Bullet

Voto dell'autore: 3/5
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BulletChe grosse soddisfazioni che riesce a dare talvolta il cinema filippino, materializzandosi come una doccia fredda che ci riporta alla coscienza il fatto che il cinema italiano è davvero il fanalino di coda di quello mondiale.

Infatti questa commedia d’azione (di base), è una piacevole sorpresa, robusta e divertente, puro intrattenimento che non annoia  un attimo.

Il “Bullet” del titolo in questo caso ha un duplice significato; per primo, quello evidente di proiettile, il secondo è anche il nome stesso del protagonista interpretato da Cesar Montano che, ricordiamolo, scrive, interpreta, produce e dirige il film.

Il film racconta la storia di Bullet, un ragazzino autistico, figlio di un poliziotto, che non viene accettato nelle scuole “normali” insieme agli altri bambini e che viene da sempre visto un po’ come un fenomeno da baraccone. Ma come tutti i bambini autistici dei film, Bullet ha un’abilità speciale, quella di avere una mira strabiliante; fin dalla più tenera età centra dei barattoli con delle palline di carta, successivamente umilia i bulletti del quartiere centrando i bersagli con delle freccette (volutamente rovinate dai suoi avversari) e da grande diventa un fenomeno della pistola utilizzando quella del padre.

Per racimolare del denaro verrà portato in città ad una gara di tiro per conquistare il ricco premio in palio, premio che prontamente porterà a casa. Ma subito dopo si troverà sua malgrado ad essere testimone di un esecuzione a freddo da parte di alcuni gangster locali e da qui il film si trasforma in un action balistico. E’ straordinaria la grossa quantità di cambi di registro interna al film; se all’inizio esso sembra un giochino per ragazzi, successivamente diviene un action, pieno di esplosioni, ralenti, sparatorie coreografate e accenni all’estetica di John Woo. Al contempo il sangue inizia a scorrere in dosi elevate e la violenza, anche grafica, emerge (una sequenza in cui dei gangster per privare Bullet della sua abilità gli spappolano una mano con una mazza). La comicità va dal sottile al grassissimo (nella fuga in auto i nostri eroi radono al suolo una casetta lasciando il padrone seduto sulla tazza del bagno intento ad espletare e leggere il giornale, mentre nella sequenza successiva lo vediamo vagare con il sedere all’aria, il giornale davanti atto a coprire le zone intime e le mutande alle caviglie) e si inseriscono delle brevi sequenze permeate di una sensualità torrida grazie alla presenza della brava e bella Sunshine Cruz (una di quelle filippine doc capaci di svegliare anche un fan di Oliveira e capace di dare del filo da torcere anche ad una come Aubrey Miles, grazie ad un paio di qualità artistiche realmente sorprendenti).

Le sequenze action sono abbastanza convincenti (talvolta è il montaggio a non essere precisissimo, ad opera di Joyce Bernal, regista di Mr. Suave) piene di rallenti, sparatorie coreografate, mentre al culmine del racconto i due protagonisti si gettano da un palazzo mentre sistematicamente tutti i piani di esso esplodono. Il climax di queste scene è raggiunto in una bella sequenza sviluppata all’interno di una sauna femminile che si tramuta rapidamente in un conflitto alla ‘Naked Killer.');" onmouseout="tooltip.hide();">women with guns’ in cui le due rivali, coperte solo da due asciugamani legati ad altezza del seno, si sparano da pochi metri di distanza forando le pareti del luogo facendo penetrare decine di lame di luce esterna con risultati suggestivi un po’ alla Blood Simple dei fratelli Cohen.

Numerose sono le trovate geniali ma una è da sottolineare, quella che in un certo senso contrappone questo film a (incredibilmente) Oasis di Lee Chang-dong. Se nel film coreano la protagonista disabile perdeva l’handicap solo nelle proprie visioni e sogni, in questo film Bullet perde il suo autismo solo nei sogni (erotici) della sua partner che lo evoca nel sonno mentre sale sopra di lei e la possiede, evidente dimostrazione del legame profondo del cinema filippino con il sesso (un po’ ammorbiditosi recentemente). Su questo punto c’è da sottolineare il talento di Cesar Montano, sceneggiatore, regista e inteprete che mentre gira è capace di sostenere una recitazione comunque intensa e credibile proprio come lo era su Oasis. Unica carenza, la fotografia un po’ spenta, pecca di molto cinema filippino (ma non tutto se solo pensiamo agli ottimi risultati del Prosti di Erik Matti). Insomma, un film davvero piacevole, una fusione tra Forrest Gump, John Woo, e Keanu Reeves a cui il protagonista assomiglia in modo imbarazzante. Interessante il finale che fonde set e finzione (come in Operazione Paura di Mario Bava, La Montagna Sacra di Jodorowsky o The Chinese Feast di Tsui Hark); infatti l’ultima inquadratura del film, continua alla penultima, si blocca in un ciak sbagliato e da lì viene ripetuta più volte contemporaneamente ai titoli di coda nella classica situazione dei ciak sbagliati durante i titoli alla Jackie Chan.

Il film è dedicato alla sorella autistica dello stesso regista.

Nota: In una sequenza ambientata in un cinema, sullo schermo proiettano un film con Jackie Chan.

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