Cow

Voto dell'autore: 4/5
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recensione CowSette anni staccano Cow dal precedente film di Guan Hu, Eyes of a Beauty. Sette anni in cui uno dei più interessanti esponenti della sesta generazione di registi cinesi, quella “urbana” secondo l’autore Zhang Zhen, ha spostato i suoi sforzi in televisione, dirigendo drammi di successo come Black Hole e The Winter Solstice. Cow è il suo grande ritorno al cinema, con il quale si conquista la critica internazionale (passò a Venezia 66, sezione Orizzonti) e un discreto successo di pubblico in patria. Niente male per un lungometraggio a medio-budget, ellittico e amaro come questo. Guan Hu trae spunto per soggetto e sceneggiatura da un racconto originario della regione Shangdong, situata nella Cina dell’Est. Ai tempi del conflitto sino-giapponese, vuole il racconto, un paesano si portava appresso una mucca in seguito a una promessa. Entrambi riuscirono a sopravvivere alla guerra. Da qui, e non dal romanzo ispirato a questa storiella, parte Guan Hu.

Subito Cow apre investendo lo spettatore con una fotografia secca e smorta. Il volto spaventato, sorpreso ed esausto di Niu’er (che in cinese significa “piccola mucca”) si aggira per il suo villaggio. Strade vuote, case vuote, tutto sembra deserto, svuotato dell’animosità colorata che, come scopriremo più avanti, era la norma in questi luoghi. Niu’er vaga cominciando a disperarsi, finché incappa nei cadaveri di tutti i suoi compaesani, compresa la sua amata Jiu’er. Impreparato all’orribile immagine che gli si para davanti, Niu’er scappa in lacrime fino a che, all’improvviso, la mucca che lo accompegnerà per il resto della sua vita spunta “sfondando” una parete. Da qui, tra balzi avanti e indietro nel tempo, inizia un’avventura di sopravvivenza che arriva ad essere epica, intrisa di coraggio e forza di volontà quasi innaturali.

Guan Hu tiene a freno la verve comica di Huang Bo (Kung Fu Dunk, Crazy Racer) dandogli modo di tirar fuori un personaggio speciale, dentro all’occhio e al cuore di chi sta dall’altra parte dello schermo. Niu’er è un villico un po’ goffo e sciocco, affettuosamente ingenuo. Affiancato da una strepitosa e inviperita Yan Ni (The Great Magician) rivela il suo cuore enorme in ogni singolo segmento in cui è ritratto il villaggio ancora in vita. Sbeffeggiato e insultato, Niu’er ha già tutta la caparbietà che tirerà fuori per superare le mille difficoltà cui andrà incontro lungo il suo cammino. In questi momenti sospesi fra il faceto e la routine quotidiana si nota uno degli espedienti più riusciti utilizzati da Cow per raccontare la sua storia. Nel paese ancora lontano dai giapponesi invasori, i colori sono caldi, accesi, ricchi di sfumature dolci. Quanto di più lontano possibile dall’atmosfera cupa e fredda in cui tutto il resto del film è immerso. Uno stacco netto, molto incisivo nella sua semplicità. Ineccepibile la regia di Guan Hu, con quelle sterzate improvvise e gli angoli che non ti aspetti, quel cercare di dare ad ogni scena il punto di vista più personale possibile. Senza per questo farsi prendere la mano. I movimenti della macchina da presa sono precisi, impeccabili e non riescono a nascondere la passione del regista per il materiale che riprende. A volte gli capita di indugiare troppo, ma l’interesse rimane vegeto.
Nella perseveranza instancabile di Niu’er si cela tutta la tristezza per la perdita dell’amata. Arriva al punto da chiamare la mucca con il nome di Jiu’er, riponendo in lei la sua speranza e la sua vita. Irresistibile l’impeto quasi rivoluzionario con cui reagisce ai giapponesi quando viene catturato e quando li confronta per difendere l’animale. Sono passaggi da una parte cruenti, il sangue non manca, dall’altra forse impossibili e anche difficili da accettare. Lo stranissimo contrasto fra realismo e surrealismo dona a Cow un che di magico, come tutte le vecchie storie sanno essere. Sembra proprio che la storia di Niu’er e della sua mucca ci venga raccontata da lui in persona, ormai in procinto di morire e un po’ confuso su come andarono per davvero le cose. Qui sta la grandezza di Guan Hu e gran parte della bellezza del film: rendere familiare e per questo più vicino un racconto incredibile.

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