti fioccano nel gran finale. Per arrivarci una sfilata di combattimenti illuminati dalle classiche luci monocrome, marchio di fabbrica dei direttori della fotografia di casa, ma anche una serie interminabile di tecniche e armi incredibili. Ventagli di lame, pettini acuminati, anelli volanti, campane, palmi radianti, pugnali di luce e su tutto un’incredibile lamina di metallo sagomata come un Buddha che dà filo da torcere a Candice Yu e Kara Hui. Poi c’è Madeng di cui innamorarsi: cucciolo di drago o qualcosa di simile che teneramente e goffamente salva e trasporta tutti da una parte all’altra del vastissimo universo creato da Sze To On. Grazie a lui si tramanda la tradizione di attori con costumi di gommapiuma della serie originale in un film che si spende per rinnovare graficamente la saga rispettosa dell’originale.

Appena dopo i titoli di testa fanno anche bella mostra di sé i manhua di Tony Wong, grande e unico protagonista della scena fumettistica di Hong Kong, la cui Jade Comics ebbe anche una breve parentesi in Italia e di cui si è tornati abbastanza recentemente a parlare per l’adattamento di Dragon Tiger Gate. Sua una longeva serie del 1980 sul palmo di Buddha, parzialmente pubblicata negli USA qualche tempo dopo. Passava anche da lì il tentativo di narrare nuovamente una storia diventata istantaneamente un classico sin dal debutto. Come un filo invisibile unisce quei primi quattro film, quest’altro e quello di circa dieci anni successivo sempre a firma dello stesso Taylor Wong regista di questa pellicola, curiosamente rititolato come Kung Fu vs. Acrobatic per il mercato anglofono. Quello stesso filo invisibile corre fino ai giorni nostri e arriva dritto nelle mani sapienti di un nome noto. Stephen Chow Sing-Chi aveva già omaggiato il palmo nel finale del suo Kung Fu Hustle, ma nell’ancora più recente Journey to the West: Conquering the Demons lo fa in maniera ancora più esplicita. Due dei cacciatori di demoni all’inseguimento del protagonista nel finale hanno rispettivamente un piede che si allarga a dismisura e la capacità di far volare spade e coltelli come Sek Kin, mentre la protagonista femminile fa sfoggio di una tecnica con gli anelli come un’altra dei maestri di questo film. Corsi e ricorsi storici insomma, che da sempre hanno pompato sangue nel cuore del cinema di Hong Kong, contribuendo in gran parte all’oscuro segreto della loro bellezza. Nel caso presente, quello di una pellicola che arrivati nemmeno alla metà dà l’impressione di averne viste sei, tocca a Taylor Wong ricordarci che certe volte il valore non risiede nella bellezza del film stesso, ma nell’anarchia della visione che di suo è già un gran bel dono.

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